Maduro come Noriega, quando gli Stati Uniti mostrano i muscoli

L’azione militare che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro nelle prime ore di oggi non rappresenta solo un terremoto politico per il Venezuela, ma segna il ritorno prepotente di una prassi diplomatica che molti analisti credevano sepolta sotto le macerie del Muro di Berlino.
Secondo le analisi prodotte dai
media internazionali, New York Times e BBC in testa, l’operazione Southern Spear sembra uscita direttamente dai manuali della Guerra Fredda, riproponendo quel mix di unilateralismo muscolare e giustificazione morale che ha caratterizzato l’egemonia statunitense nel secolo scorso.
Il parallelismo più immediato tracciato dai corrispondenti è quello con l’invasione di Panama del 1989. Proprio come avvenne con Manuel Noriega, Washington ha scelto di spogliare l’avversario della sua dignità di capo di Stato, declassandolo a criminale comune attraverso incriminazioni per narcoterrorismo gestite dai tribunali federali. Questa strategia di lawfare militarizzata permette alla Casa Bianca di aggirare le lungaggini del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, presentando l’intervento non come un atto di guerra contro una nazione sovrana, ma come un’operazione internazionale di polizia necessaria per la sicurezza del continente.
Sul New York Times, il commento si sposta inevitabilmente sulla nuova Dottrina Monroe riadattata alle sfide del 2026. Se negli anni Settanta e Ottanta l’obiettivo era il contenimento del comunismo, oggi il Venezuela viene descritto come l’hub logistico e ideologico di un asse ostile composto da Russia, Cina e Iran. La rapidità e la brutalità dell’intervento inviano un segnale inequivocabile a Mosca e Pechino: la regione latinoamericana resta una zona d’influenza prioritaria dove gli Stati Uniti non sono disposti a tollerare la presenza di basi operative o alleanze strategiche di potenze extra-emisferiche.
Tuttavia, come sottolineato in un editoriale della BBC, questo ritorno ai metodi da Guerra Fredda solleva interrogativi inquietanti sulla stabilità del diritto internazionale. L’azione unilaterale scavalca completamente le organizzazioni multilaterali e rischia di alimentare un nuovo sentimento antiamericano nel cosiddetto Sud Globale, trasformando un leader accusato di gravi violazioni dei diritti umani in una sorta di martire della sovranità nazionale. Mentre Washington celebra il successo tattico dell’estradizione forzata, il Venezuela si ritrova immerso in un’incertezza pericolosa, con un vuoto di potere che potrebbe sfociare in una guerra civile tra le fazioni militari rimaste fedeli al chavismo e le forze di opposizione sostenute dall’estero.
