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Maranza, dalle canzoni di Jovanotti al fenomeno social: origini e significato di una parola controversa

Il termine compare nel 1988 in «Il capo della banda» — L’etimologia resta incerta e oggi identifica un mondo che va dal tamarro innocuo al giovane che ostenta atteggiamenti da criminale
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Red. Online
24.10.2026 09:04

La parola «maranza» è entrata stabilmente nel linguaggio comune, ma definirne con precisione il significato non è semplice, nemmeno per i linguisti. Come ricostruisce il Corriere della Sera, la prima attestazione risale al 1988, quando Jovanotti la utilizza nella canzone «Il capo della banda», contenuta nell’album «La mia moto». Il termine ricompare l’anno successivo a Milano: il locale Magia Music Meeting istituisce un «premio maranza» per il divo più cafone, come riferisce il quotidiano il 24 febbraio 1989.

Anche l’origine della parola rimane incerta. Secondo l’Accademia della Crusca, potrebbe derivare dal termine meridionale «maranza», utilizzato per indicare la melanzana, con una possibile sovrapposizione con parole come «Marocco» o «Marrakech». Un’etimologia che lascia aperta anche la questione delle eventuali connotazioni razziste.

Un significato evoluto nel tempo

A differenza di termini come «paninaro», «tamarro» o «truzzo», il significato di «maranza» si è evoluto nel tempo, fino ad assumere accezioni differenti. La parola, rilanciata soprattutto attraverso TikTok, è diventata particolarmente popolare nell’estate del 2022, quando alcuni raduni di giovani a Riccione, Peschiera del Garda e Desenzano del Garda hanno attirato l’attenzione dei media per le tensioni e le minacce di risse e aggressioni.

Oggi l’etichetta comprende realtà diverse: da ragazzi che esibiscono un look appariscente e atteggiamenti da bullo, spesso ispirati alla cultura trap, fino a giovani coinvolti in episodi di violenza e criminalità. Un’immagine frequentemente associata alle origini nordafricane, ma che non corrisponde necessariamente alla provenienza di chi viene definito in questo modo.

L’abbigliamento è uno degli elementi più riconoscibili: scarpe vistose, capi firmati o contraffatti, jeans portati molto bassi e marchi esibiti come simboli di status. A completare il quadro, un linguaggio informale scandito da espressioni come «bro» e «fra».

Il termine, insomma, descrive oggi un fenomeno eterogeneo, nel quale stereotipi estetici, identità giovanili e comportamenti problematici finiscono spesso per sovrapporsi. Con il rischio che un’etichetta nata nel gergo musicale diventi una definizione generica, capace di confondere l’apparenza con la condotta.

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