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L’ultimo giro a San Siro di Enrico Todesco

Poco da dire sullo 0-0 contro il Cagliari, al Bar Milton è passato a trovarci l’ex attaccante del Como magico e casalingo degli anni Ottanta - Ottima occasione per parlare di quel calcio, oltre che del Como di Fabregas
© EPA/MATTEO BAZZI
10.11.2025 12:30

«Dodo, mi racconti ancora di Lorusso e Pezzella?». Quando Enrico Todesco passa dal Bar Milton, sa che finirà per essere fatto prigioniero dalla banda. In particolare dal Panzeta, che dice di avergli venduto la Renault 4 azzurra con cui girava a fine anni Settanta, quella presa a colpi di monetine dai tifosi della Lazio dopo lo scandalo scommesse che travolse i suoi compagni. «Ma non ricordateglielo, che forse non ha piacere», ci ha detto lui una volta. Come a dire: sia mai che salti fuori che la Renault 4 non gliel’ha venduta lui. Noi sospendiamo la nostra incredulità e proseguiamo. E Dodo, anche questa mattina, si è prestato a raccontarci di quella volta che, con il Genoa, affrontò il Lecce al Via del Mare. «Dei due, mi marcava Pezzella. Al primo contatto in marcatura, mi diede una carezza vicino all’occhio sinistro. Sifcamina! Non ci ho visto più nulla per almeno una ventina di minuti».

Enrico Todesco ai tempi del Como anni Ottanta.
Enrico Todesco ai tempi del Como anni Ottanta.

A nessuno, stamattina, sembra interessare del pareggio del Como con il Cagliari. C’è Todesco, che tra l'altro oggi vive nel Mendrisiotto, e allora tutti vogliono parlare del suo calcio, degli anni Settanta e Ottanta - «Ve l’ho detto mille volte che non si possono confrontare il mio calcio e quello di oggi, il mio Como e quello di oggi» -, e poi vogliono sentire le storie della sua Lazio, quella delle pistole e delle scommesse, degli scherzi e del nonnismo («Povero Antonio Fernando Labonia, quante gliene fecero passare»). Lui, Enrico, giovane promessa milanese, si trovò di colpo proiettato su quel palcoscenico. E ancora non gli va giù un episodio. Solitamente è l’Antognoni di Olgiate a ricordarglielo, sprezzante più che canzonatorio. «Oh, Dodo, ho aperto la tua scheda su Wikipedia. Ma non parla del tuo famoso gol con la maglietta della Lazio…». Lui ci sta, sorride amaro, anche oggi, che a ricordarglielo, senza malizia, è il Fusi. «Ricordo ancora, la domenica sera, alla moviola di Sassi e Vitaletti, le immagini del mio gol annullato all’esordio in Serie A, contro il Catanzaro. Ero dentro di un metro buono, e lo scoprii con la moviola in tv. Arbitro Terpin di Trieste». Altro che VAR...

Quella Lazio poi sarebbe passata dall’uccisione sugli spalti del tifoso Paparelli, ma anche dallo scandalo del calcioscommesse, con le forze dell’ordine direttamente negli spogliatoi. Lui c’era. Gli aneddoti di Todesco sembrano usciti da una serie tv. Ma questo è uno di quei rari casi in cui la realtà sorpassa di gran lunga la fantasia. Dodo ama ripetere che lui è arrivato a Roma che aveva diciannove anni, ma quando se n’è andato un anno dopo era come se ne avesse avuti trenta. Poi si trasferì al Genoa, quindi al Pisa di Anconetani, e infine al Como, dove avrebbe vissuto gli anni d’oro.

