La testimonianza

«L’ultima battaglia del popolo iraniano per la propria libertà»

Farshad ha lasciato il Paese 15 anni fa e oggi vive e lavora in Ticino: «Siamo preoccupati per ciò che sta accadendo ma la speranza resiste»
Un momento di una protesta a favore dei manifestanti in Iran a Tel Aviv. © ABIR SULTAN
Red. Online
14.01.2026 22:32

«Siamo molto preoccupati, abbiamo paura ma anche speranza». A parlare è Farshad, un membro della piccola comunità iraniana che vive in Ticino. Anche lui sta seguendo da lontano quanto sta accadendo in questi giorni nel suo Paese di origine. Le manifestazioni in tutte le piazze dell’Iran, per Farshad, sono qualcosa di molto più grande del sintomo di un diffuso malcontento verso il regime dei Pasdaran. Si tratta, spiega, «di una rivoluzione». Supportata da decine di milioni di persone. A Teheran, l’uomo - che da poco ha ricevuto il permesso C - ha ancora molti parenti. Il fratello, la sorella, la mamma. Ma al momento è difficilissimo stabilire un contatto nel Paese. «Mio fratello è riuscito a chiamarmi per pochissimi minuti qualche ora fa», racconta. «Siamo arrivati al sesto giorno di blackout totale. Internet, così come le reti mobili e fisse dei telefoni, sono state spente dal regime». L’Iran è come se fosse sprofondato in una bolla. Sono pochissime le informazioni che riescono a uscire all’esterno. E quelle poche arrivano spesso grazie al sistema di internet satellitare Starlink. «I miei fratelli hanno circa cinquant’anni, ma scendono nelle strade tutti i giorni per accompagnare le generazioni più giovani», racconta Farshad. Un supporto fra generazioni che sta producendo dei risultati. Ma sono proprio loro, i giovani, a far tremare il regime di Ali Kamenei. Un regime che finora ha risposto con l’arma della violenza estrema, tanto che i morti fra i manifestanti sarebbero già migliaia. «Quasi tutti giovanissimi». Una repressione durissima, che però non impedisce alla gente di continuare a protestare. «A una situazione già difficilissima, negli ultimi tempi si è aggiunto un netto peggioramento dell’economia iraniana», aggiunge Farshad. «La popolazione non ce la fa più, vuole un cambiamento, avere delle prospettive. Andare finalmente oltre il regime». La spinta al cambiamento, come detto, arriva proprio dai giovani, il «motore» della rivoluzione attualmente in atto. «Il mio popolo desidera solamente la libertà, la democrazia. In passato la gente ha provato la via del dialogo, delle manifestazioni pacifiche. Ma non funziona. Non con questo regime, che sa usare solo la violenza. Quello in atto in questi giorni è un vero e proprio massacro».

L’intervento statunitense

In queste ore, si fa sempre più concreta la possibilità di un intervento esterno per rovesciare il regime. Un’azione militare statunitense, infatti, sembra alle porte. «Noi iraniani continueremo a chiedere aiuto e supporto alle nazioni libere», spiega ancora Farshad. «Lo facciamo con ogni mezzo possibile: sui social, tramite i media. Chi è all’estero prova a supportare come può la rivoluzione interna. Una rivoluzione che non si fermerà. Ma è chiaro che, nel caso in cui gli Stati Uniti decidessero di intervenire, verrebbero risparmiate migliaia e migliaia di giovani vite. Il regime uccide, è questo che sa fare». In Iran, fra la gente che ogni giorno scende per le strade rischiando la propria vita per la libertà, questa rivoluzione viene definita «l’ultima battaglia», come ci spiega ancora il nostro interlocutore. «Oggi la gente ha più coraggio, non si fermerà nemmeno di fronte a tutti questi morti. Inoltre ora c’è un leader, una persona capace di unire il popolo e trasportarlo in una nuova epoca: Reza Palhavi (figlio dello scià deposto nel 1979 per mano degli Ayatollah, ndr). Una persona con cui poter dialogare e costruire insieme il futuro libero e democratico dell’Iran».

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