Stati Uniti

Midterm, tra venti giorni si vota: Trump tenta di fermare l’onda blu

Tutti gli istituti demoscopici danno per scontata la vittoria dei democratici alla Camera dei Rappresentanti - Al Senato sfide combattute in alcuni Stati chiave come Michigan e Texas - In soccorso dei repubblicani si è mosso anche Elon Musk che ha raccolto e donato 366 milioni di dollari
Anche i Tir servono a veicolare i colori della bandiera americana in campagna elettorale. ©ALBERT PENA
Dario Campione
14.10.2026 06:00

L’onda blu sommergerà davvero Donald Trump? La domanda rimbalza da settimane sui media degli Stati Uniti. Senza, però, risposte univoche. Al di là degli orientamenti editoriali di giornali, radio e Tv, la sensazione che i Repubblicani possano perdere, il prossimo 3 novembre, il controllo dell’intero Congresso è forte. I sondaggi sono tutti favorevoli ai democratici. Ma un conto sono le percezioni e le emozioni. Un altro i risultati. Quelli veri. Concreti.

La preoccupazione degli elettori per i prezzi elevati di carburanti e generi alimentari, unita alla crescita dell’inflazione, all’esplosione ulteriore del debito pubblico federale e all’insoddisfazione per la guerra in Iran hanno portato molti analisti e sondaggisti a prevedere una significativa vittoria dem alla Camera Bassa. E una possibile vittoria, sebbene molto più di misura, anche al Senato.

Vantaggio in apparenza netto

Il Cook Political Report, pubblicazione online indipendente specializzata nell’analisi e nelle previsioni elettorali e considerata una delle fonti più autorevoli e affidabili nel panorama giornalistico e politologico americano, ha spostato venerdì scorso il vantaggio alla Camera a favore dei democratici a 18 seggi. Allo stato attuale, gli oppositori di Trump dovrebbero conquistare tra 224 e 234 seggi nella prossima Camera dei Rappresentanti. Oggi ne hanno 214, contro i 219 dei repubblicani (2 seggi sono invece vacanti).

Il ridisegno dei collegi per la Camera, il cosiddetto Gerrymandering, «limita la dimensione della maggioranza di qualsiasi partito - ha scritto Erin Covey, analista del Cook Political Report - ma i democratici dovrebbero comunque ottenere un successo abbastanza netto».

Il corrispondente da Washington della Reuters, Tim Reid, invita però a una maggiore prudenza. «I sondaggi d’opinione - ha scritto ieri il giornalista dell’agenzia britannica - hanno spesso sottovalutato il sostegno repubblicano negli ultimi cicli elettorali». Vero è che «i maggiori errori nei sondaggi sono avvenuti quando Trump era sulla scheda», tanto che il presidente USA ha esortato i suoi sostenitori a trattare le elezioni di novembre come se fosse un voto presidenziale. Ma è altrettanto vero che «i sondaggi hanno molte volte sottovalutato, e significativamente, la forza repubblicana nelle elezioni di metà mandato». Nel 2014, ad esempio, il Grand Old Party (GOP) ottenne una vittoria schiacciante non pronosticata al Senato. I sondaggi di metà mandato sbagliarono, tuttavia, anche nl 2022, quando non seppero anticipare l’ottimo risultato dei democratici.

Aggiornamenti quotidiani

Giusti o sbagliati che siano, i sondaggi dominano letteralmente la comunicazione politica statunitense. Grandi e piccoli media aggiornano quotidianamente le proprie pagine online con numeri e grafici bicolori: rosso per i repubblicani, blu per i democratici. New York Times, Washington Post, Politico, Axios, Associated Press: nessuno rinuncia a comunicare ai lettori ogni piccolo scostamento percentuale.

Ovviamente, non tutte le rilevazioni sono prese in considerazione. Il New York Times, ad esempio, pubblica soltanto i sondaggi di società che soddisfano almeno due dei tre criteri considerati essenziali: avere un comprovato record di accuratezza nelle recenti elezioni; fare parte di un’organizzazione professionale di società demoscopiche; effettuare campionamenti statistici (peraltro, il giornale newyorkese conduce propri sondaggi nazionali e statali in collaborazione con l’Istituto di ricerca della Siena University, ateneo francescano con sede a Loudonville, nei sobborghi di Albany).

Ma la varietà dei dati disponibili è talmente ampia da permettere almeno una considerazione: le scelte dei politici americani sono inevitabilmente condizionate dagli umori di un elettorato costantemente monitorato.

Dando per scontata la vittoria alla Camera, per tornare ad avere la maggioranza in Senato i democratici devono «mantenere tutti i propri seggi, inclusi i campi di battaglia di New Hampshire, Georgia e Michigan. E conquistarne almeno altri quattro». Le loro migliori opportunità sono in Alaska, Iowa, Maine, North Carolina, Ohio e Texas. «I venti elettorali stanno soffiando contro il presidente e i repubblicani, come accade storicamente nelle elezioni di metà mandato per il partito al potere - scrive l’Associated Press - Gli elettori sono insoddisfatti delle scelte di Donald Trump, mentre la guerra in Iran continua e i prezzi della benzina stanno salendo vertiginosamente».