Gli aneddoti legati al Pisa sono i preferiti del Conte Giuliani, il quale chiede a Todesco di raccontargli di Jorge Washington Caraballo. Anconetani, quando presentò l’uruguagio, lo descrisse come il Caravaggio del pallone. Se ne andò dopo sole sette partite, definite dallo stesso presidente come oscene. «Eppure era fortissimo», garantisce Todesco. «Non era pronto per il calcio italiano. Oggi fa il taxista a Montevideo». E poi ci racconta dell’aereo che Anconetani mise a disposizione della squadra, con la fusoliera nera e blu, ma anche della tournée a Riad. Primi anni Ottanta, Pisa invitato a Riad durante una pausa per le nazionali. «Al rientro, per colpa dello sforzo, del viaggio e dello sbalzo di temperatura, ne perdemmo quattro di fila». Enrico venne ceduto nel 1983. «Il Pisa aveva appena comprato Wim Kieft».

Todesco tornò quindi al Como, da dove tutto era iniziato. In panchina, in questo caso, Burgnich. «Carattere da friulano, non faceva sconti, poteva essere scomodo per qualcuno. Ma noi giocatori ci saremmo buttati nel fuoco per lui. Come mi era successo con Vinicio». Ed ecco la promozione in Serie A. Anche la Robertina se ne sta ad ascoltare le storie di Todesco. Il Panzeta, vedendo libera la lavagna del menù, se ne impossessa e, da novello Maurizio Mosca, inizia a prendere appunti. «Mettiamo giù tutti i tuoi allenatori». L’idea piace a tutti, e Dodo si presta al gioco. «In A arrivò Ottavio Bianchi. Vi dico, sono stato molto fortunato con gli allenatori, ho avuto i migliori. Calcolate che al Genoa mi aveva allenato Gigi Simoni, un altro grande». Todesco spiega alla platea, che a quel punto ascolta neanche fosse a teatro, delle innovazioni di Bianchi. «Inventò il fallo tattico. Prima di lui, nessuno ci aveva pensato». «Gli anni Ottanta, gli anni del ritrovato ottimismo nei confronti della vita e… del fallo tattico. Un bel paradosso», aggiunge il Fusi, al solito filosofeggiante.

Il Panzeta, quindi, scrive: Burgnich, Simoni, Bianchi. «Con Bianchi e la Serie A, arrivarono al Sinigaglia due stranieri fortissimi: Corneliusson, direttamente dal titolo vinto da titolare in Bundesliga con lo Stoccarda, e Hansi Müller». «Quello del Torino», interviene l’Antognoni di Olgiate, appena entrato nel bar. «Ma no – lo corregge Todesco, che con l’Antognoni proprio non si è mai preso – quello era un brasiliano. Il nostro era il tedesco che giocava nell’Inter». Ma all’Inter non andava d’accordo con Beccalossi e se ne andò al Como. «Che tipo era?», gli chiede il Conte Giuliani, che invece gode del fatto di essere nelle grazie dell’ex bomber. «Ti dico solo che era testimonial della Hugo Boss. All’epoca non erano cose molto frequenti. E nell’auto, come tappetini, aveva dei tappeti persiani». Quel Como, quello con lo sponsor Mita sulle maglie, arrivò undicesimo.

Il primo gol in A di Todesco merita di essere ricordato. Lui si schermisce, quando la Robertina gli chiede di raccontarlo. Non è un Pippo Inzaghi, uno di quelli che si ricordano per filo e per segno ogni gol, ogni assist, ogni individualismo. Preferisce ricordare il gruppo. E allora ci pensa il Panzeta a salire in cattedra. «Stadio Sinigaglia. Arbitro Romeo Paparesta di Bari, padre di quel Gianluca che ne avrebbe poi seguito le orme negli anni Duemila. Era, se non erro (e sa di non errare, ndr), un giorno di metà febbraio. Pieno pomeriggio, perché non era ancora la stagione dei posticipi, quella. In campo alle 15, "Tutto il calcio minuto per minuto" nelle radioline, poi di corsa a vedere "Novantesimo minuto" su Rai Uno alle 18.10, e quindi via con la differita di un tempo di una partita di quel giorno su Rai Due. E poi si aspettavano proprio Sassi e Vitaletti. Comunque, stavo dicendo: il Como ospitava il Napoli di Diego Armando Maradona. Partita equilibrata, con uno splendido Matteoli a oscurare l’altro numero dieci, il Dio del calcio. Napoli in vantaggio proprio con l’argentino, su rigore, da lui conquistato. Difficile risalire, a quel punto, per il Como, che davanti schierava Corneliusson e il qui presente Todesco. Ma la grande pressione dei lariani portò comunque al punto del pareggio, attorno al 60’. Assist di Centi dalla destra, splendido inserimento di Todesco, che da pochi metri scaraventò la palla in rete. Esultanza timida, eppure libidinosa. 1-1».

