Monaco non riduce le distanze politiche tra Bruxelles e Washington

Le scelte editoriali dei due più importanti quotidiani degli Stati Uniti dimostrano quanto l’attenzione americana sulla Conferenza di Monaco sia stata diversa da quella europea. Questo pomeriggio, il portale del New York Times non aveva titoli sull’argomento. Mentre il sito del Washington Post si limitava a mantenere nella sezione “Politica e Governo” lo strillo relativo al discorso di sabato del segretario di Stato Marco Rubio.
Se un anno fa la reprimenda del vicepresidente J.D. Vance aveva conquistato le prime pagine di tutti i giornali occidentali (e non solo), anche a causa di toni molto sopra le righe e di argomenti da guerra fredda tra alleati, il parziale tentativo di ricucitura accennato ieri da Rubio non ha avuto uguale considerazione. Eppure, le conclusioni della Conferenza - e soprattutto le parole dell’alta rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, l’estone Kaja Kallas - avrebbero giustificato un ben maggiore interesse. Dato che hanno segnato la definitiva presa di distanza politica del Vecchio Continente dall’attuale Governo di Washington e, più in generale, dal trumpismo.
Superato lo shock
Lo shock delle parole di Vance, un anno dopo, è stato completamente digerito. E ha prodotto una reazione di intensità uguale e contraria. Il vicepresidente USA aveva accusato l’Europa di voler mettere la sordina ai movimenti sovranisti. La replica di Kallas è stata tagliente: «Venendo da un Paese che è al secondo posto nell’indice della libertà di stampa (il World Press Freedom Index compilato e pubblicato ogni anno da Reporter senza frontiere, ndr), sentire critiche alla libertà di stampa da un Paese che è al 58esimo posto in questa lista, è interessante - ha detto, per poi aggiungere - Ogni volta che sento le critiche rivolte all’Europa, è molto di moda in questo momento, penso a quale sia l’alternativa e a tutto il meglio che abbiamo ricevuto dall’Europa e a tutto ciò che di buono l’Europa offre. Giro per il mondo e vedo che i Paesi ci guardano perché rappresentiamo valori che sono ancora alti».
America ed Europa, ha aggiunto Kallas, «sono interconnesse, lo sono state in passato e lo saranno in futuro. Credo che questo sia importante. Ma è anche chiaro che non la vediamo allo stesso modo su tutte le questioni, e questo continuerà a essere vero».
A Rubio, che ha insistito sulla necessità di allineare l’Unione Europea alle scelte dell’amministrazione americana, i 27 hanno quindi risposto in modo chiaro: non se ne parla.
«Contrariamente a quanto alcuni potrebbero dire, l’Europa “woke e decadente” (altro riferimento al Vance del 2025, ndr) non sta vivendo la cancellazione della sua civiltà. Anzi, le persone vogliono ancora unirsi al nostro club, e non solo i loro connazionali europei ha scandito Kaja Kallas - Come mostrano i sondaggi, coloro che sono già membri vogliono che l’Unione assuma un ruolo più forte nel mondo, per difendere i nostri valori, prendersi cura del nostro popolo e far progredire l’umanità. Come ha detto il presidente Emmanuel Macron a Davos, l’Europa a volte è troppo lenta e ha bisogno di essere riformata. Ma sappiamo assolutamente chi siamo e ciò per cui ci battiamo».
Il «nemico» è Mosca
Ancora più chiare le considerazioni finali del presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, l’80 enne ex ambasciatore tedesco negli USA Wolfgang Ischinger. «Abbiamo ascoltato espressioni di rassicurazione, ma anche profonde espressioni di dubbio - ha detto Ischinger - Dubbi sul fatto se noi, in quello che una volta chiamavamo Occidente, condividiamo ancora gli stessi valori. Se giochiamo ancora secondo le stesse regole. Se siamo ancora nella stessa squadra. Ma abbiamo anche visto uno spirito molto più forte di determinazione europea nel difendere quelli che crediamo siano essenzialmente valori europei».
«Come ha detto il segretario Rubio - ha aggiunto ancora Ischinger - i nostri destini sono intrecciati ed è un bene, se lo accettiamo. E voglio aggiungere che la questione di come finirà la guerra in Ucraina è una questione esistenziale per l’Europa. Determinerà, in più di un modo, il futuro di questo continente. E spero vivamente che questo non sia compreso solo da tutti noi in Europa, ma anche dai nostri amici americani a Washington. Spero vivamente che noi, come alleati e partner, siamo uniti e determinati ad agire insieme per garantire che l’Ucraina possa prevalere e prevarrà».
Un chiaro messaggio a Donald Trump, incapace tuttora di scegliere tra Kiev e Mosca. «Questa è solo una piccola parte della nostra agenda. Ma quando penso alle priorità, credo che questa sia la più importante perché è urgente. Dobbiamo decidere come agire come partner transatlantici per fare pressione sulla Russia, cosa che credo siamo giunti a concordare sia assolutamente necessaria, fornendo all’Ucraina le armi di cui ha bisogno e sanzioni più severe contro la Russia».
Poco prima, dallo stesso palco, Kaja Kallas aveva in maniera altrettanto chiara e diretta indicato all’alleato americano l’unica strada possibile nel rapporto con il Cremlino e con Vladimir Putin: «Oggi la Russia è distrutta, la sua economia è a pezzi, è scollegata dai mercati energetici europei e i suoi stessi cittadini stanno fuggendo. In realtà, la minaccia più grande che la Russia rappresenta ora è ottenere più risultati al tavolo delle trattative di quanti ne abbia ottenuti sul campo di battaglia».
