Messaggi da Cuba anche via social, Washington e L’Havana trattano

Siamo nel tempo in cui un post sui social media può cambiare la storia. O magari orientarla verso direzioni imprevedibili. Venerdì scorso, una foto pubblicata su X dal Comando Sud degli Stati Uniti (Southcom) ha mostrato - l’uno a fianco dell’altro - il generale Francis L. Donovan e il generale Roberto Legrá Sotolongo. Il primo è il comandante di tutte le truppe USA che agiscono nel quadrante latino-americano; il secondo è, dal 2021, il capo di Stato maggiore delle forze armate rivoluzionarie dell’Havana, nonché membro dell’ufficio politico del Partito comunista cubano.
La foto, in sé, comunica già moltissimo. Ma il testo che la accompagna è ancora più interessante. Perché dice e non dice. Fa capire, forse, che l’opzione militare mai esclusa da Donald Trump non sarebbe così gradita ai generali, i quali sanno bene che invadere l’isola significherebbe impegnare migliaia di uomini in un conflitto casa per casa dall’esito imprevedibile.
«Il generale Donovan, comandante di #SOUTHCOM, ha incontrato oggi il generale di Corpo d’Armata Roberto Legrá Sotolongo, primo viceministro e capo di Stato maggiore, e altri alti leader delle forze armate cubane, lungo il perimetro della stazione navale di Guantánamo Bay, Cuba, per un breve scambio su questioni di sicurezza operativa - si legge nel post - Il generale Donovan ha inoltre guidato una valutazione della sicurezza perimetrale della base navale e ha discusso con i funzionari della base la protezione delle forze armate, la sicurezza dei militari e delle loro famiglie e la prontezza operativa. La stazione navale di Guantánamo Bay è un vitale hub operativo e logistico che supporta gli sforzi militari USA per contrastare le minacce che minano sicurezza, stabilità e democrazia nel nostro emisfero».
Nulla accade per caso
Che cosa significa, allora, questa foto? E perché è stata divulgata coram populo? In situazioni del genere, nulla accade per caso. I capi degli eserciti che da un momento all’altro potrebbero entrare in guerra hanno deciso di mettersi in posa. Che messaggio stanno lanciando? E a chi?
Come ha fatto notare il New York Times, «per anni, il comandante della base di Guantánamo, un capitano della Marina, incontrava mensilmente un comandante militare regionale cubano al cancello che separa l’avamposto statunitense dall’area controllata da Cuba (e da un campo minato). Le cosiddette riunioni sulla linea della recinzione furono istituite da Bill Clinton per discutere questioni comuni ed evitare malintesi. Negli anni successivi, soprattutto dopo che l’amministrazione di George W. Bush istituì lì la prigione militare» in cui rinchiudere i terroristi islamici (ve ne sono tuttora detenuti 15, ndr), «i comandanti della base descrissero i rapporti lungo la recinzione come “buoni”. L’amministrazione Trump ha smesso di tenere quegli incontri nel gennaio 2025».
Ora qualcosa è cambiata. Ma che cosa? Due settimane fa, un’altra istantanea impossibile da prevedere era finita su tutti i media del mondo: lo sbarco nell’isola caraibica, per la prima volta dal 1959, del capo della CIA. Il 14 maggio, John Ratcliffe era giunto a L’Havana per un incontro con il ministro dell’Interno, generale Lázaro Alberto Álvarez Casas e con il capo della Dirección General de Inteligencia (il controspionaggio cubano), generale Ramón Romero Curbelo.
Ufficialmente, Ratcliffe doveva consegnare di persona un messaggio di Trump e offrire assistenza economica e dialogo a fronte di «cambiamenti fondamentali» nel regime comunista. Una spiegazione non del tutto credibile, se è vero che a Langley sicuramente non mancano funzionari cui far indossare la livrea del portalettere prima di recapitare una lettera a Cuba.