Il Panzeta avrà raccontato questo gol decine di volte. E usa, ogni singola volta, le stesse parole. Per l’imbarazzo di Dodo Todesco. L’Antognoni ci riprova: «Poi gli hai chiesto la maglia, a Diego?». «No, non si usava. Magari lo avrebbero potuto fare i nostri giocatori più conosciuti. Ma non io. E comunque all’epoca le maglie erano contate».

Bianchi, al termine di quella stagione, passò proprio al Napoli. E al Como arrivò Clagluna. «Se non ti fa nulla, pur con il massimo rispetto ma non lo scrivo sulla lavagna», avverte il Panzeta. Dopo pochi mesi venne sostituito da Marchesi. Todesco ha buone parole per tutti. «Quell’anno lo schema era principalmente uno, e uno soltanto. Lancio lungo di Albiero dalla difesa, Borgonovo la toccava, Dirceu tirava. Ma gli avversari lo capirono in fretta». Borgonovo era tornato dalla Sambenedettese, mentre Dirceu venne acquistato al posto di Müller. «Puntava al suo quarto Mondiale, ma un infortunio a fine stagione glielo negò». All’epoca, nel calcio italiano arrivava il meglio del meglio. «Nel calcio di oggi, gente come Corneliusson e Borgonovo farebbe valanghe di gol».

«È in quella stagione che ad Avellino ti accolsero i due macellai?», chiede il Conte Giuliani. «No, no, fu in un’altra occasione. In effetti, quella volta, all’entrata dello stadio, ad accoglierci, trovammo due energumeni con il camice da macellai, tutto insanguinato. Giocai un’ottima partita e, al termine della stessa, mi attardai con la mia borsa, molto sereno. Il fatto è che, all’uscita, ritrovai i due macellai. Mi sollevarono da terra, uno tenendomi per il braccio sinistro, l’altro per il braccio destro. E mi dissero: "La prossima volta adda fà o cristiano". Loro tra l’altro avevano due davvero tosti, Di Somma e Cattaneo, al centro della difesa». Di Somma era cattivo, sottolinea qualcuno sottovoce. Todesco sente e corregge. «Di Somma? E perché, Cattaneo allora? Per informazioni, chiedere a Bettega. Una volta, proprio ad Avellino, a gioco fermo, sentimmo tutti il rumore di uno schiaffone. Ci girammo e trovammo un nostro compagno a terra con una manata sulla faccia. Cattaneo intanto si aggirava sornione. L’arbitro minimizzò e al nostro compagno disse: "Ma dai che te lo sei dato da solo". Questo era il nostro calcio».

Il Como del 1986-1987 aveva Mondonico in panchina. «Uno che sapeva leggere la partita come pochi altri». Ma capiamo che il feeling era molto relativo, e quindi cambiamo argomento. Poi arrivò Aldo Agroppi. «Molto diretto, un altro che non amava i compromessi. Mi piaceva». Il Panzeta scrive sulla lavagna. Nell’estate del 1987 il Como acquistò uno degli stranieri più deludenti mai transitati in Italia, ovvero Claudio Borghi. La magia stava svanendo. Lo scopritore di talenti Mino Favini presto sarebbe passato all’Atalanta. Il Como sarebbe retrocesso un anno più tardi, con Marchesi in panchina e Milton in campo. Quando Enrico Todesco guarda a quegli anni, sottolinea proprio il lavoro fatto da Favini e dal presidente Benito Gattei, la scelta di grandi allenatori e la qualità di un settore giovanile florido e ben organizzato. «E poi i giovani calciatori trovavano subito spazio in prima squadra».

