La testimonianza

Ma Meta sta davvero rubando talenti?

Con Remo Storni, ingegnere informatico ticinese nella Silicon Valley, analizziamo le politiche aggressive di Mark Zuckerberg e i possibili sviluppi del metaverso
© AP/Tony Avelar
Marcello Pelizzari
01.02.2022 06:00

L’hanno definita, invero con poca fantasia, una guerra. Anzi, la guerra. Per conquistare il metaverso, l’ultima frontiera del web. La notizia risale a qualche settimana fa. Meta, la nuova declinazione di Facebook, sta reclutando talenti. O meglio: sta facendo acquisti più o meno ovunque nella Silicon Valley, spaventando gli altri protagonisti di Big Tech.

Nel 2021, per dire, Microsoft ha perso cento dipendenti della divisione realtà aumentata. Destinazione Meta, appunto, forti di salari maggiori. In alcuni casi raddoppiati. Ma la fuga di cervelli riguarderebbe anche altre aziende, fra cui Apple. Tant’è che Cupertino, dopo che svariati collaboratori sono passati al “nemico”, ha annunciato bonus extra fra i 50 e i 180 mila dollari a mo’ di incentivo. Della serie: restate, per favore.

Secondo gli osservatori, la concorrenza fra Apple, Google, Microsoft e Meta è destinata ad aumentare nel 2022. Complice, come dicevamo, il metaverso e il business che potrebbe generare. Nei prossimi anni, stando a Goldman Sachs, il settore attirerà investimenti per 1.350 miliardi di dollari. Urca. Ah, anche Netflix e Amazon – tanto per gradire – sono della partita.

Per capirne di più ci siamo rivolti a Remo Storni, un ticinese da anni trapiantato in California. Ingegnere informatico di professione, ha alle spalle un curriculum di studi e lavorativo impressionante: Bachelor e Master al Politecnico di Zurigo, Dottorato presso l’Università di Tokyo, quattro anni a Google, due a Facebook e tre ad Apple, dove lavora tuttora in qualità di Software Engineer e Machine Learning Engineer.

Il fenomeno esiste, ma...
«Dall’interno, quantomeno nella mia divisione, il fenomeno si vede meno» spiega il nostro interlocutore. Il discorso cambia, tuttavia, se ci spostiamo sul fronte dell’hardware. «È vero, la Apple per trattenere i suoi ingegneri ha offerto bonus fino a 180 mila dollari. L’hardware è centrale nel discorso del metaverso per via dei visori per la realtà virtuale. Facebook non ha molta esperienza in merito, ha costruito delle versioni iniziali di questi visori ma finora si è concentrata di più su applicazioni e server». Apple e Amazon, un’altra azienda nel mirino di Meta, hanno più dimestichezza. «Il primo iPhone risale al 2007» ribadisce Storni. «Apple sa come fare schermi, sensori, altoparlanti e microfoni. Sono questi gli ingegneri più desiderati».

Andarsene conviene?
A Storni chiediamo, visto il suo vissuto, se abbracciare la causa di Meta sia davvero una buona idea. «Facebook ha una cattiva reputazione, dentro e fuori la Silicon Valley. È un datore di lavoro esigente, tanto per cominciare. E poi, al suo interno, la pressione è forte: se non rendi abbastanza vieni licenziato. Altrove, nonostante i carichi siano altrettanto pesanti, non c’è questo timore. Facebook offre sicuramente più soldi, ma il sacrificio richiesto è alto». Tradotto, alcuni hanno lasciato la strada vecchia per la nuova. Ma non tutti. «La fine del mondo è un’altra cosa” chiarisce Storni. “Non ho dati, non partecipo alle assunzioni di Meta e lavoro nel software, però la campagna di Meta sta funzionando fino a un certo punto. Quantomeno, al netto dei bonus di cui parlavamo non c’è tutta questa apprensione fra le altre aziende. Meta, insomma, non sta rubando tutti gli ingegneri».

Mark Zuckerberg non è nuovo a simili iniziative e azioni di reclutamento. Ancora Storni: «Facebook rubò diversi ingegneri a Google quando decise di entrare nel mondo della pubblicità. Utilizzò proprio il salario aumentato quale leva».

