Medio Oriente

L'oro blu, tallone d'Achille di Paesi del Golfo

La guerra non risparmia le centrali di desalinizzazione dell'acqua, fondamentali per la sopravvivenza, diventati veri e propri bersagli strategici – Le conseguenze sono umanitarie e ambientali
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Red. Online
21.03.2026 21:11

Gli impianti di desalinizzazione dell'acqua del mare, essenziali per la vita quotidiana, rischiano di rivelarsi un vero e proprio tallone d'Achille per i Paesi del Golfo Persico, un punto debole che regola un già fragile equilibrio idrico nella regione. Il problema è venuto alla luce con la guerra attualmente in corso in Iran. Ad essere presi di mira dagli attacchi sono stati infatti - come riporta il Guardian - anche alcuni di questi impianti, con i raid che potrebbero causare un periodo di «grave stress idrico» per i Paesi toccati dal conflitto.

«Crisi nazionale»

Una situazione che appare, come detto, molto delicata. Mentre la perdita di un singolo impianto potrebbe ancora essere gestita, a preoccupare sono «gli attacchi andati a segno su diverse centrali nei Paesi più dipendenti (dalle risorse idriche desalinizzate, ndr) che potrebbero generare una crisi nazionale, causando anche disordini civili». E il problema maggiore per l'approvvigionamento idrico della regione riguarderebbe proprio l'Iran. Oltre al petrolio, su ci sono puntati gli occhi del mondo, anche l'acqua potabile desalinizzata si sta rivelando una risorsa importantissima per i Paesi del Golfo. Quest'area geografica, in effetti, non gode di frequenti precipitazioni e nemmeno beneficia di grandi fiumi che possano contribuire a soddisfare il suo fabbisogno idrico. 

Lo sviluppo petrolifero

Se nel passato i Paesi del Golfo sono riusciti a far fronte alla penuria di acqua dolce affidandosi alle risorse idriche naturali disponibili nel sottosuolo, dagli Anni '50 in avanti - con lo sviluppo dell'industria petrolifera e, di conseguenza, quello dell'intera regione - la richiesta dell'oro blu è cresciuta esponenzialmente e le falde acquifere naturali hanno raggiunto ben presto il loro limite, andando incontro al deterioramento. Da qui la necessità di ricorrere a un sistema meccanico e artificiale per far fronte al fabbisogno idrico: la desalinizzazione dell'acqua del mare che viene trasformata in acqua potabile tramite il lavoro degli impianti.

Percentuali salate

Secondo gli ultimi dati riportati, il 70% dell'acqua potabile dell'Arabia Saudita proviene da impianti di desalinizzazione. In Oman la percentuale sale addirittura all'86%, per non parlare del Kuwait, dove sfiora picchi del 90%. Meno toccati sono invece gli Emirati Arabi Uniti che fanno riferimento alle centrali di desalinizzazione 'solo' per il 42% della propria acqua potabile. Ad essere interessato dal fenomeno è pure Israele che, pur avendo accesso al fiume Giordano, fa affidamento su cinque grandi impianti di desalinizzazione costieri che forniscono la metà della sua acqua potabile. Per avere un'idea ancora più completa dell'importanza che questo settore ha nella regione del Golfo, basti pensare che il Medio Oriente produce quasi la metà (il 40%) della quantità globale di acqua desalinizzata, con una capacità complessiva di 29 milioni di metri cubi di acqua dolce prodotta al giorno.

L'isola di Qeshm nello stretto di Hormuz. © Shutterstock
L'isola di Qeshm nello stretto di Hormuz. © Shutterstock

Bersaglio degli attacchi

E, proprio lo scorso sabato, uno degli impianti di desalinizzazione attivi in Iran, quello situato sull'isola di Qeshm nello stretto di Hormuz, è stato colpito da un raid sferrato dalle forze militari statunitensi. «Un crimine palese e disperato», lo ha descritto il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. «Sono stati gli Stati Uniti a creare questo precedente, non l'Iran». Attacco del quale, tuttavia, Washington ha respinto ogni responsabilità. Soltanto il giorno successivo, sull'altra sponda del Golfo, è stato invece il Bahrein a denunciare che uno dei suoi impianti di desalinizzazione era stato colpito. Il presunto colpevole indicato dalle autorità del Bahrein sarebbe l'Iran, riporta il quotidiano britannico.

Conseguenze umanitarie e ambientali

Attacchi che potenzialmente possono portare a gravi conseguenze umanitarie, vista l'importanza quotidiana delle strutture di desalinizzazione nella regione. «Molte città dipendono da un numero limitato di grandi impianti costieri il che significa che un attacco potrebbe interrompere l'approvvigionamento di acqua potabile nel giro di pochi giorni», ha spiegato al Guardian Nima Shokri, direttore dell'Istituto di geoidroinformatica all'Università di tecnologia di Amburgo. «Si tratta di strutture civili essenziali. E, a differenza degli impianti petroliferi, questi non possono essere facilmente sostituiti o riparati rapidamente. In casi estremi, i governi potrebbero essere costretti a razionare l'acqua per intere popolazioni urbane». Non solo. «In diversi Stati del Golfo Persico, le città semplicemente non funzionerebbero senza la desalinizzazione. Colpire gli impianti di desalinizzazione potrebbe quindi significare carenze idriche a breve termine in diversi Paesi». Il tutto senza contare le conseguenze ambientali dei danni fatti a queste centrali, con il rischio di rilascio di varie sostanze chimiche, quali ipoclorito di sodio, cloruro ferrico e acido solforico.


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