A Évian un tiepido incontro tra due leader mai così distanti

I leader del mondo ieri si sono presentati in Francia scaglionati. Molti sono passati dalla Svizzera, naturalmente, atterrando all’aeroporto di Cointrin. Il primo ad arrivare - tra quelli del G7 -, accolto da Guy Parmelin, è stato il primo ministro britannico Keir Starmer. Un’ora più tardi, poco dopo le 16, ecco l’uomo più atteso, il presidente americano Donald Trump. La stretta di mano con Parmelin è subito diventata materiale per i fotografi del pool, appostati in pista. Ad attendere il tycoon, due elicotteri che lo hanno poi scortato fino a Évian, da Emmanuel Macron. A quel punto sì, è iniziato davvero il G7.
Le lusinghe
Emmanuel Macron e Donald Trump vengono descritti, dai più, come due che «una volta sono stati amici». In tempi recenti, non se le sono mandate a dire. Dalle guerre ai dazi, non sono mancati i momenti di attrito. Abbiamo chiesto un fermo-immagine del loro rapporto al professor Mario Del Pero, ordinario di Storia internazionale a SciencesPo a Parigi. «Credo che Macron abbia fatto l’impossibile per essere - o quantomeno rappresentarsi come - l’interlocutore privilegiato di Trump. Lui è la Francia, l’unico attore europeo capace di una relazione alla pari. E si è mosso in questa direzione lusingando Trump, invitando lui e Melania a quella famosa cena sulla Tour Eiffel (era il 2017, ndr). Lo ha fatto pure a uso e consumo della propria opinione pubblica interna, provando a mostrare quale grande leader sia sulla scena internazionale e quale potenza sia la Francia. Io credo ci fosse molto velleitarismo». Insomma, una sorta di scommessa, quella di Macron. «Non credo però che abbia pagato», prosegue Del Pero. E lo si è visto soprattutto da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. «Si sono manifestate le tare originali di questo progetto».
Macron incarnerebbe, seguendo il discorso del professore, l’europeismo liberale e cosmopolita. Ma qui sta il punto. «È quanto di più antitetico ci possa essere rispetto al ruvido nazionalismo razziale di Trump o alla traslazione di questo nazionalismo razziale su scala atlantica, che diventa un suprematismo occidentalista». Il riferimento è anche all’intervento del segretario di Stato americano Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.
Poi Del Pero riflette sui vari temi in ballo, e spiega: «È chiaro che la Francia si è trovata a guidare un fronte europeo in rotta di collisione radicale con gli Stati Uniti, quindi non ci sono neppure più stati i margini per quel tentativo di dialogo che Macron voleva instaurare. Macron è un presidente con una data di scadenza sulla fronte, il quale ha visto fallire il proprio progetto politico interno. Se la sua idea era di destrutturare il sistema politico francese e riarticolarlo attorno a un centro liberale europeista macroniano, be’ la prima parte ha funzionato - perché la destrutturazione c’è stata -, ma la riarticolazione attorno a un polo egemonico macronista no, non si è concretizzata. Oggi Macron è chiaramente debole e questo permette a Trump, forse non di umiliarlo a piacere, ma sicuramente di tenerlo meno in considerazione».
A proposito, ieri Trump ha parlato del presidente francese come di un «amico speciale». Parole che chiedono conferma ai fatti.
Le bombe sull’Ucraina
I due presidenti si sono incontrati, ieri, proprio a Évian, per tre giorni centro del mondo, di un mondo che Ursula von der Leyen, per l’occasione, ha definito «più frammentato, più competitivo e più insicuro». Il confronto è con il precedente G7 - era G8 a dirla tutta - ospitato dalla località francese, nel 2003. All’epoca era presente anche Vladimir Putin, già allora presidente russo. Ieri lo Zar è stato chiamato in causa dall’Ucraina dopo l’attacco subito nella notte dal monastero delle grotte di Pechersk, nella capitale. Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha scritto su X: «Putin manda un messaggio al G7 e al Consiglio europeo: scommette sul terrore anziché sulla diplomazia. Esorto i leader del G7 e dell’Europa ad ascoltare attentamente questo messaggio e a garantire una risposta adeguata: un rafforzamento della difesa aerea dell’Ucraina e pressioni sull’aggressore». Da notare come lo stesso Putin - così come Volodymyr Zelensky - avesse sentito al telefono Trump domenica per gli auguri di rito per gli ottant’anni del presidente americano. L’impressione, ieri, in attesa che i leader arrivassero a Évian, era proprio quella di un mondo sfilacciato, con troppe cause ancora in sospeso. Macron, alla vigilia, prometteva di parlarne con Trump e con gli altri leader. Ma è lecito credere, piuttosto, che tali tensioni emergeranno anche durante il vertice.
La facciata e la realtà
Ieri no, ieri ci sono stati molti convenevoli, e poi la cena. Un’altra cena è prevista a Parigi per domani. Non sulla Tour Eiffel, bensì nella reggia di Versailles. Ospite di Macron sarà proprio Trump. La scelta del luogo non è certo casuale, in quanto - come conferma l’Eliseo - «luogo simbolo dell’amicizia franco-americana, nel quale fu firmato nel 1783 il trattato che sancì l’indipendenza degli Stati Uniti». Macron sembra insomma intenzionato a ritrovare un’intesa con il tycoon. Il quale, appena prima di partire per Évian, aveva comunque riservato al suo omologo francese minacce piuttosto chiare di nuovi dazi (su vini e champagne) in risposta alla tassa francese sui colossi tecnologici. Ecco quindi che si ripresenta un disallineamento tra la facciata diplomatica e le intenzioni più reali.
E lo stesso può valere anche per Kiev. Per oggi è prevista la sessione sull’Ucraina, e Trump ha già avuto modo di buttare lì qualche parola sul tema: «Abbiamo avuto un’ottima conversazione con il presidente Zelensky e con il presidente Putin. Vedo la possibilità di fare qualcosa anche su quel fronte, ora che questa questione dell’Iran è conclusa». Una questione, quella mediorientale, in realtà tutta ancora da concludere. E di promesse, anche sull’Ucraina, Trump ne ha bruciate parecchie. Di sicuro, nonostante l’invito - anche in questo caso molto scenico - di Zelensky, non è in agenda al G7 un colloquio diretto con Putin. Non accadrà, a meno che entrambi non decidano di fare questo regalo a Trump. Più probabile, a quel punto, però, che lo facciano direttamente negli Stati Uniti, come ventilato ieri da Zelensky.
