Martin Pfister: «La sicurezza della Svizzera è minacciata, difenderci da soli è irrealistico»

Martedì 13 ottobre, alle 18, al LAC di Lugano, il consigliere federale Martin Pfister sarà ospite della conferenza annuale dell’Associazione per la rivista militare svizzera di lingua italiana, editrice dell’omonima rivista. Lo abbiamo intervistato.
La Russia ha
invaso l’Ucraina più di 4 anni fa e Mosca moltiplica i segnali di aggressività
anche verso l’Europa. Come valuta la minaccia per l’Europa e la Svizzera? La
situazione è grave?
«Sì. La sicurezza
della Svizzera è oggi minacciata in misura così significativa e su tanti fronti
come non accadeva da decenni. Dobbiamo prepararci al fatto che, nel prossimo
futuro, il contesto della politica di sicurezza rimarrà instabile e
imprevedibile. Gli sviluppi in Europa sono particolarmente preoccupanti. La
Russia sta orientando sempre più la propria economia verso la guerra e continua
a potenziare le proprie capacità militari. Non dobbiamo certo drammatizzare il
rischio di una guerra tra la Russia e i Paesi della NATO, ma tale rischio è
presente, dobbiamo prenderlo sul serio e prepararci in tal senso. A ciò si
aggiunge il fatto che da tempo i conflitti non vengono più combattuti solo con
mezzi militari convenzionali. Disinformazione, ciberattacchi, spionaggio e
sabotaggio fanno oggi parte della guerra ibrida e toccano anche la Svizzera.
Per questo motivo dobbiamo rafforzare con coerenza la nostra sicurezza e la
nostra capacità di difesa».
Come si
concretizza la minaccia? Attacchi al suolo, aerei, alle infrastrutture critiche
vitali, ciberattacchi? E con quali armi?
«La minaccia non
ha un’unica forma. La sfida sta proprio nel fatto che diverse minacce si
verificano contemporaneamente e si combinano tra loro. Spionaggio, attività di
influenza e ciberattacchi come mezzi di guerra ibrida colpiscono già oggi la
Svizzera. Ritengo che tali attività continueranno ad aumentare se le tensioni
geopolitiche dovessero intensificarsi ulteriormente. A ciò si aggiunge la
minaccia a distanza. I moderni droni, i missili da crociera e i missili
balistici guidati hanno una gittata sempre maggiore e una precisione elevata.
Ciò consentirebbe di attaccare obiettivi in Svizzera senza che truppe di terra
debbano prima invadere il nostro Paese. Disponiamo inoltre di infrastrutture
critiche il cui malfunzionamento avrebbe gravi ripercussioni non solo su di
noi, ma in parte anche su altri Stati europei».
Disponiamo dei
mezzi militari necessari per proteggere la Svizzera in caso di una guerra
ibrida in Europa? Qual è lo stato di prontezza del nostro esercito?
«In linea di
principio, il nostro esercito è in grado di adempiere ai compiti che gli sono
attualmente affidati. Dobbiamo tuttavia constatare chiaramente che esistono
delle lacune di capacità. L’esercito non è sufficientemente equipaggiato per
poter respingere, su ampia scala e per un periodo prolungato, soprattutto le
minacce più probabili: azioni ibride e attacchi a distanza. Un esempio sono le
minacce rappresentate dai droni. Per questo motivo stiamo rafforzando in modo
mirato la capacità di difesa dell’esercito. A tal fine non solo investiamo in
capacità e sistemi aggiuntivi, ma adattiamo anche la concezione operativa, le
strutture di comando e l’organizzazione dell’esercito. Il Governo ha deliberato
questi cambiamenti con le linee guida per la difesa».
Entro quanto
tempo saremo davvero pronti a difenderci?
«Il nostro
obiettivo è chiaro: entro la metà degli anni ’30, al più tardi, vogliamo essere
in grado di respingere efficacemente azioni ibride e attacchi a distanza. A
partire dalla fine degli anni 2030, l’esercito dovrà poi essere in grado anche
di respingere un attacco su vasta scala contro la Svizzera. Lo sviluppo di
queste capacità avverrà gradualmente: è fondamentale che creiamo ora i
presupposti necessari a tal fine. La prontezza all’impiego dell’esercito
dipende tuttavia in larga misura dalle risorse finanziarie disponibili».
Negli ultimi 5
anni l’Europa ha aumentato del 75% i propri finanziamenti alla difesa, che oggi
sono il 2,5 per cento del PIL. La Svizzera cosa ha fatto? E qual è la sua quota
rispetto al PIL?
«Negli ultimi
anni abbiamo aumentato i fondi destinati all’esercito. Rispetto al nostro
prodotto interno lordo, ci manteniamo comunque su un livello basso. La quota
delle spese militari rispetto al PIL è passata da circa lo 0,6 per cento nel
2021 a circa lo 0,7 per cento. Siamo quindi ben lontani dal 2,5 per cento che
lei cita per l’Europa. È vero che il finanziamento del nostro sistema non può
essere paragonato alla lettera con quello di altri Paesi. Ma una cosa è chiara:
dobbiamo investire maggiormente nella sicurezza».
È sufficiente per
ricostruire la prontezza alla difesa?
