Società

Manifestazioni e scontri, Krienke: «Contrastare chi sfrutta le dimostrazioni per realizzare violenza»

Giro di voci tra studenti e professori dell'USI in merito alle proteste avvenute in Itali e in Francia - Il professore della facoltà di teologia: «Quanto accaduto ci impone, come società, di trovare delle risposte urgenti»
© EPA/YOAN VALAT
Thomas Schürch
Thomas Schürch
19.10.2026 16:28

«Il futuro è incerto». «Servono nuove opportunità per i giovani». «Occorre distinguere il tipo di protesta». Sono alcuni dei commenti espressi questa mattina dagli studenti dell’Università della Svizzera Italiana (USI) in merito alle manifestazioni avvenute questo weekend in Francia e Italia. «Onestamente sono un po' spaventato, perché i moti giovanili e le proteste ci sono sempre stati, ma non ne avevo mai visti di così cruenti. Penso soprattutto a quanto accaduto in Francia», racconta un alunno al Corriere del Ticino. «Se una mobilitazione ha alla sua origine una causa nobile, ma vi sono delle frange estremiste che vandalizzano le nostre città, allora siamo di fronte a un problema. La domanda che mi pongo è: la motivazione iniziale ha ancora senso se ci troviamo poi confrontati con il degrado?». Le dimostrazioni «hanno uno scopo, ovvero porre l’accento sulle difficoltà effettive dei cittadini. E questo nessuno lo nega, ma bisogna smettere di utilizzare la scusante del presidio per vandalizzare e commettere reati. Dov'è il controllo? Dov'è il senso civico di una manifestazione? Penso sia questo il punto».

Le problematiche odierne

Un’altra studentessa invita a distinguere tra i vari tipi di protesta. «Spesso gli studenti che manifestano in modo pacifico vengono confusi con persone che in realtà si presentano sul posto solo per causare disagi. Occorre invece separare i due fenomeni». Oltre a ciò «bisogna informare maggiormente i giovani riguardo tutte le problematiche presenti oggi, così da portarli a manifestare in modo pacifico e a non creare danni inutili». Ma quali sono quindi, oggi, le preoccupazioni dei ragazzi? «Secondo me, anzitutto il costo della vita, che sta aumentando sempre di più, in particolare in Italia», ci spiega un’alunna. «Dal mio punto di vista, occorrerebbe garantire ai giovani delle nuove opportunità. Per fare un esempio pratico, gli stage proposti sono pochi e sottopagati. Di conseguenza, i ragazzi non sono particolarmente incentivati a impegnarsi a fondo. Anzi, ritengono sia abbastanza inutile, perché pensano: “Anche se devo fare un tirocinio curriculare, non vengo pagato”, e quindi perdono la motivazione». Le manifestazioni, in tal senso, «rappresentano sempre una buona occasione per far capire ai governi che le cose non funzionano e per esprimere dissenso». Tuttavia «sfruttare le proteste per distruggere negozi e rubare non è giusto e non dovrebbe succedere, anche perché comportamenti simili rappresentano un cattivo esempio».

C’è però anche chi ritiene che dimostrazioni «tranquille» non produrrebbero un reale cambiamento. «Penso non vi sia una vera protesta pacifica che funzioni», spiega uno studente. «Questi momenti devono essere sfruttati per fare più rumore possibile. Le manifestazioni senza quell'aspetto di ribellione diventano qualcosa di controllato. E se il governo può esercitare controllo, allora non è una vera protesta». Se le persone sono stufe del contesto politico e sociale italiano «e decidono di protestare in maniera violenta, vuol dire che c'è un sentimento di infelicità talmente forte da portare a questi comportamenti».

Krienke: «Contrastare la violenza»

«Il futuro è incerto e questi giovani esprimono un sentimento che non coincide più con le certezze del mondo precedente», analizza Marcus Krienke, professore della facoltà di teologia di Lugano. «È per questo motivo che abbiamo difficoltà nel dialogare tra generazioni. E fin quando i ragazzi esprimono questa protesta in maniera pacifica, con degli argomenti ma anche collaborando alla ricerca di una soluzione, hanno tutto il diritto di farlo». Ovviamente «con queste ultime dimostrazioni abbiamo a che fare con tutto un altro modo non solo di esprimere le legittime preoccupazioni, ma anche di realizzarle. Le difficoltà diventano espressione di una società sempre più polarizzata, dove anche agli stessi giovani sembrano credibili solo le risposte estreme». Il centro del dibattito politico, della società «non ha più sostenitori. Che cosa possiamo fare per rafforzare questo centro, dove l'argomento e il confronto pacifico prevalgono sulla violenza? Credo sia questa la grande sfida dei nostri tempi».

Allo stesso tempo «occorre assolutamente contrastare chi sfrutta le dimostrazioni per realizzare violenza. Dobbiamo dimostrare la fermezza delle istituzioni politiche, poiché sono proprio queste ultime a venire minate». Quanto accaduto negli ultimi giorni «non solo è inaccettabile, ma ci impone anche, come società, di trovare delle risposte urgenti. Nessuno può più far finta di non vedere i reali problemi dei nostri tempi».

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