Ticino

Ma per i profughi ucraini trovare lavoro è tuttora difficile

Renzo Zanini (DSS) racconta le sfide dell’integrazione per le persone con uno statuto di protezione: «L’impegno è massimo, ma il nostro cantone è svantaggiato rispetto al resto del Paese»
© CdT/Chiara Zocchetti
Martina Salvini
24.02.2026 06:00

È nei primi mesi del 2022 che si compie quello che Renzo Zanini, capo dell’Ufficio dei richiedenti l’asilo e dei rifugiati, definisce «un piccolo miracolo»: reagire all’emergenza e fornire un alloggio ai i 2.500 ucraini scappati dalla guerra e approdati in Ticino. Zanini ricorda bene, anche a distanza di quattro anni, quelle settimane. Lo si capisce dalla voce, dalla concitazione con cui racconta la frenesia di quei giorni. Un’emergenza che, a dispetto delle previsioni, «non si esaurì, come si pensava, in poche settimane». Ed è in questa ammissione si ritrova anche una punta di rammarico. «Perché, se avessimo potuto prevedere quanto sarebbe durato il conflitto, non avremmo perso due anni preziosi. La Confederazione si sarebbe mossa subito per garantire alle persone arrivate qui un percorso orientato all’integrazione sociale e professionale a lungo termine, e non solo una presa in carico temporanea, orientata a un rapido ritorno a casa. Avremmo fatto di più e meglio, fin dall’inizio». Perché per quanto le autorità si siano prodigate e continuino a impegnarsi, oggi in Ticino la quota di chi è arrivato nel 2022 e ha trovato un’occupazione non supera il 30%. Restando ben lontana, perciò, dalla soglia del 50% fissato dalla Confederazione «Il Ticino, inutile girarci attorno, fa molta più fatica degli altri cantoni», spiega Zanini. «A nostro sfavore giocano una serie di fattori: la lingua italiana, che fa del nostro cantone un unicum a livello svizzero; la concorrenza con il frontalierato e anche il tasso di disoccupazione più alto. Senza dimenticare che la maggior parte delle persone arrivate dall’Ucraina sono donne scappate dalla guerra con i propri figli e che, quindi, per loro si pone anche il tema dell’accudimento dei figli. Tutto ciò che fa sì che per noi l’obiettivo occupazionale stabilito dalla Confederazione risulti fin troppo ambizioso e difficilmente raggiungibile». Il dato, tiene inoltre a specificare Zanini, non tiene conto di chi sta facendo uno stage, né di quanti sono economicamente indipendenti. «Nel nostro cantone, circa il 20% delle persone con statuto S non riceve alcun aiuto. O perché si tratta di persone facoltose, o perché sono assunti in telelavoro da aziende estere».

Numeri stabili

In Ticino, oggi, il numero delle persone con uno statuto di protezione si mantiene piuttosto stabile. Gli statuti S, attualmente, sono circa 2.500, 1.500 dei quali risultano essere arrivati nel nostro cantone quattro anni fa. «Dopo il primo anno di guerra, la situazione è andata via via stabilizzandosi, come si evince dai dati. Nel corso del 2022 abbiamo registrato 3.211 arrivi, scesi poi nel 2023 a 739, nel 2024 a 659, fino ai 447 dello scorso anno. Nel corso del tempo, però, gli arrivi sono stati compensati dalle partenze. Sono infatti moltissime le persone che hanno deciso, durante questi quattro anni, di lasciare il nostro territorio per fare ritorno a casa, in Ucraina». Negli anni, ricorda poi Zanini, sono anche cambiate le regole imposte da Berna. «Per noi, quindi, si tratta di una sfida continua. Nel marzo del prossimo anno, ad esempio, scadrà lo statuto S per gli ucraini che sono arrivati qui nel 2022, visto che la durata dello statuto di protezione è stata fissata dal Consiglio federale a cinque anni. A quel punto, non è ancora chiaro che cosa accadrà, siamo pronti a ogni evenienza».

La sfida dell’integrazione

La flessibilità, del resto, è un’abilità che l’ufficio di Zanini ha dovuto imparare in fretta da quando è scoppiato il conflitto. «Nei primi giorni di guerra regnava l’incertezza. I primi profughi iniziarono ad arrivare nei primi giorni di marzo, spesso ospitati da privati, amici o parenti sul territorio. In attesa di avere indicazioni precise dalla Confederazione, cercammo di muoverci in anticipo». Così, nel giro di qualche giorno, il Cantone fu in grado di predisporre un sistema d’accoglienza funzionale e - grazie alla Sezione del militare e della protezione della popolazione e al supporto della Protezione civile – poter disporre di una prima la struttura di accoglienza a Cadenazzo. «A marzo, arrivarono in Ticino 1.700 persone. In aprile furono 888. La chiave di riparto prevede che al nostro cantone vengano attribuiti il 4% degli arrivi totali. In quel periodo - che in realtà si protrasse poi fino all’inizio del 2023 - sfiorammo l’8%. Significa che avevamo sul territorio circa 1.000-1.500 persone in più della norma. La nostra priorità era riuscire a garantire a tutti un alloggio», dice. Al primo centro di Cadenazzo, si sommarono presto altre sei strutture sul territorio. «Ma l’alloggio non era l’unica necessità, perché dovevamo garantire alle persone arrivate le prestazioni finanziarie e predisporre un accompagnamento mirato». I più piccoli, infatti, dovevano riprendere la scuola, mentre i loro genitori dovevano imparare la lingua. «Serviva il personale, ma anche la tecnica. Nel giro di poche settimane siamo riusciti a mettere a punto un sistema funzionante a erogare i primi crediti. È stato proprio un piccolo miracolo».