L'organizzazione degli insegnanti: «Non c'è sfiducia verso i docenti»

Dopo i no popolari in due grandi cantoni, Zurigo e Berna, domenica scorsa, a proposte che avrebbero aiutato il personale docente, Dagmar Rösler, presidente di LCH, l'organizzazione federativa degli insegnanti svizzeri, respinge l'idea di una bocciatura dei maestri. «A mio avviso questi risultati di votazione non sono un voto di sfiducia nei confronti degli insegnanti: sono piuttosto un no a costi aggiuntivi duraturi», afferma in un'intervista pubblicata oggi dalla SonntagsZeitung. «Per molte persone è difficile comprendere per cosa serva concretamente il denaro supplementare, motivo per cui tendono a votare no. Ciò testimonia forse anche un certo disinteresse o una certa incomprensione verso le sfide odierne nell'educazione.»
La questione dei pregiudizi
Esiste un problema d'immagine. «Quasi ogni professione ha il problema che gli estranei possono difficilmente immaginare dove stiano lo stress e le vere sfide: si creano rapidamente pregiudizi», sostiene. «È estremamente difficile mostrare verso l'esterno un'immagine reale della professione docente e allontanarsi dal cliché che insegniamo dalle 8 alle 15 e poi ci riposiamo». Sulle critiche ricorrenti riguardo all'onere di lavoro, la presidente del Dachverband Lehrerinnen und Lehrer Schweiz (LCH) replica con una domanda. «La questione è: otterremmo più simpatia se parlassimo sempre e solo di quanto sia fantastica la nostra professione e di quanto siamo felici?», dice. «Dai nostri studi sulla soddisfazione professionale emerge chiaramente che i docenti apprezzano molto la loro professione».
Circostanze temporali «non ottimali»
Quanto al passato, ammette che si sarebbe potuto fare diversamente. «Credo però anche che nel caso delle votazioni a Zurigo e Berna le circostanze temporali non fossero ottimali: le iniziative sono intervenute in un periodo in cui si comunicavano numeri in calo di allievi e dati crescenti di iscrizioni alle alte scuole pedagogiche», spiega. «La gente si è chiesta: perché serve più denaro proprio adesso?» Come mai - chiedono i giornalisti del domenicale - non si riesce a spiegare la situazione alla popolazione? «È una buona domanda. Da un lato, perché la popolazione conosce la scuola perlopiù solo dall'esterno: dalla propria esperienza scolastica o come genitore», risponde. «Colpisce inoltre che la scuola faccia sempre in modo che tutto funzioni, qualunque crisi succeda. Che sia il Covid, la penuria di insegnanti o i molti bambini ucraini che all'improvviso sono dovuti essere integrati nelle classi: verso l'esterno non si percepiscono affatto la pressione e le emergenze nelle sedi scolastiche, perché i bambini continuano ad andarci ogni giorno.»