«Un giorno venne a osservarmi un uomo di Favini. All’epoca ero nel settore giovanile del Morbio», butta lì il Panzeta, posando il gessetto e abbandonando la lavagna. «Avevo in testa altro. C’era la possibilità, in Svizzera, di passare al Wettingen, all’epoca ai vertici nella Lega nazionale A. Chi me lo faceva fare di andare a Como? Non era più quel Como lì...». Restiamo tutti in silenzio. Un silenzio infinito. Interrotto da una grassa risata collettiva, come un’esplosione. Persino Todesco fatica a trattenersi. «Sai che Corneliusson si trasferì poi proprio al Wettingen», prova comunque a salvarlo Dodo. Che riprende a raccontare, mentre tutti noi torniamo seri. «Era uno serio, lui». Il calcio è la cosa più seria tra quelle meno serie, si usa dire. «A fare la differenza sono sempre le motivazioni, nel calcio. Guardate Fabregas. Guardatelo quando dà la carica ai suoi giocatori a fine partita, dopo le vittorie, coinvolgendoli. Quei discorsi fanno gruppo e territorio. È la sua bravura. Lui vive 24 ore al giorno di calcio, ne sono sicuro, si vede. E poi è bello vedere, ogni volta, cosa riesce a inventarsi di nuovo. È bello quando il calcio, ancora, riesce a stupirti».

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Lui, Enrico Todesco, per noi semplicemente Dodo, a un certo punto ha capito che il calcio giocato non lo stupiva più. Per quello, un giorno di tarda primavera, nel 1989, decise di lasciare Como e l’Italia per un’avventura oltreoceano, nel Canada pre-MLS, ai North York Rockets. «Ricordo ancora l’ultima partita giocata a San Siro. Eravamo in aprile. Perdemmo 4-0». «Lo ricordo come fosse ieri», fa il Fusi. «Berti, doppietta di Matthäus, Alessandro Bianchi». Todesco conferma. «Finita la partita, mi concessi un giretto attorno al campo da gioco, guardando gli spalti, perso tra i miei pensieri. Io, milanese, sapevo sarebbe stato l’ultimo giro, a San Siro. Non avevo più voglia». Lo dice senza dolore. Era pronto per la fase successiva, anche se a quel punto aveva soltanto ventinove anni.

Era il suo ultimo giro a San Siro. L’ultimo giro di quel Como dei giovani cresciuti in casa, dei grandi sogni. «Era l’ultimo giro di un certo calcio. E degli anni Ottanta. Ma l’unico davvero pronto a voltare pagina era lui, eri tu, Dodo», intervengo io. Tutti se ne stanno in silenzio. Poi l’Antognoni di Olgiate lo interrompe, senza tatto. «Oh, Dodo. Dai, ci racconti di quel tuo famoso gol con la Lazio al Catanzaro, che su Wikipedia non lo vedo?».

Glossario

Lorusso e Pezzella: Michele Lorusso, difensore centrale barese, giocò tutta la sua carriera da professionista nel Lecce, totalizzando 418 presenze, molte delle quali proprio in coppia con Ciro Pezzella. Pezzella, campano, cambiò più squadre, ma giocò per tanti anni proprio nei giallorossi pugliesi, a due riprese. Lorusso e Pezzella morirono assieme, in un incidente stradale, il 2 dicembre del 1983. Per paura di volare, scelsero di affrontare la trasferta per Varese in automobile. Una decisione fatale. A entrambi è dedicata la curva nord del Via del mare.