L’unica azienda che finora è uscita davvero allo scoperto è Facebook: cambiando nome in Meta, ha fatto capire a tutti quale sarà la sua prossima scommessa

E gli altri, che cosa fanno?
Detto di Meta, cosa stanno facendo le altre aziende in ottica metaverso? Chi, per farla breve, è della partita? «Questo, a memoria, è il secondo tentativo di costruire un metaverso» risponde Storni. «Google, anni fa, aveva un progetto chiamato Daydream. L’idea, alla base, era che ogni telefono diventasse un mezzo per accedere alla realtà virtuale. Il dossier era stato in parte abbandonato, ma ora Mountain View ci sta rimettendo le mani. Anche Amazon e Netflix hanno un forte interesse. È vero, si occupano di altro al momento. Film e serie tv, se penso nello specifico a Netflix. Che, tuttavia, di fondo rimane una piattaforma streaming. E può connettersi facilmente al metaverso. Microsoft, per contro, ha già lanciato HoloLands, un visore, ed è molto attiva nel settore dei videogiochi. Anche qui, il metaverso è connesso al mondo del gaming. Tanti protagonisti, quindi, stanno lavorando per entrare. Come e con quale strategia, lo vedremo. L’unica azienda che finora è uscita davvero allo scoperto è Facebook: cambiando nome in Meta, ha fatto capire a tutti quale sarà la sua prossima scommessa».

Metaverso vs. mondo reale
La domanda, al di là delle contese fra Meta e gli altri colossi, è sempre la stessa: un domani passeremo la maggior parte delle nostre giornate nel metaverso, fra incontri virtuali ed emozioni reali? Sì, no, forse. «Chi può dirlo? Prima dell’iPhone non avevamo questo rapporto con i telefoni, ci mandavamo messaggi ma non passavamo così tanto tempo davanti allo schermo» le parole di Storni. «Ci limitavamo agli SMS. Quando Steve Jobs ha creato l’iPhone, appunto, probabilmente non si immaginava tutte queste possibilità. Non saprei se il metaverso è una visione di Zuckerberg o, allargando il campo, è una visione per l’intera società. Dipende quanto si rivelerà utile lo strumento. I visori creano ancora problemi, ad alcuni danno la nausea e può darsi che causino eccessiva stanchezza degli occhi».

Apple è reduce da un trimestre record, con ricavi oltre i 120 miliardi di dollari. È più del doppio del PIL di una nazione come la Svizzera. No, queste non sono aziende piccole

La Cina e la politica
Finora, con Storni, abbiamo affrontato la cosiddetta guerra per il metaverso da una prospettiva prettamente statunitense. Ma il resto del mondo, leggi Cina, è in ebollizione. «La Cina e le sue grandi aziende tecnologiche stanno tentando di competere. Penso a TikTok, il social con la crescita più rapida. È un Paese che sta investendo tantissimo. Alcuni ingegneri cinesi si sono spostati dalla Silicon Valley in Cina. Questo perché laggiù pagano abbastanza, quanto gli americani se non di più. È chiaro, non tutto è rose e fiori: si lavora secondo la regola 9-9-6, ovvero dalle nove di mattina alle nove di sera per sei giorni la settimana, se non sette. La paga, per farla breve, comporta determinati sacrifici. In Cina, ad ogni modo, c’è talento. Avanti di questo passo, il Paese potrà competere senza problemi per il metaverso».

Il discorso, inevitabilmente, si sposta sulle regolamentazioni e, di fatto, sulla politica. L’Unione europea sta cercando di limitare il raggio d’azione di Big Tech e anche l’amministrazione Biden non è esattamente amica dei colossi di Silicon Valley. Come la mettiamo? «Noi ingegneri, permettetemi l’espressione, siamo un po’ complici. Proprio perché lavoriamo nella Silicon Valley. Rimanendo negli Stati Uniti, tanto democratici quanto repubblicani hanno avuto e hanno problemi con Big Tech. Da una parte la lotta alle fake news, dall’altra le distorsioni riguardo alle opinioni più conservatrici. Dipende anche dove uno lavora e ha lavorato. La gente, ora che sul mio curriculum figura Meta, mi vede in modo differente. E questo nonostante me ne sia andato oltre tre anni fa. Vedremo, per concludere, come si organizzerà la politica e come approccerà il problema. Non è una questione facile. Apple è reduce da un trimestre record, con ricavi oltre i 120 miliardi di dollari. È più del doppio del PIL di una nazione come la Svizzera. No, queste non sono aziende piccole».

Sono colossi. E sono pronti a sfidarsi per conquistare il metaverso.