Al WEF l’affondo di Macron contro Donald Trump: «Diciamo no ai bulli»

In attesa di ascoltare ciò che, tra poche ore, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dirà al World Economic Forum (WEF) di Davos, gli unici a sorridere dello scontro fratricida interno all’Alleanza atlantica sono, ovviamente, russi e cinesi. I quali guardano con evidente soddisfazione - e non lo nascondono - quanto sta accadendo sull’asse Washington-Bruxelles.
In una conferenza stampa tenuta oggi a Mosca, il ministro russo degli Esteri Sergej Lavrov ha avuto gioco facile nell’affermare che «il dibattito in corso sulla Groenlandia rappresenta un esempio delle crescenti tendenze di crisi all’interno della società occidentale»; crisi che pone, tra l’altro, «interrogativi sulla coesione della NATO. Attorno alla Groenlandia si stanno sviluppando discussioni che prima sarebbero state difficili da immaginare, tra cui quella sulla sopravvivenza della NATO come blocco politico-militare occidentale unificato», ha detto aggiunto Lavrov.
Non sembra vero, al Cremlino (e non solo), di osservare da un lato il progressivo sgretolamento dell’Alleanza atlantica, finita sin dall’inizio del secondo mandato di Trump sotto i colpi di piccone della Casa Bianca, dall’altra il costante deterioramento dei rapporti politici e personali tra i leader dei grandi (e piccoli) Paesi dell’Occidente. D’altronde, la chiusura del discorso pronunciato oggi a Davos dal presidente francese Emmanuel Macron basterebbe, da sola, a descrivere questa sorta di teatro dell’assurdo: «L’Europa è un luogo dove lo Stato di diritto e la prevedibilità sono ancora la norma. Sebbene sia a volte troppo lenta e certamente debba essere riformata, l’Europa resta un luogo prevedibile e giusto, un buon posto per oggi e per domani. Oggi serve una maggiore cooperazione globale per avere un’Europa più forte e autonoma che investa di più in difesa e sicurezza. Crediamo sinceramente che in questo mondo ci serva più crescita e stabilità, ma preferiamo il rispetto ai bulli, la scienza alle teorie del complotto e lo Stato di diritto alla brutalità».
La questione Groenlandia
Al centro dello scontro c’è, come tutti sanno, la Groenlandia. La «terra verde» ricca di materie prime che, almeno per il momento, è ancora una gigantesca distesa di ghiaccio, grande quasi 2,2 milioni di chilometri quadrati e abitata da meno di 57 mila persone. Trump la giudica «essenziale» per il futuro scudo globale antimissile degli Stati Uniti e vorrebbe proteggerla, dice, dalla minaccia di Russia e Cina.
La Danimarca, che ne detiene la sovranità, e l’Europa si oppongono. Assieme alla stessa popolazione groenlandese, che sembra non avere alcuna intenzione di cambiare la propria bandiera bianco-rossa con quella a stelle e strisce.
La domanda che molti si fanno, però, è se Nuuk valga la celebrazione di una messa che rischia di aprire le porte della disfatta dell’Occidente. E, di conseguenza, se sia proprio la Groenlandia il punto principale del contendere tra i quasi ex alleati e non, piuttosto, una prospettiva politica ormai agli antipodi.
«Stiamo entrando in un mondo senza legge in cui il diritto internazionale è costantemente violato», ha detto Macron denunciando «le ambizioni imperiali che stanno riemergendo e una deriva verso autocrazia e più violenza», un mondo in cui «il multilateralismo è ulteriormente indebolito e in cui la competizione sta diventando sempre più difficile, soprattutto con gli Stati Uniti che chiedono concessioni sempre maggiori e cercano di indebolire l’Europa».
Eccola, allora, la questione chiave. Trump e gli Stati Uniti da una parte, e la Cina di Xi Jinping dall’altra, stanno tentando di riscrivere l’ordine internazionale abbattendone le istituzioni e le regole. Un approccio «neocolonialista - lo ha definito oggi a Davos il presidente francese - la legge del più forte che non può essere accettata passivamente».
In questa direzione si può anche facilmente leggere la creazione del Board of Peace for Gaza, l’organizzazione nata con la finalità immediata di gestire la crisi nella Striscia dopo la fine dell’occupazione militare israeliana ma che, in realtà, il presidente degli Stati Uniti vorrebbe trasformare in una sorta di seconda ONU a guida americana.
