La missione

Artemis torna verso la Luna, ma sarà solo una tappa

Al Kennedy Space Center è tutto pronto per il lancio della capsula Orion che porterà quattro astronauti a compiere un giro attorno al nostro satellite – L’obiettivo finale è una base stabile
© KEYSTONE (AP Photo/John Raoux)
Emilio Cozzi
Emilio Cozzi
01.04.2026 06:00

Quando l’Apollo 17 ammarò nell’oceano Pacifico il 19 dicembre del 1972, nessuno sospettava sarebbero passati più di cinquant’anni prima che altri esseri umani si avventurassero verso la Luna. L’attesa potrebbe finire stanotte, con la partenza di Artemis 2, la seconda missione del nuovo programma lunare statunitense, ma la prima con un equipaggio.

Con una finestra di lancio di due ore dalle 00.24, dalla rampa 39B del Kennedy Space Center — da dove partì Apollo 10, la «prova generale» del primo storico allunaggio del 1969 — il razzo Space launch system dovrebbe decollare verso la Luna con in testa la capsula Orion e, a bordo, quattro astronauti: il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e la mission specialist Christina Koch, tutti della NASA, insieme al canadese Jeremy Hansen. Saranno la prima donna, il primo astronauta afrodiscendente (Glover) e il primo non statunitense a spingersi oltre l’orbita terrestre.

Nessuna impronta

Non sbarcheranno sulla Luna: Artemis 2 le girerà intorno, in un viaggio di circa nove giorni durante il quale Orion compirà una traiettoria a forma di otto, sfruttando la gravità per tornare automaticamente anche in caso di guasto ai motori. L’equipaggio si spingerà fino a circa 400 mila chilometri dalla Terra – potenzialmente battendo il record dell’Apollo 13 – passerà a non più di 17.000 chilometri dalla faccia lunare nascosta, quindi tornerà indietro per tuffarsi al largo di San Diego.

Nessuna nuova impronta umana rimarrà sulla Luna. L’obiettivo è un altro e ben più ambizioso: arrivare alla permanenza prolungata e continuativa del genere umano fra le lande seleniche. Perché Artemis non è Apollo: il programma degli anni Sessanta era una dimostrazione di forza in piena Guerra fredda. Il traguardo e l’architettura di Artemis sono diversi e puntano a costruire sulla Luna un’infrastruttura stabile, abitabile, scientificamente e (un giorno) economicamente produttiva. Lo ha confermato il 24 marzo l’amministratore della NASA, Jared Isaacman, promettendo una base permanente entro il 2036, con 30 miliardi di dollari di investimento e partner come Giappone, Canada e Italia. Nessun vessillo, dunque, ma un cantiere.

Tecnologia e strumenti

La capsula Orion riflette questa diversa concezione: sebbene sembri una versione più grossa delle Apollo – di cui condivide la forma conica, il fondo bombato e il meccanismo di attracco sulla punta – è completamente computerizzata. I suoi 9 metri cubi di volume abitabile – contro i 6 delle Apollo – ospitano sistemi di supporto vitale, un rifugio schermato contro le radiazioni solari e strumenti biomedici per misurare gli effetti dello spazio profondo sul corpo. Fra i suoi obiettivi principali, che comprendono diversi esperimenti scientifici e il rilascio di piccoli satelliti di partner internazionali, Artemis 2 dovrà anche comprovare per la prima volta il perfetto funzionamento di ogni apparato.

La competizione interna

Lungi dal costituirne il traguardo, la missione sarà un tassello fondamentale di una progressione a onore del vero accidentata: Artemis 3, che avrebbe dovuto riportare l’umanità sulla Luna, è stata ridisegnata come volo di test in orbita terrestre. L’allunaggio arriverà con Artemis 4, all’inizio 2028, e sarà seguito da un secondo sbarco entro la fine dello stesso anno.

Le cause della revisione sono diverse, la prima dovuta ai ritardi nello sviluppo di Starship, il mezzo per cui a SpaceX la NASA ha assegnato un contratto da 2,89 miliardi di dollari con l’obiettivo di ricavarne un lander, cioè il veicolo deputato a sbarcare gli astronauti sulla superficie. A oggi, però, Starship non ha ancora completato un volo orbitale e il trasferimento di carburante in orbita – mai tentato e indispensabile per rifornire il veicolo – è in abbondante ritardo. Per questo, lo scorso novembre, è rientrata in partita Blue Origin: l’azienda di Jeff Bezos punterà a costruire un lander di concezione più tradizionale, in modo da ottenere per prima «il sostegno della nazione», ha detto senza panegirici Isaacman.

La «minaccia» cinese

L’altro motivo della riconfigurazione di Artemis è non meno rilevante: la Cina punta al primo allunaggio con taikonauti entro il 2030 e visti i successi dei test effettuati nei mesi recenti è verosimile acceleri. Nel 2024, con la missione Chang’e 6, Pechino riuscì a riportare campioni dal lato nascosto della Luna, un’impresa mai riuscita ad altri. «Con la credibile competizione del nostro più grande avversario geopolitico che cresce ogni giorno», ha ammesso Isaacman in un comunicato –rarità per un’agenzia spaziale –«dobbiamo muoverci più velocemente».

Un po’ di Svizzera

L’Europa non è spettatrice. Il Modulo di servizio di Orion, che garantisce propulsione, energia e i sistemi vitali alla capsula, annovera anche il contributo di aziende svizzere (la Apco Technologies di Aigle e Beyond Gravity di Zurigo) e italiane, come Leonardo e la sua controllata Thales Alenia Space. In Italia si sta anche sviluppando il Multi-purpose Habitat, un modulo abitativo che sarà fra i primi posizionati sul suolo selenico.

Per questo Artemis 2 non sarà un traguardo: ma una nuova partenza.

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