Vincenzo Paparelli: è il tifoso laziale che venne ucciso allo Stadio Olimpico il 28 ottobre del 1979, ucciso da un razzo sparato dalla Curva Sud occupata dai tifosi della Roma. Il derby non era neppure ancora iniziato. E lui venne colpito direttamente a un occhio. Aveva 33 anni, due figli ed era un meccanico. Nonostante le pressioni della tifoseria laziale, la partita venne disputata per evitare ulteriori tensioni, già naturalmente scoppiate in seguito all'accaduto. L'autore del lancio, il 18.enne Giovanni Fiorillo, si diede subito alla fuga, transitando anche per la Svizzera. Si costituì solo mesi dopo, venendo condannato a sei anni e dieci mesi per omicidio preterintenzionale. Una curiosità: praticamente ogni giorno, durante la latitanza, chiamò il fratello di Paparelli per scusarsi del gesto.

Sassi e Vitaletti: il giornalista milanese Carlo Sassi, con il suo montatore Heron Vitaletti, è considerato a giusta ragione l’inventore della moviola in televisione. Più precisamente, la inventò il 22 ottobre del 1967, preparando la puntata serale della Domenica Sportiva attorno a un discusso gol di Rivera nel derby con l’Inter. Sassi – che ha poi vissuto una seconda giovinezza ai tempi del primo Quelli che il calcio – è morto poche settimane fa, il 28 settembre, sempre a Milano.

Antonio Fernando Labonia: classe 1959, detto El Tano, ovvero L’italiano, arrivò alla Lazio nel 1978, dividendosi tra Primavera e prima squadra. Del centrocampista argentino, scuola River Plate, si contano cinque presenze appena in Serie A, senza reti. Originariamente, a volerlo alla Lazio fu un altro argentino, Juan Carlos Morrone, allora vice di Bob Lovati in panchina.

Jorge Washington Caraballo: «Sarò il nuovo Schiaffino», disse all’arrivo a Pisa. Si rivelò un flop. Leggenda narra che a condurre l’operazione per il suo acquisto in Uruguay fu il figlio di Romeo Anconetani, ovvero Adolfo, a cui il centrocampista del Danubio venne segnalato da un taxista a Montevideo. Roba da «L’allenatore nel pallone». In sette partite, non segnò mai. Sbagliò però un calcio di rigore. A Pisa, ancora oggi, se qualcuno nomina Caraballo, si sentirà rispondere da qualcuno: «Caraballo, mejo perdello he trovallo». Oggi, fa a sua volta il taxista a Montevideo.

Di Somma e Cattaneo: Cesare Cattaneo, brianzolo, transitò anche dal Como nei primi anni Ottanta. Uno stopper vecchia maniera, con il 5 sulla schiena. Ad Avellino trovò, come compagno di reparto, il campano Salvatore Di Somma, di professione libero. In un’intervista piuttosto recente, Daniele Massaro ha avuto modo di ricordare: «Cattaneo e Di Somma: uno ti alzava, l’altro ti rinviava. Forse non se li ricordano in molti, ma le botte più dure le ho prese da loro ad Avellino, un campo minato». In effetti viene ricordata come una delle coppie più dure, ma efficaci, della storia del calcio italiano.

North York Rockets: squadra di Toronto creata da un gruppo di calabresi emigrati in Canada, i vari Gus Mandarino, Basil Policaro, Tony Ciamarra, Joe D'Urso, Mario Rollo e Mario Giangioppo. Molti di loro sono imprenditori ancora attivi in Nord America. La squadra si iscrisse nel 1987 alla neonata Canadian Soccer League, che venne però chiusa appena cinque anni dopo. Con Todesco arrivarono altri due italiani, ovvero Marco Nicoletti – già suo compagno al Como – e Massimo Briaschi. Allenatore, il polacco Lato.

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