L'analisi

Che ne sarà delle politiche climatiche dell'UE, adesso?

In realtà, sottolineano esperti e legislatori, quanto già deciso non dovrebbe subire modifiche anche se il divieto di auto a benzina e diesel dal 2035 potrebbe finire sotto tiro
© Gabriele Putzu
Red. Online
10.06.2024 16:45

Che cosa significa, per le politiche climatiche dell'Unione Europea, avere un Parlamento spostato a destra? Bella domanda. Verosimilmente, scrive fra gli altri Reuters, la maggior parte delle attuali strategie green dell'Europa rimarranno alterate. Almeno così pensano legislatori, funzionari e analisti. Bas Eickhout, a capo del gruppo dei Verdi, si è limitato a dire che «sarà più complicato far decollare nuove politiche» laddove quelle attuali verranno mantenute. 

Le misure climatiche dell'Unione, nei prossimi cinque anni, dipenderanno dalla Commissione Europea entrante. È la Commissione, infatti, a proporre le leggi. Il neoeletto Parlamento europeo, tuttavia, può avere (e certamente avrà) voce in capitolo su ogni nuova politica verde. Detto che la maggioranza Ursula ha retto, sebbene vada più o meno riformata e ridiscussa, sarà comunque più difficile far approvare nuove misure climatiche. «Ma un vero e proprio passo indietro è molto improbabile» ha dichiarato a Reuters Krzysztof Bolesta, segretario di Stato polacco per il clima. «È possibile che le nuove ambizioni vengano ritardate, soprattutto per motivi populistici» gli ha fatto eco Julian Popov, fino ad aprile ministro dell'Ambiente della Bulgaria.

Una prima, vera conseguenza potrebbe verificarsi in ottica 2040, obiettivo intermedio in termini di emissioni in vista della neutralità carbonica da raggiungere nel 2050. Il taglio, oltremodo ambizioso, del 90% delle emissioni entro il 2040 dovrà essere approvato sia dai singoli Paesi sia dal Parlamento. Tanto la Commissione quanto il Parlamento, inoltre, dovranno chinarsi su nuove politiche per spingere anche il mondo industriale verso un taglio netto di emissioni per il 2040. Mondo industriale di cui fa parte anche l'agricoltura, i cui rappresentanti sono in aperto contrasto con l'Unione Europea. Parliamo di un settore che ha diminuito di poco, anzi pochissimo le emissioni dal 2005 a oggi. Dopo mesi di proteste in tutta Europa da parte di agricoltori infuriati – avete presente la marcia dei trattori? Ecco – non sembra esserci una ferma volontàda parte delle istituzioni europee di «colpire» il settore con nuove regole, soprattutto se il costo di rispettarle farebbe aumentare i prezzi dei prodotti alimentari per i cittadini che stanno già affrontando il più grande aumento del costo della vita da decenni a questa parte.

Detto delle nuove misure, una vera e propria inversione di rotta rispetto a quanto già approvato – giuridicamente parlando – sarebbe quantomeno difficile da far passare. Queste politiche, che comprendono obiettivi per le energie rinnovabili, sono state fissate nella legislazione dell'UE e sono già in fase di attuazione nei 27 Stati membri del blocco. Molte, addirittura, stanno già funzionando. Le emissioni dell'UE sono diminuite di quasi un terzo rispetto ai livelli del 1990 mentre l'Europa sta installando capacità di energia eolica e solare a velocità record.

Tuttavia, durante la campagna elettorale si sono moltiplicati gli appelli da parte della destra per la cancellazione di alcune politiche legate al Green Deal, l'insieme di iniziative politiche proposte dalla Commissione Europea allo scopo di raggiungere la neutralità climatica in Europa entro il 2050. Una su tutte: il divieto di immatricolare nuove auto a benzina e diesel previsto dall'UE per il 2035. Questa politica in effetti ha una clausola di revisione nel 2026, sulla quale il Parlamento avrà voce in capitolo. «È stata una follia ideologica, che va assolutamente corretta» aveva dichiarato la scorsa settimana il primo ministro italiano Georgia Meloni a Open. Anche all'interno del PPE, il Partito Popolare Europeo, la formazione di Ursula von der Leyen (quella della maggioranza a suo nome), non sono pochi coloro che vorrebbero annullare questa misura. Della serie: von der Leyen potrebbe anche scendere a compromessi pur di mantenere compatto il PPE. 

Contrariamente alle ultime elezioni europee del 2019, quando milioni di giovani manifestanti per il clima scesero nelle strade d'Europa, la campagna di quest'anno ha visto il cambiamento climatico passare in secondo, se non terzo piano rispetto a questioni come l'immigrazione, i problemi economici e le industrie europee in difficoltà. Secondo la Banca europea per gli investimenti, per raggiungere l'obiettivo climatico dell'UE per il 2030 (-55% a livello di emissioni) saranno necessari investimenti per 1.000 miliardi di euro all'anno, con un aumento di circa 356 miliardi rispetto al periodo 2010-2020. Investire nelle industrie locali è stato un impegno della campagna elettorale in tutto lo spettro politico, mentre si acuisce la competizione con gli Stati Uniti e la Cina per la produzione di tecnologie verdi come l'acciaio a basso contenuto di carbonio e le auto elettriche.

Secondo alcuni analisti, l'UE dovrebbe approvare un maggior numero di fondi e di politiche a sostegno di progetti rispettosi del clima, ma con l'obiettivo di aiutare l'industria, piuttosto che nell'ottica di essere «verde» e «pulita». «Se si tratta di aumentare la produzione di tecnologie verdi in Europa, è possibile che ciò avvenga in nome della competitività industriale e non per il clima» ha dichiarato Linda Kalcher, direttore esecutivo del think-tank Strategic Perspectives. «Può darsi che la retorica si sposti, ma l'azione sul campo rimanga la stessa».

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