«Mille franchi al mese per chi fa il terzo figlio»

Nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,29, il livello più basso dall’inizio delle rilevazioni nel 1876, e ben al di sotto la quota di 2,1 figli per donna che garantisce la cosiddetta «sostituzione delle generazioni», ossia il livello necessario affinché una popolazione può rinnovarsi naturalmente, senza dover fare affidamento sulla migrazione per mantenere stabile il numero di abitanti. Il dato, pubblicato ieri dall’Ufficio federale di statistica, conferma e aggrava «l’inverno demografico» nel quale la Svizzera e il Ticino si trovano immersi da anni.
Il desiderio di essere genitore
L’analisi dell’Ufficio federale di statistica mette in evidenza due aspetti principali. Il primo riguarda la crescita del numero di persone che dichiarano di non voler avere figli – una tendenza che interessa soprattutto i più giovani, tra i 20 e i 29 anni. Nel 2013, solo il 6% di questa fascia d’età affermava di non voler procreare; nel 2018 la quota era salita a poco meno dell’8%, e nel 2023 ha raggiunto il 17%. Un aumento simile si osserva anche tra i 30-39enni, dove la percentuale è passata dal 9 al 16%. Le ragioni principali riguardano le difficoltà di conciliare tempi, condizioni economiche e stabilità personale nei momenti della vita in cui la maternità sarebbe biologicamente più favorevole. Tra le giovani donne prevale infatti il desiderio o la necessità di avere una stabilità lavorativa e professionale che l’arrivo di un (altro) figlio potrebbe compromettere. Il pensiero di avere un figlio non suscita infatti solo speranze, ma anche timori.
Il secondo elemento di analisi riguarda l’andamento delle nascite in base all’ordine di nascita dei figli. Ovvero: le nascite di primogeniti sono diminuite dell’8,5% e quelle dei secondi figli del 9%. Con il 13,6%, il calo maggiore è stato osservato per le nascite dei terzogeniti. Sempre nello stesso lasso di tempo, le nascite dei quarti figli e di quelli successivi sono diminuite del 5,8%. «Dai dati emerge chiaramente che il calo della fecondità in Svizzera è dovuto in larga misura alla diminuzione delle nascite dei terzogeniti», commenta al Corriere del Ticino Emiliano Albanese, professore ordinario di Sanità pubblica all’USI. «Si tratta di un elemento cruciale da tenere presente, in quanto orienta sia l’analisi delle cause sia la ricerca di possibili soluzioni». Interventi mirati a favorire la primogenitura o a ridurre l’età media alla nascita del primo figlio avrebbero infatti un impatto limitato, aggiunge il professore: «Il nodo principale resta il progressivo venir meno delle famiglie che scelgono di avere tre o più figli».
In Svizzera il numero di famiglie con più di due figli era rimasto a lungo stabile, ma negli ultimi anni si è ridotto sensibilmente, contribuendo in modo decisivo al calo complessivo della natalità. «In realtà, non sappiamo se la terzogenitura è solo rimandata, nel senso che le famiglie tendono a farlo più tardi, oppure o se non intendono farlo del tutto», precisa Albanese. Eppure, facciamo notare, il calo prosegue da quasi mezzo secolo (vedi articolo sotto). «È vero, ma questa flessione - che dovrà essere verificata ed eventualmente confermata nel tempo - riguarda, per la prima volta, i terzogeniti», ribatte l’esperto. Il numero di famiglie con due figli, invece, è sostanzialmente stabile, il che significa che la natura della tendenza demografica sta cambiando: «Il calo complessivo della natalità è trainato principalmente dalla diminuzione delle nascite dei terzi figli».

Una risposta puntuale
Insomma, secondo l’esperto ci troviamo di fronte a un «calo nuovo. Diverso». La preoccupazione per la tendenza generale rimane, certamente, ma secondo Albanese occorre considerare anche altri fattori. «La popolazione femminile in età fertile è fortemente influenzabile dalle politiche migratorie: questo dato è fondamentale per interpretare correttamente i tassi di fecondità e per orientare eventuali politiche correttive». Secondo Albanese, la necessità di intervenire è evidente, poiché le conseguenze del calo della natalità sono importanti: «È necessario mantenere ampia la quota di popolazione in età fertile, non solo per evitare un ulteriore calo della natalità, ma anche per garantire un supporto immediato alla società: i figli di oggi contribuiranno a compensare, in futuro, la carenza di professionisti, i servizi di assistenza, il sostegno intra-familiare».
Considerato che il peso della natalità ricade in larga misura sulle donne, secondo l’esperto è necessario promuovere politiche di compensazione «al femminile»: «Possiamo immaginare, molto semplicemente, trasferimenti economici alle donne che mettono al mondo un terzo figlio». Quindi non tanto misure di conciliabilità tra lavoro e famiglia, ma veri e propri incentivi finanziari. «Le politiche familiari generiche non bastano più. Una donna che interrompe o rallenta la propria carriera per la maternità subisce un costo professionale e reddituale permanente, difficilmente recuperabile». Per questo, secondo Albanese, gli interventi più efficaci dovrebbero concentrarsi sull’incentivare la nascita del terzo figlio: «Un sostegno mirato di mille franchi al mese per ogni donna che ha un terzo figlio, accompagnato dall’obbligo di restare attiva professionalmente, potrebbe rappresentare una possibile soluzione».
Il Ticino nella storia
Ma come si colloca il Ticino in questo contesto di calo delle nascite? Più in generale, come è evoluta la fecondità negli ultimi anni? Quando ha iniziato a manifestarsi il calo della natalità? Ancora una volta è l’Ufficio federale di statistica a fornire le risposte. Iniziamo però col dire che il valore di 1,29 figli per donna – il più basso di sempre - è una media che tiene conto sia delle donne di nazionalità svizzera (1,2 figli) sia di quelle straniere (1,5 figli). Nel 2021 le donne straniere avevano ancora una fecondità media di 1,8 figli, mentre le svizzere di 1,4. Nel 2022 si è osservata una brusca frenata delle nascite, dovuta probabilmente anche agli effetti del COVID. In realtà, la diminuzione della fecondità ha radici molto più profonde e lontane. Il declino, infatti, è iniziato a metà degli anni Sessanta. Nel 1964, l’indicatore della fecondità in Svizzera era ancora di 2,7 figli per donna; poi, con la crisi economica degli anni Settanta, la natalità è calata rapidamente, scendendo sotto la soglia di sostituzione delle generazioni (2,1 figli) . L’ultimo anno in cui la Svizzera ha superato questo valore è stato il 1969 (2,2 figli per donna). Già nel 1970 si è raggiunto il punto di equilibrio (2,1), e negli anni successivi la discesa è proseguita in modo netto, fino ad arrivare, nel 1980, a 1,5 figli per donna – un livello che, con lievi oscillazioni, si è poi mantenuto per decenni.
Lo scorso anno, il tasso di fecondità più basso tra i cantoni svizzeri è stato registrato a Basilea Città (1,09 figli per donna), seguito dal Ticino (1,16) e da Ginevra e Grigioni (1,22). All’estremo opposto si collocano Uri (1,58), Appenzello Esterno (1,49) e Svitto (1,40). In nessun cantone, quindi, il tasso di fecondità raggiunge la soglia necessaria per garantire la sostituzione generazionale, stimata dall’UST in 2,1 figli per donna. Nel 2024 in Svizzera sono così nati 78.256 bambini vivi, in calo del 2,2% rispetto all’anno precedente.
