Ma l'iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» è davvero sostenibile?

L'iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni!» rivendica una migliore tutela dell'ambiente grazie al contenimento della popolazione. Ma in caso di approvazione, il clima ne trarrebbe davvero beneficio? Gli esperti ne dubitano.
Secondo l'UDC, promotrice del testo sottoposto al voto il 14 giugno, limitare l'immigrazione permetterebbe di proteggere l'ambiente e di preservare in modo durevole le risorse naturali. Il partito collega l'ecologia alla sovrappopolazione sin dalla sua iniziativa «contro l'immigrazione di massa», approvata nel 2014.
Uno studio demografico del Consiglio federale pubblicato lo scorso novembre mostra tuttavia che l'obiettivo delle emissioni nette zero entro il 2050 potrà essere rispettato anche con una Svizzera di 11 milioni di abitanti. La Confederazione prevede una popolazione di 10,3 milioni entro quella data. L'UDC esige invece misure non appena il numero dei residenti raggiungerà i 9,5 milioni.
L'aumento della popolazione complessiva in Svizzera comporta certamente una crescita dei consumi. I danni ambientali, però, non sono legati alla demografia, bensì alla disuguaglianza nell'accesso alle risorse, osserva Michel Oris, ex professore di demografia e storia all'Università di Ginevra, a Keystone-ATS.
La differenza sta soprattutto nelle scelte e nelle abitudini di consumo. Non appena una persona adotta uno stile di vita svizzero, le emissioni aumentano inevitabilmente, aggiunge Etienne Piguet, professore di geografia delle mobilità all'Università di Neuchâtel.
Immigrazione contro il declino demografico?
Da parte sua, Oris vede un altro rischio nella limitazione dell'immigrazione: la perdita di attrattiva della Svizzera in un contesto di calo demografico.
«La popolazione del continente europeo diminuirà di 100 milioni entro la fine del secolo, secondo gli statistici, vale a dire un quinto di quella attuale», spiega. «In Svizzera servirebbero più di due figli per donna per contrastare questo calo». Un obiettivo oggi ben lontano dall'essere raggiunto (nel 2024 il numero medio di figli per donna era di 1,29, ndr.).
Questa diminuzione della natalità, combinata con l'invecchiamento della popolazione, avrà inevitabilmente ripercussioni sui servizi e sulle finanze pubbliche. «Se vogliamo mantenere la Svizzera prospera e ricca che conosciamo, non vedo come ciò possa essere possibile senza immigrazione», afferma Oris.
Altri Paesi, come l'Italia, fanno sempre più affidamento sull'immigrazione per sostenere la propria economia e i propri servizi di fronte alla crisi demografica. La Cina, invece, punta sui robot per compensare la carenza di manodopera, in particolare nei servizi di assistenza agli anziani.
«Non è una bacchetta magica»
Piguet relativizza tuttavia questa visione: se si volesse compensare davvero il calo della natalità, l'immigrazione dovrebbe essere molto più elevata - almeno cinque volte superiore - rispetto ai livelli attuali. Inoltre, le persone che arrivano in Svizzera dovrebbero trovare immediatamente un impiego, così da contribuire al finanziamento delle prestazioni sociali.
«Ma sappiamo bene che oggi non è così», spiega. «L'immigrazione non è nemmeno una bacchetta magica». Lo specialista deplora le semplificazioni contrapposte che caratterizzano la campagna a favore e contro l'iniziativa.
«I numerosi effetti positivi dell'immigrazione devono essere presi in considerazione. Ma bisogna anche poter riconoscere che l'immigrazione pone alcuni problemi». Per il professore di Neuchâtel, una forte restrizione dei flussi migratori come auspica l'UDC non è la soluzione, così come non lo sarebbe un'apertura totale.
Di fronte a sfide complesse, serve una risposta articolata. «In questo caso, l'attuale politica migratoria svizzera, pur non essendo perfetta, dimostra una certa coerenza grazie a un'apertura controllata e selettiva», conclude Piguet.