Le sfide più attese

Il voto del Michigan è uno dei più attesi. I democratici sono stati costretti ad «abbracciare» un outsider progressista - Abdul El-Sayed, ex direttore della sanità pubblica della contea di Wayne - il quale ha sconfitto alle primarie la deputata Haley Stevens, appoggiata da tutto l’establishment dem dello Stato, compresi il senatore uscente Gary Peters e la governatrice Gretchen Whitmer. El-Sayed affronta l’ex deputato repubblicano Mike Rogers, che due anni fa aveva perso di misura la corsa al Senato contro la senatrice Elissa Slotkin. Deputato dal 2001 al 2015, Rogers ha attaccato le posizioni progressiste di El-Sayed e la sua fede musulmana, in questo sostenuto apertamente da Donald Trump. El-Sayed, a sua volta, ha preso di mire l’obbedienza di Rogers a Trump, e ha impostato la campagna elettorale sulle questioni legate al costo della vita.

Partita decisiva è anche quella del Texas, Stato nel quale nessun democratico ha conquistato il seggio senatoriale dal 1988. James Talarico, 37 anni, membro della Chiesa Presbiteriana e deputato nazionale dal 2018, potrebbe spezzare l’incantesimo e battere il candidato repubblicano, il procuratore generale Ken Paxton. Gli ultimi due sondaggi pubblicati da ReconMR/Siena Research Institute e Trafalgar Group, quest’ultimo istituto demoscopico di orientamento repubblicano, assegnano entrambi a Talarico un vantaggio di 4 punti (48% contro 44%).

Sul risultato di Paxton pesano probabilmente anche gli scandali emersi durante il suo mandato come procuratore generale dello Stato: messo sotto accusa dalla Camera del Texas nel 2023 e quasi rimosso dall’incarico, fu poi assolto dal Senato statale con un voto di misura.

Il ritorno del patron di Tesla

Che la partita elettorale sia drammaticamente importante, soprattutto per Trump, lo testimonia quanto rivelato ieri dal New York Times, ovvero la decisione di Elon Musk di correre in soccorso (finanziario) dei repubblicani. L’anno scorso, dopo aver speso quasi 300 milioni di dollari per aiutare Trump a tornare al potere, Elon Musk aveva detto di aver chiuso con il tycoon.

Il maggior donatore delle elezioni del 2024 sembrava destinato a ritirarsi da Washington, dove aveva fallito come responsabile del famigerato DOGE (Department of Government Efficiency). Invece, così come riferito dal quotidiano newyorkese, Musk ha speso ancora di più per le elezioni di metà mandato rispetto a quanto avesse fatto nel 2024: almeno 366 milioni di dollari, «in una missione di salvataggio della maggioranza repubblicana al Congresso».

I numeri, ha scritto l’Associated Press, sono stati confermati da Andrew Romeo, portavoce del super PAC di Musk (un PAC - Political Action Committee - è un’organizzazione privata che raccoglie e raggruppa fondi da singoli donatori, sindacati o aziende per sostenere o contrastare candidati, partiti o iniziative legislative). Almeno «158 milioni di dollari sono stati destinati al Senate Leadership Fund, che sostiene i candidati repubblicani al Senato, una delle più grandi donazioni politiche note nella storia americana. Altri 76 milioni di dollari sono andati all’America PAC, messo in piedi da Elon Musk in forme simili a quelle usate per sostenere il presidente Trump nel 2024. Dieci milioni di dollari sono invece andati al Lone Star Liberty PAC, gruppo che sostiene Ken Paxton» impegnato, come detto, in una sfida decisiva per uno dei due seggi senatoriali in Texas.

Si eleggono anche 36 governatori statali

Quando si vota
Le elezioni di midterm sono fissate per martedì 3 novembre 2026. In qualche Stato si è già iniziato a votare per posta.

Quanti seggi sono in palio
Si rinnovano i 435 seggi della Camera e 35 seggi del Senato. Si vota anche per l’elezione di 36 governatori statali e di 3 governatori di territori non incorporati (Guam, Isole Marianne Settentrionali e Isole Vergini Americane).

L’equilibrio attuale
Attualmente, il Senato è composto da 53 repubblicani e 47 democratici (inclusi due indipendenti). Alla Camera ci sono invece 219 repubblicani e 214 democratici (due seggi sono vacanti).

Le sfide chiave
Il Cook Political Report indica 7 seggi in bilico al Senato: Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Ohio e Texas. Alla Camera la sfida si gioca in 46 distretti su 435, gli unici considerati in bilico.

Tempi dello spoglio
Nel 2022 il Senato fu assegnato quattro giorni dopo il voto, la Camera otto giorni dopo.

Ballottaggio
In Georgia e Mississippi, se nessun candidato al Senato raggiunge la maggioranza assoluta al primo turno, si va al ballottaggio il 1° dicembre 2026.

Entrata in carica
I neoeletti entreranno in carica il 3 gennaio 2027.