La Nimitz resta nei Caraibi
Nulla, tuttavia, è trapelato. Né su contenuti del vertice tra i capi dei servizi segreti, né sul meeting di venerdì lungo il perimetro di Guantánamo. L’Havana ha confermato l’incontro limitandosi a ribadire quanto scritto sui social dagli americani. L’Agencia Cubana de Noticias (ACN), ha ripetuto l’apprezzamento di «entrambe le delegazioni» per l’incontro «in cui sono state affrontate le questioni relative alla sicurezza attorno al perimetro divisivo dell’enclave militare», ma ha aggiunto un particolare importante, ovvero che è stato pure «concordato di mantenere la comunicazione tra i due comandanti militari».
Non un dettaglio da poco, se si pensa che i capi dei due eserciti si sono visti a una settimana esatta dallo schieramento nelle acque di fronte all’isola della portaerei nucleare Nimitz, dalla quale sono decollati voli di intelligence e di ricognizione intorno a Cuba molto più numerosi che in passato. «La Nimitz e uno dei cacciatorpediniere di scorta rimarranno nei Caraibi ancora alcuni giorni prima di essere programmati per tornare a Norfolk, in Virginia», ha scritto sempre il NYT.
Senza alcun dubbio, Cuba e Stati Uniti stanno trattando. E lo stanno facendo su più tavoli. Sicuramente quello politico. E anche quello militare.
Soluzione venezuelana
Dopo la cattura sul velluto di Nicolás Maduro all’inizio di gennaio, avvenuta in tutta evidenza con la complicità di una parte dell’establishment venezuelano, Washington ha deciso che Cuba sarebbe stato l’obiettivo successivo, e ha imposto a l’Havana un blocco senza precedenti.
L’isola dipende interamente dall’estero per le forniture energetiche, e l’embargo del petrolio ha messo in ginocchio l’economia del Paese. Il 13 marzo scorso, Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha ammesso di aver avviato colloqui con l’amministrazione Trump per porre fine al blocco, ma dopo due mesi e mezzo non è chiaro a che punto siano queste trattative.
«Noi dialoghiamo con i cubani ma alla fine devono prendere loro una decisione, il loro sistema semplicemente non funziona», aveva ribadito una settimana fa Marco Rubio, segretario di Stato USA notoriamente molto attento alla questione cubana, provenendo la sua famiglia dall’isola. Rubio ha sempre detto che l’amministrazione di Washington preferisce «un accordo negoziato» con l’Havana a un’azione militare. Un accordo non facile per il regime, che dovrebbe mettersi alle spalle definitivamente l’alleanza con Russia e Cina, aprire a riforme politiche ed economiche e accettare il coinvolgimento dei cubani della diaspora.
L’idea degli Stati Uniti è ripetere più o meno il modello Venezuela. Mantenere cioè la struttura del governo cubano praticamente intatta, almeno fino a quando il meccanismo della democrazia non si affermerà pienamente. «Come volevano evitare l’instabilità in Venezuela, gli americani vogliono evitare l’instabilità a Cuba, forzare un cambio di regime sarebbe troppo rischioso», ha detto all’Adnkronos Michael Shifter, docente di Leadership politica in America Latina alla Georgetown University e già presidente dell’Inter-American Dialogue, uno dei più importanti think tank di politica internazionale con sede a Washington, D.C. Il problema, però, è che al momento non sembra essere emersa a Cuba una figura come la vice di Maduro, Delcy Rodriguez. «Non credo che esista una Rodriguez a L’Havana, dove il potere opera in modo diverso che in Venezuela ha spiegato ancora Shifter - È difficile capire cosa stiano cercando, ma non penso che sia una qualche forma di struttura di governo».
Sulla stampa americana si insiste tuttavia nel sottolineare come il futuro dell’isola possa essere legato alla figura del nipote di Raúl Castro, Raúl Guillermo Rodríguez, vero uomo forte di Cuba, interlocutore di Washington per le questioni economiche e possibile garanzia verso una transizione non cruenta.
