Midterm, il 20% degli americani ha già votato

La busta che nessuno si aspettava è partita qualche giorno fa da Roma. Destinazione: Chicago, Illinois. È quella che contiene il voto di papa Leone XIV, il primo pontefice della storia a esercitare il proprio diritto di elettore americano fuori sede, «in linea con una consolidata prassi di partecipazione civica», ha spiegato in una nota venerdì scorso la sala stampa del Vaticano.
Robert Prevost è, però, soltanto uno degli oltre 54 milioni di statunitensi che hanno già espresso la propria preferenza nelle elezioni di midterm, il passaggio che potrebbe cambiare radicalmente la politica dei prossimi anni, e non soltanto oltreoceano.
In attesa di capire se davvero domani ci sarà una «gigantesca onda blu», ovvero una vittoria netta dei democratici - favoriti da tutti i sondaggi nazionali e locali - i numeri reali dicono che, fino a ieri, almeno 9 milioni in più di americani hanno scelto di votare in anticipo rispetto al 2022. E in questa corsa alle urne, l’entusiasmo per la partecipazione alle consultazioni di midterm sembra essere più forte tra i democratici: nei 24 Stati che segnalano l’appartenenza partitica dei votanti iscritti alle liste elettorali, i dem che hanno già consegnato la scheda sono stati sinora 11,137 milioni, il 43% del totale; i repubblicani, invece, 8,22 milioni (31,7%), mentre i votanti che non dichiarano alcun legame con i due partiti maggiori sono stati 6,55 milioni (25,3%).
I dati dell’Election Lab
I dati sono pubblicati e aggiornati in tempo reale dall’Election Lab at the University of Florida, diretto da Michael McDonald. Gli elettori americani che hanno già votato recandosi - negli Stati che lo permettono - nei seggi aperti in anticipo sono stati poco meno di 30 milioni, scrivono i ricercatori dell’Election Lab. Oltre 24 milioni, invece, le buste contenenti schede votate per corrispondenza e recapitate agli uffici statali (su un totale di 60.967.521 schede distribuite).
Ovviamente, le affiliazioni politiche dichiarate non determinano automaticamente il voto effettivo espresso. Sono un indicatore di massima, di cui gli analisti tengono conto con le dovute cautele. Soprattutto nella corsa per il Senato, che mette in palio soltanto un terzo dei seggi, 35 seggi su 100. Nella Camera alta del Congresso i repubblicani hanno oggi 53 eletti contro i 47 dei democratici. Con questi ultimi che puntano a ottenere vittorie in Stati tradizionalmente conservatori quali Texas, Alaska e persino Kansas.
Stando sempre ai numeri dell’Election Lab della University of Florida, in Texas oltre 7 milioni di persone hanno già votato anticipatamente: 1,5 milioni in più di quanti lo avessero fatto quattro anni fa.
In South Carolina, Stato nel quale Donald Trump ha vinto con quasi il 18% di vantaggio nelle elezioni presidenziali del 2024, il voto anticipato è aumentato dell’83% rispetto alle elezioni di metà mandato del 2022. In Kansas, uno Stato normalmente repubblicano nel quale il candidato dem Adam Hamilton sembra poter insidiare l’uscente Roger Marshall, il voto anticipato è aumentato del 34%, mentre nel Maine è cresciuto del 44%. In Michigan, la sfida tra il democratico Abdul El-Sayed e il repubblicano Mike Rogers, oltre a infiammare il dibattito sui media nazionali, ha già fatto crescere il voto anticipato del 32%.
Congresso numero 120
Gli aventi diritto al voto per le midterm 2026 sono circa 250 milioni, circa 8,5 milioni in più rispetto alle precedenti elezioni del 2022. Secondo il Pew Research Center, società indipendente di analisi demoscopiche e sociali con sede a Washington DC, un elettore su dieci è cittadino naturalizzato, non è cioè nato negli USA.
Il nuovo Congresso sarà il 120. della storia degli Stati Uniti e si insedierà il 6 gennaio del prossimo anno. Gli elettori eleggono con il sistema maggioritario tutti i 435 deputati della Camera bassa (House of Representatives) e 35 senatori. Alla Camera ciascuno Stato è rappresentato da un numero di deputati proporzionale alla popolazione - in testa c’è la California, con 53 deputati eletti. Al momento i repubblicani controllano 219 seggi (uno soltanto in più della maggioranza assoluta) e i democratici 214, due seggi sono vacanti. Al Senato, invece, ogni Stato è rappresentato da due eletti che durano in carica 6 anni. Anche al Senato il sistema di voto è maggioritario su un collegio unico statale. Attualmente, i senatori repubblicani sono 53, i democratici 47.
Le elezioni di metà mandato solitamente non premiano l’amministrazione in carica. Nella storia moderna, soltanto in tre occasioni il partito del presidente è riuscito a sfatare la «maledizione di midterm» - che gli americani chiamano midterm curse o midterm malediction o, ancora, presidential penalty, la sanzione presidenziale: nel 1934 con Franklin Delano Roosevelt, nel 1998 con Bill Clinton e nel 2002, un anno dopo le Torri gemelle, con George W. Bush.
Nell’election day di domani i cittadini di 36 Stati sono chiamati a eleggere anche il governatore. Fra le corse più importanti, quella per la successione di Gavin Newsom alla guida della California e quella in Texas tra il repubblicano Greg Abbott e la democratica Gina Hinojosa.
