La ricorrenza

Cinque anni dalla caduta di Kabul: «L'unica cosa diversa, oggi, è che i talebani sono più spietati»

Il 15 agosto del 2021 il regime talebano tornava al potere in Afghanistan: le attiviste di RAWA, grazie al sostegno del CISDA, continuano a far sentire la loro voce e a raccontare quale sia, davvero, la realtà nel Paese
© EPA/QUDRATULLAH RAZWAN
Federica Serrao
15.08.2026 06:00

15 agosto 2021. Dalla caduta di Kabul e il ritorno al potere dei talebani, in Afghanistan, sono passati cinque anni. Non molto, a livello temporale. Un'eternità, invece, per le persone a cui, in quel giorno, è stata strappata ogni libertà. Le condizioni in cui sono costrette a vivere le donne rimangono sempre le stesse. Se non addirittura peggiori. E la fine di quel sogno di libertà, a Kabul, è una ferita ancora aperta, che non ha mai smesso di sanguinare. Ancora una volta, a raccontarcelo sono le persone che vivono, in prima persona, sotto il regime dei talebani. Mamme, giovani, anziane. Persone comuni, che non si arrendono e continuano a lottare per i loro diritti. Per una vita libera.

Una vita «sotto controllo»

Cinque anni dopo la caduta di Kabul, in Afghanistan niente è cambiato. Per lo meno, non in positivo. «L'unica cosa diversa è che i talebani sono diventati più spietati». A raccontarlo è Nihal (nome di fantasia). Una donna afghana, attivista di RAWA, che grazie al sostegno del CISDA (Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane) riesce a portare la sua voce, e quella di tante altre donne, oltre i confini. «Il regime talebano, negli ultimi tempi, ha ricevuto maggiore sostegno internazionale. In definitiva, orma, i talebani sono stati normalizzati». Di più, gli "studenti", oggi, hanno supporto finanziario e vantano l'accesso alla tecnologia, grazie alla quale possono controllare la privacy delle persone. E, neanche a dirlo, nel mirino dei controlli ci sono soprattutto le donne. «Alle ragazze rimane vietato frequentare scuole secondarie e università. In generale, le donne vengono allontanate dai luoghi di lavoro e dalla vita pubblica. I loro spostamenti, così come il loro abbigliamento, vengono controllati». Una situazione di terrore, con cui la popolazione convive da anni, e dalla quale non si vede via d'uscita. Come se non fosse abbastanza, Nihal racconta che ora alle donne non viene vietato solo il lavoro in ufficio o all'esterno, ma anche quello da casa, come per esempio tutto ciò che riguarda trattamenti di bellezza. «Le donne sono estromesse dal mondo del lavoro e dalla vita pubblica: i loro movimenti, il loro abbigliamento e persino la presenza nella società sono aspetti che vengono controllati. E non si tratta di qualche singola imposizione, né di una situazione normale, ma di una segregazione sistematica: per questo la chiamiamo apartheid di genere». Sotto il regime talebano, insomma, le donne, in quanto donne, continuano a non poter fare tante cose. Troppe cose. 

La tecnologia come strumento di potere

Il potere che i talebani esercitano sulle donne si vede anche in altri contesti. «Comprare una scheda SIM può essere un rischio, perché per acquistarla devi possedere una carta d'identità elettronica, dalla quale è possibile risalire a tutti i dati biometrici e a numerose informazioni». A descrivere questa situazione è un'altra attivista di RAWA, Bahin, che grazie al CISDA ha l'opportunità di far conoscere cosa stia accadendo, realmente, in Afghanistan. «In alcune province lontane dal centro, le donne addirittura non possono acquistare schede SIM a proprio nome. Di conseguenza, quando i talebani vogliono ottenere informazioni sulle donne della famiglia chiedono ai membri maschi di presentarsi per acquistarle, fornendo tutti i dati». Ma c'è di più. In diverse zone dell'Afghanistan sono le stesse reti telefoniche a raccogliere informazioni per il regime. «Il Ministero del Vizio e della Virtù utilizza la rete per questo: alcuni operatori di telecomunicazioni, tra cui alcuni funzionari, ascoltano le voci di persone che parlano di questioni specifiche. Succede soprattutto durante i giorni di scontri, come per esempio accaduto nella provincia di Herat, dove hanno individuato le persone che hanno partecipato alle manifestazioni grazie ai numeri delle loro schede SIM». Oggigiorno, insomma, in Afghanistan anche parlare al telefono non è più sicuro. «Non ci sentiamo a nostro agio a parlare, soprattutto se in pubblico. Hanno accesso a tutto». 

