Missili nei cieli della Turchia, e ora Macron scende in campo

Anche Emmanuel Macron è sceso in campo. Non che si stesse nascondendo, ma ora ha iniziato ad avvicinarsi alla prima linea. Oggi, da Cipro, presentatosi accanto all’omologo Nikos Christodoulides e al primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, ha tagliato corto, andando dritto al punto: «Quando Cipro viene attaccata, l’Europa viene attaccata». E poi è andato oltre, con veemenza: «La difesa di Cipro è una questione essenziale per il vostro Paese, per il vostro vicino, partner e amico, la Grecia, ma anche per la Francia e, con essa, per l’Unione europea», ha affermato il presidente francese. Il contributo di Macron nel Mar Rosso? Lo ha chiarito lui stesso, contando «otto fregate, due portaelicotteri anfibi e la nostra portaerei», ovvero la «Charles de Gaulle», attualmente al largo delle coste di Creta. «Una mobilitazione senza precedenti», che non equivale - ha poi distinto - a un’entrata in guerra della Francia, «che pur opera in quel contesto». E mentre il leader dell’Eliseo parlava a Cipro, la NATO abbatteva un altro missile nei cieli sopra la Turchia. «La NATO ha nuovamente intercettato un missile diretto verso la Turchia (il secondo in pochi giorni, ndr). L’Alleanza è fermamente pronta a difendere tutti gli alleati da qualsiasi minaccia». Questo è il clima.
Il gesto di sfida di Teheran
Un clima messo sotto pressione dalle stesse scelte di Teheran. Per molti osservatori, la nomina di Mojtaba Khamenei a guida suprema rappresenta infatti un gesto di sfida a tutto l’Occidente, in particolare proprio a Stati Uniti e Israele. Mehdi Rahmati, analista di Teheran citato dal New York Times, ha evidenziato il rischio di un’ulteriore polarizzazione di «una popolazione profondamente divisa». Una polarizzazione che, a ben vedere, potrebbe poi allargarsi anche al di fuori del conflitto e dell’area mediorientale. I fronti si stanno infatti delineando. Non a caso, oggi, sono stati resi pubblici alcuni messaggi di appoggio allo stesso Khamenei, a cominciare da quello di Vladimir Putin. Il presidente russo si è congratulato con la nuova guida suprema e si è detto sicuro che continuerà con onore l’opera del padre, anche di fronte a una vera e propria «aggressione armata». «Da parte mia, confermo il nostro continuo sostegno a Teheran. La Russia è stata e rimarrà un partner affidabile della Repubblica islamica». Parole superate solo da Hezbollah, definitasi «leale» e «ferma» sul cammino della fedeltà. Ma che l’organizzazione paramilitare islamista sciita e antisionista libanese stesse dalla parte di Mojtaba Khamenei, era chiarissimo. È altrettanto chiaro il disappunto americano. Donald Trump oggi si è limitato a dire, in risposta al New York Post: «Non sono contento di lui». Ma non ha svelato i piani... contro di lui. Il presidente statunitense aveva già avuto modo di sottolineare una prima regola per la successione di Ali Khamenei: doveva passare da lui, dal suo via libera.
Piano per scortare le navi
Tornando a Macron, il presidente francese ha parlato di un’imminente missione, con altri partner, «puramente difensiva», per riaprire lo stretto di Hormuz e scortare le navi, al fine di consentire il flusso di petrolio e di gas. Perché geopolitica ed economia continuano a procedere a braccetto. Ce lo ha ricordato anche Marco Rubio. Sempre oggi, il segretario di Stato americano ha accusato l’Iran - da lui definito «un regime terrorista» - di tenere «in ostaggio il mondo». «Stanno attaccando i Paesi vicini, le loro infrastrutture energetiche, la loro popolazione civile. L’obiettivo della nostra missione è distruggere la loro capacità di continuare a farlo, e siamo sulla buona strada per riuscirci». Stati Uniti ed Europa guardano con preoccupazione alle conseguenze di questo conflitto. In una dichiarazione congiunta, i vertici dell’Unione europea, Ursula von der Leyen e Antonio Costa, hanno quindi espresso la loro disponibilità a potenziare le operazioni di difesa marittima Aspides e Atlanta, volte proprio a proteggere le vie navigabili. Una disponibilità che si somma a quella di Macron e che lascia intendere quanto sia importante riattivare le abituali catene di approvvigionamento. Nel corso di un incontro con gli ambasciatori dell’UE, la stessa von der Leyen ha riassunto: «Stiamo assistendo a un conflitto regionale con conseguenze indesiderate. E le ricadute sono già una realtà oggi» (vedi CdT a pagina 17).
La richiesta di Orban
«Più a lungo si protrae il conflitto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, maggiore sarà il possibile impatto sull’economia del Regno Unito». Il primo ministro britannico Keir Starmer ha sottolineato il ruolo di Londra nel sostenere i Paesi del Golfo. Il colmo è che a guadagnarci potrebbe essere Mosca. «Stiamo aumentando le forniture ai nostri partner affidabili in diverse regioni del mondo». Le parole di Putin sono agghiaccianti, anche perché il riferimento - ha precisato - non era alla sola area dell’Asia-Pacifico. «Ma anche alle nazioni dell’Europa orientale», ovvero Slovacchia e Ungheria. E infatti Viktor Orban, primo ministro ungherese, proprio oggi, ha chiesto a Bruxelles di sospendere tutte le sanzioni imposte all’energia targata Russia. Un insieme di elementi che, una volta affiancati, diventano una rete, dando un’immagine piuttosto chiara di ciò che sta accadendo in Medio Oriente, tra interessi trasversali molto complessi. Una possibile lettura l’ha offerta sempre Macron, parlando dalla portaerei «Charles de Gaulle»: «Non credo che si possano verificare profondi cambiamenti in un regime o in un sistema politico solo attraverso i bombardamenti aerei. Tuttavia, se l’obiettivo finale desiderato è neutralizzare le capacità balistiche o una marina, ciò è possibile entro poche settimane». Insomma, l’esito di quella che Trump ha definito «operazione militare» - una citazione, o giù di lì - «dipende dagli obiettivi finali». Obiettivi che per molti (vedi anche CdT a pagina 16) non sono ancora del tutto chiari, in particolare sponda Washington. E intanto anche in Turchia stanno piovendo missili, rischiando - come ha poi detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan - di «lasciare ferite profonde nel cuore e nella mente» della popolazione.