«Una capacità di
difesa credibile può essere sviluppata solo se sono disponibili anche le
risorse finanziarie necessarie. Alla luce dell’aggravarsi della situazione in
materia di politica di sicurezza, nei prossimi anni saranno necessarie entrate
supplementari dell’ordine di miliardi – per l’esercito, ma anche per gli uffici
federali civili con compiti rilevanti per la sicurezza. Il Consiglio federale
ha quindi proposto un contributo alla sicurezza sotto forma di un aumento
temporaneo dell’imposta sul valore aggiunto. La questione è ora oggetto di
dibattito in Parlamento. Le entrate supplementari confluiranno in un Fondo per
gli armamenti in grado di contrarre debiti. In questo modo creiamo i presupposti
finanziari per effettuare investimenti più rapidamente, colmare le lacune di
capacità e rafforzare gradualmente la capacità di difesa della Svizzera. La
prontezza alla difesa dipende però anche dalla volontà di difendersi e dalla
resilienza della popolazione. In questo ambito abbiamo ancora margini di
miglioramento».
Oggi la domanda
di armi è superiore all’offerta. Le armi indispensabili che abbiamo ordinato
saranno consegnate in tempo?
«Dobbiamo partire
dal presupposto che non tutti i sistemi già ordinati saranno disponibili con la
rapidità che la situazione in materia di politica di sicurezza richiederebbe.
La domanda di beni d’armamento è aumentata notevolmente a livello mondiale. Per
i sistemi particolarmente richiesti, come ad esempio i sistemi di difesa
terra-aria o i sistemi di artiglieria, i tempi di consegna si aggirano oggi
spesso tra i quattro e i sei anni. In situazioni di tensione, a ciò si aggiunge
il fatto che i produttori stranieri danno la priorità alle proprie forze armate
e ai propri partner d’alleanza. Ciò è evidente, ad esempio, nel caso del
sistema di difesa terra-aria Patriot: abbiamo ordinato i sistemi nell’ambito
del messaggio sull’esercito 2022. Allo stato attuale, tuttavia, la consegna è
prevista solo negli anni ’30, poiché gli Stati Uniti hanno dato priorità alle
consegne e riforniscono per primi i Paesi che hanno messo a disposizione
dell’Ucraina le proprie dotazioni».
Siamo
indipendenti o in realtà dipendiamo dall’Europa, dalla NATO e dagli USA – sia
dal punto di vista tecnologico che militare?
«In quanto
piccolo Stato nel cuore dell’Europa, non possiamo considerare la nostra sicurezza
prescindendo dal contesto in cui ci troviamo. La nostra sicurezza dipende in
modo determinante dalla stabilità dell’Europa, nonché dagli sforzi in materia
di difesa dei nostri vicini europei e della NATO. Ciò vale anche dal punto di
vista tecnologico: per molti sistemi militari, tecnologie e standard dipendiamo
da partner e fornitori internazionali. Il nostro obiettivo deve quindi essere
quello di raggiungere la massima autonomia possibile in materia di difesa. Allo
stesso tempo, dobbiamo essere in grado, in caso di emergenza, di difenderci
insieme ai nostri partner. Credere infatti di poterci difendere completamente
da soli in ogni situazione immaginabile non sarebbe realistico. Ecco perché è
necessaria l’interoperabilità: standard comuni, sistemi e processi compatibili,
scambio di informazioni, nonché istruzione ed esercitazioni congiunte».
Fino a che punto
la Svizzera neutrale dovrebbe cooperare con la NATO, l’Europa e gli USA e quali
limiti non deve assolutamente superare?
«L’adesione a
un’alleanza militare con obbligo di assistenza reciproca è fuori discussione
per la Svizzera. Finché la Svizzera non viene attaccata direttamente, non può
impegnarsi a fornire militarmente appoggio a una delle parti in conflitto.
Essere neutrali, tuttavia, non significa rinunciare alla cooperazione. Al
contrario. Entro questi limiti, possiamo e dobbiamo collaborare strettamente
con la NATO, gli Stati europei e gli Stati Uniti, se ciò rafforza la nostra sicurezza.
Per me il confine è quindi chiaro. La Svizzera deve rimanere il più possibile
autonoma e, al contempo, collaborare con i propri partner nella misura
necessaria alla propria sicurezza. Ciò che non deve assumere in tempo di pace
sono impegni di assistenza militare incompatibili con la sua neutralità».
Il Parlamento è
consapevole del fatto che, in caso di emergenza, ci vogliono misure di
necessità?
«Sì. A tal fine,
la Costituzione federale ci fornisce gli strumenti necessari affinché il
Consiglio federale possa agire rapidamente in caso di emergenza. Le misure di
necessità non devono mai diventare la norma. Devono essere proporzionate e limitate
nel tempo. Inoltre, il Parlamento deve poter svolgere il proprio ruolo».
E la popolazione
ne è consapevole?
«In tempi
normali, i cittadini si aspettano, a ragione, che le decisioni politiche
vengano prese secondo le consuete procedure democratiche. In una situazione di
emergenza, può arrivare il momento in cui il Consiglio federale deve decidere
molto rapidamente per garantire la sicurezza e la capacità di agire del nostro
Paese. Dobbiamo parlarne apertamente – e farlo prima che si verifichi una
crisi. Infatti, in caso di emergenza, non serve solo la capacità d’azione dello
Stato, ma anche la fiducia della popolazione. Le persone devono poter
comprendere perché sono necessarie misure straordinarie, quali effetti
dovrebbero avere e quando torneremo alle procedure ordinarie. Il dibattito
politico nel nostro Paese, caratterizzato dalla democrazia diretta, rappresenta
una grande opportunità per discutere con la popolazione delle questioni
relative alla politica di sicurezza e per sensibilizzarla maggiormente su tali
tematiche e sulle minacce esistenti».