Nella mattinata di dopodomani, a Davos, lo stesso Trump - secondo quanto rivelato dalla Adnkronos e da Axios - riunirà i capi di Stato e di Governo invitati a far parte del Board per la firma dello statuto. Una cerimonia che costituirebbe anche la prima convocazione del consiglio per la pace presieduto dal tycoon. Fino a oggi, dei 52 leader di altrettanti Paesi invitati nel Board soltanto sette avevano confermato ufficialmente di voler partecipare: Argentina, Ungheria, Kazakistan, Uzbekistan, Albania e Vietnam.
Berna con Copenaghen
Detto, per inciso, che anche Berna si è ufficialmente schierata con la Danimarca contro le pretese statunitensi - «La posizione della Svizzera è chiara, si legge in una nota del DFAE, in base al diritto internazionale, la Groenlandia appartiene alla Danimarca, con un ampio statuto di autonomia. Qualsiasi modifica di questo status richiede il consenso sia della Danimarca sia della Groenlandia. Le norme della Carta dell’ONU, come il divieto dell’uso della forza e il divieto di intervento, si applicano a livello mondiale - nel mondo nuovo vaticinato dall’amministrazione di Washington non c’è più spazio per interventi che non difendano e proteggano i propri interessi diretti. Trump lo ha detto e ripetuto più volte. E chi lo ha capito meglio degli altri, probabilmente, è il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, atteso questa mattina a Davos ma rimasto a Kiev consapevole che la vetrina del WEF non era stata allestita per trovare una soluzione di pace al conflitto che da quasi 4 anni insanguina il suo Paese.
Alla Reuters, Zelensky ha detto che si recherà a Davos soltanto per firmare l’accordo con gli USA sulle garanzie di sicurezza necessarie a mettere fine alla guerra. Poco dopo, questa volta alla France Presse, Zelensky ha dichiarato di essere «preoccupato che la disputa sulla Groenlandia possa distogliere l’attenzione dall’Ucraina. Abbiamo una guerra su larga scala, abbiamo un aggressore specifico e vittime specifiche», ha aggiunto.
Il no dell’Europarlamento
Lo scontro tra le due sponde dell’Atlantico è sicuramente a un livello mai raggiunto prima. Lo ha certificato oggi anche la presidente della Commissione europea.
Parlando a Davos, Ursula von der Leyen ha giudicato «un errore voler imporre un dazio del 10% sulle importazioni da Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia», nazioni ree di non voler abbandonare le proprie obiezioni ai piani americani sulla Groenlandia e di voler anzi aiutare, anche militarmente, l’isola.
Unione Europea e USA avevano «concordato un accordo commerciale lo scorso luglio, e in politica, come negli affari, un accordo è un accordo. Quando gli amici si stringono la mano, deve significare qualcosa - ha scandito von der Leyen - gli europei considerano il popolo degli Stati Uniti non solo come alleato, ma come amico. Sarebbe sbagliato far precipitare le relazioni in una spirale discendente, ma la risposta dell’UE ai dazi, se necessaria, sarà inflessibile, unita e proporzionata».
E mentre, sempre al forum nei Grigioni, il segretario al Tesoro Scott Bessent invitava l’Europa a «fare un respiro profondo e a non reagire», in attesa di ascoltare «il messaggio del presidente Trump e le sue opinioni forti sulla sicurezza dell’emisfero occidentale», ribadendo pure la volontà di portare avanti l’accordo commerciale con il Vecchio Continente, da Strasburgo è arrivata l’ennesima ondata di gelo politico. Il Parlamento europeo, che avrebbe dovuto esprimersi, nelle prossime settimane, sull’introduzione di dazi dello 0% sui beni industriali statunitensi - una parte fondamentale dell’intesa siglata tra von der Leyen e Trump a Turnberry, in Scozia, la scorsa estate - si appresta ad annunciare la sospensione formale sine die della ratifica dell’accordo.
La maggioranza della commissione per il Commercio internazionale dell’Europarlamento sembra, infatti, aver concordato lo stop per lanciare un ulteriore, chiaro segnale oltreoceano.
«Siamo favorevoli all’accordo commerciale Unione Europea-Stati Uniti, ma date le minacce di Donald Trump riguardo alla Groenlandia, l’approvazione non è possibile al momento», ha scritto su X Manfred Weber, presidente del più grande gruppo politico dell’assemblea di Strasburgo. Gli eurodeputati socialisti, centristi e verdi avevano invece già chiesto nei giorni scorsi la sospensione del provvedimento.