Ma gli esempi non finiscono qui. Oggi, i talebani si servono della tecnologia per accedere ad altri dati privati della persone, anche attraverso i computer utilizzati in ufficio. «Tutto ciò che viene fatto sui computer, anche per lavoro, viene monitorato e i talebani possono accedervi. Per questo, ogni giorno, vengono arrestate diverse persone, a cui vengono fatte numerose domande. Quando rispondono sostenendo i talebani e i loro obiettivi, vengono rilasciate. Ma se non dicono quello che vogliono sentirsi dire, vengono trattenute in arresto a lungo». Con gravi conseguenze. 

Tensioni continue

Per i talebani, però, «è tutto normale». A loro dire, la situazione in Afghanistan «sta tornando alla normalità». Ma i fatti raccontano un'altra realtà. «Nel Badakhshan, una provincia nel nord dell'Afghanistan, la gente sta organizzano manifestazioni pubbliche contro i talebani e le loro regole», racconta Nahil, spiegando come questa situazione generi, inevitabilmente, fortissime tensioni. «I talebani combattono contro la popolazione del Badakhshan perché non sono sunniti ma seguaci dell’ismailismo. Cercano di costringerli a convertirsi, sostenendo non siano musulmani e non possano di conseguenza vivere in Afghanistan». 

Da quel 15 agosto 2021, lo abbiamo detto, sono passati cinque anni. Cinque anni in cui i riflettori puntati sull'Afghanistan, complice il conflitto in Ucraina prima, e quello in Medio Oriente poi, si sono piano piano spenti. Ma la popolazione continua a lottare, giorno dopo giorno, per la propria libertà e i propri diritti. «Per noi il sostegno è fondamentale. Sapere che c'è qualcuno al nostro fianco, che porta la voce delle donne afghane nel mondo, è molto importante». Da un lato, il sostegno finanziario può essere di grande aiuto alle donne che vivono in Afghanistan. Ma dall'altro, continuare a parlare di quanto sta succedendo, dopo la caduta di Kabul, aiuta la popolazione ad avere forza e a non perdere la speranza. 

Riconoscimento (in)diretto

C'è un ulteriore aspetto che rende la situazione attuale dell'Afghanistan ancor più buia. E ha a che fare con il riconoscimento indiretto dei governi e delle Nazioni Unite verso il regime talebano. «Il fatto che gli Stati Uniti o l'ONU diano ai talebani 40 milioni di dollari ogni settimana, direttamente o indirettamente, ci porta di fronte a una sorta di riconoscimento da parte di un altro Paese», spiega una delle attiviste di RAWA. Soldi inviati ad agenzie umanitarie a sostegno della popolazione, ma che inevitabilmente - tramite tasse o la forza - finiscono in parte in mano agli stessi talebani.

A rendere questa situazione ancor più complessa sono anche gli aspetti legati al turismo. Negli ultimi anni, infatti, nonostante il clima di forte tensione, diversi visitatori internazionali hanno fatto tappa in Afghanistan, collezionando scatti e filmati che sembrano raccontare una realtà diversa. «Alcune persone girano video, per esempio a Kabul, mostrando una situazione estremamente diversa da quella reale. Mostrano al mondo un'immagine idilliaca dell'Afghanistan, non quella reale». Per le attiviste di RAWA, anche questo è, indirettamente, un riconoscimento indiretto nei confronti del regime. Lo stesso che avviene quando altri Paesi usano le risorse dell'Afghanistan, o quando i talebani vengono invitati a cerimonie internazionali. Anche quello che viene chiamato turismo, in realtà, non porta nulla di buono alla popolazione. «In alcuni video pubblicati sui social si vedono luoghi meravigliosi come Band-e Amir a Bamyan, i palazzi di Kabul, e persino una donna ballare con un uomo su una montagna afghana. Ma questa non è la nostra realtà. È un modo per normalizzare e quasi prendere in giro le persone che vivono in questa situazione. In alcuni video si vedono turisti che camminano per le strade di notte, mostrando al mondo che la situazione della sicurezza in Afghanistan è ottima, ma è falso. Chi lo fa ha i propri obiettivi. Sono persone sostenute dai talebani e da altri governi e da altre aziende straniere. Li sostengono finanziariamente per i loro obiettivi. Non a caso, parlano solo di cibo, di luoghi bellissimi, ma nessuno parla di povertà, della lotta contro le donne. Nessuno parla di noi, di cosa significhi, davvero, vivere qui oggi». In altre parole, queste immagini non sono altro che un modo per far vedere al mondo l'Afghanistan con occhi diversi. O forse, sarebbe più corretto dire, con gli occhi chiusi. Occhi che ignorano la realtà del Paese senza libertà.