Chi è Abdul El-Sayed, il primo musulmano eletto al Senato USA

Tra i risultati storici delle midterm c'è anche quello ottenuto da Abdul El-Sayed. Il candidato democratico ha vinto la corsa per il Senato in Michigan, battendo il repubblicano Mike Rogers, secondo le proiezioni di Decision Desk HQ. Si tratta di un traguardo storico per un motivo bn preciso: El-Sayed è infatti il primo musulmano a essere eletto al Senato.
El-Sayed, per usare le parole dei media americani, viene descritto come un «progressista» che ha basato la sua campagna elettorale sulla promessa di rivoluzionare il modo di fare politica. Classe 1984, è nato nel Michigan da genitori egiziani, oggi è medico ed epidemiologo e ha diretto i dipartimenti sanitari di Detroit e della contea di Wayne.
Il suo percorso, negli ultimi mesi, non è stato semplice: El-Sayed ha infatti superato una campagna anti-musulmana particolarmente ostile e ben finanziata – guidata tra Trump e dai suoi alleati – che ha cercato di ostacolarlo. In una competizione che il Washington Post definisce «a tratti accesa e profondamente personale», il 42.enne e Mike Rogers – ex deputato repubblicano sconfitto – hanno cercato di conquistare i voti di elettori che, normalmente, avrebbero sostenuto l'altro candidato.
La corsa elettorale ha subito una svolta domenica, giorno in cui la deputata Haley Stevens, avversaria di El-Sayed alle primarie democratiche, ha superato i confini di partito per appoggiare Rogers a soli due giorni dalle elezioni. Stevens, infatti, ha affermato di essere stata spinta dalle critiche di El-Sayed nei confronti di Israele e da un «conflitto personale» tra i due. Sarebbe stato proprio questo cambiamento dell'ultimo minuto, secondo gli esperti, a suscitare indignazione tra i democratici e a fruttare milioni di dollari in donazioni al 42.enne, portandolo al trionfo.
El-Sayed, dal canto suo, ha infastidito molte persone all'interno del proprio partito, complice quello che viene definito uno «stile combattivo» e le sue promesse di stravolgere il modo in cui funziona la politica a Washington. Nella sua campagna ha portato avanti un messaggio ben mirato, incentrato sul populismo economico, sulla riforma del finanziamento delle campagne elettorali e sul sistema sanitario universale «Medicare-for-all», persino nelle zone del Michigan profondamente repubblicane che, due anni fa, hanno contribuito all'elezione di Trump.
Dall'altro lato, però, il suo avversario repubblicano Rogers gli ha dato parecchio filo da torcere. Il 63.enne, veterano dell'Esercito ed ex agente dell'FBI, che è stato deputato per sette mandati e ha presieduto la commissione intelligence della Camera, ha infatti insistito sul fatto che l'identità musulmana di El-Sayed, le sue opinioni su Israele e le sue politiche progressiste avrebbero messo in pericolo le loro comunità e reso la vita degli americani «più costosa».
I repubblicani, infatti, si sono serviti di retorica e stereotipi anti-musulmani contro El-Sayed, in più occasioni. Lo stesso Trump e i suoi principali alleati hanno preso di mira il 42.enne, descrivendolo come «pericoloso» e mettendo in dubbio la sua lealtà. Il presidente americano lo aveva addirittura definito un «jihadista». Tensioni si erano verificate anche tra El-Sayed e il vicepresidente americano JD Vance, dopo che quest'ultimo aveva definito il 42.enne «una piccola donnola che dovrebbe chiudere la bocca e mostrare un po' di gratitudine» durante un recente comizio elettorale. Per questo motivo, dopo la vittoria, El-Sayed si è tolto qualche sassolino dalla scarpa, prendendo in giro il vicepresidente. «JD, habibi (un termine affettuoso in arabo per dire "caro", ndr.)... c'è una deliziosa ironia nel fatto che tu sia costituzionalmente obbligato a farmi giurare a gennaio».
