La guerra

Da Davos agli Emirati, il mondo alla ricerca di soluzioni di pace

La diplomazia ha lasciato i Grigioni per Abu Dhabi – Dal Cremlino l'avvertimento: «Per un accordo, l'esercito di Zelensky lasci subito il Donbass» – I lavori stanno proseguendo
© KEYSTONE (EPA/UAE Presidential Court )
Paolo Galli
23.01.2026 22:54

Nemmeno il tempo di archiviare il Forum economico mondiale, che la massima diplomazia già aveva cambiato sede. Da Davos ad Abu Dhabi, dalla Svizzera agli Emirati Arabi Uniti, passando per Mosca, sempre - apparentemente - alla ricerca di una soluzione di pace. In questo caso specifico per Kiev, per la pace più complessa di questa epoca (definita da più parti, nei giorni scorsi, come «una nuova epoca»). Una complessità emersa drammaticamente nel corso del WEF, in particolare nelle parole di Volodymyr Zelensky. La sua urgenza espressiva ha rappresentato nel miglior modo possibile l’urgenza del suo Paese e della sua popolazione. Non si è vista, però, la stessa urgenza nei modi - distesi e rilassati - con cui Vladimir Putin, sempre giovedì, ha accolto gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner. Zelensky a Davos è arrivato a mettere in dubbio persino l’urgenza dell’Europa, di fronte a questa guerra, rispetto ad altri interessi. «È una questione di tempo o di volontà politica?», si era chiesto - pubblicamente - il presidente ucraino. È chiaro come, ad Abu Dhabi, le due delegazioni siano arrivate con umori diversi, in posizioni di forza agli antipodi. Non è un caso che, già prima mattina, da Mosca fosse rimbalzata la seguente dichiarazione del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Per mettere fine al conflitto, l’esercito ucraino deve lasciare il Donbass». Punto e a capo.

Il dialogo al centro

I colloqui sono poi iniziati poco prima delle 17 (ora svizzera). «E dovrebbero proseguire per due giorni, nell’ambito degli sforzi in corso per promuovere il dialogo e individuare soluzioni politiche alla crisi», ha affermato, in fase di avvio dei lavori, lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti. Ancora il «dialogo» al centro dell’attenzione. Il WEF stesso, quest’anno, lo vantava persino nel titolo dell’edizione: «A Spirit of Dialogue». Lo spirito del dialogo. E non fa nulla se il Forum del 2026 passerà alla storia per un monologo. Il CEO del Forum, Borge Brende, in fase di bilancio, sottolinea: «Davos è la principale piattaforma mondiale per il dialogo multi-stakeholder sulle questioni più complesse e spesso controverse del momento. A volte emergono forti disaccordi. Va bene così, perché lo scopo della settimana e del lavoro del Forum durante l’anno è creare uno spazio di dialogo affidabile. Il dialogo è un prerequisito per far avanzare il mondo: se non c’è dialogo, non si otterranno risultati». La speranza, anche ad Abu Dhabi, è allora che altri due giorni di dialogo intensivo a tre - Ucraina, Russia e Stati Uniti - possano portare a risultati più concreti.

La soluzione diplomatica

Certo, la tensione e il nervosismo manifestati da Zelensky in terra svizzera non facevano pensare a una strada in discesa. L’impressione è, anzi, che la strada, specialmente per l’Ucraina, sia ancora o sempre più in salita. L’uscita dello stesso Peskov è esemplare. E anche dopo il vertice di Mosca, giovedì sera, il consigliere del Cremlino, Iuri Ushakov, aveva ammesso: «Siamo sinceramente interessati a una soluzione attraverso mezzi politici e diplomatici, ma finché ciò non avverrà, la Russia continuerà a perseguire i suoi obiettivi sul campo di battaglia». Questo a conferma di quanto più volte affermato anche da Vladimir Putin: nessun cessate il fuoco, finché non verrà trovato un accordo tra le due parti. Tradotto: finché Kiev non deciderà di abbandonare il Donbass. Territori e sicurezze sono ancora - e saranno ancora - i temi centrali di questi negoziati. La Russia chiede territori, l’Ucraina sicurezze. E gli Stati Uniti? Giorgia Meloni, dopo aver incontrato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha provato a motivare l’«amico» Trump: «Spero che un giorno potremo assegnare il Premio Nobel per la Pace a Donald Trump». Una dichiarazione che appare come una carezza, dopo che in settimana lo stesso tycoon aveva dichiarato di non sentirsi più obbligato a ricercare la pace, non essendo stato premiato con il Nobel.

Ripartire da Anchorage

Al netto del ruolo degli Stati Uniti, tutto dipenderà - non sarebbe neppure necessario ricordarlo - dalle volontà delle due parti di stringere finalmente un accordo. Volontà che, stando perlomeno alle prime dichiarazioni filtrate in serata da Abu Dhabi, sarebbero reali. «L’incontro è stato dedicato ai parametri per porre fine alla guerra russa e alla logica futura del processo negoziale, con l’obiettivo di avanzare verso una pace dignitosa e duratura». Il primo a esprimersi positivamente è stato il capo della delegazione ucraina Rustem Umerov, attraverso il social X. Impressioni positive anche da parte americana. Dmitry Peskov è stato poi citato dall’agenzia russa Tass. «I lavori sono in corso. Stanno progredendo. Ora è fondamentale attuare la formula concordata ad Anchorage». Resta sempre quello il riferimento per i russi. Sì, mentre Washington ha disegnato le sicurezze future per l’Ucraina - citate da Zelensky a Davos -, ha pure concordato con la Russia una linea per chiudere la guerra in un modo che potesse essere vantaggioso per il Cremlino e per la Casa Bianca, ma non per forza per Kiev e per l’Europa. E infatti lo stesso Ushakov, giovedì, ha citato proprio i negoziati avvenuti in Alaska, la cosiddetta «formula di Anchorage», quale punto di ripartenza per trovare un accordo di pace. Mosca non si è mai mossa da lì. Sono mesi che il Cremlino continua a citare Anchorage, ricordando il tappeto rosso steso a Putin proprio da Trump. Difficilmente, ad Abu Dhabi, la delegazione russa farà una mossa in un’altra direzione, rinunciando a perseguire gli obiettivi e le velleità dello Zar secondo quanto già trattato con Trump. Il fatto che abbia mandato a negoziare negli Emirati solo figure militari la dice lunga sull’attitudine che ha deciso di imprimere sui dialoghi. Il consigliere Kirill Dmitriev sarebbe stato chiamato, infatti, solo a negoziare questioni economiche con gli Stati Uniti. Come a ricordare all’Ucraina, all’Europa e al mondo tutto che l’obiettivo è, comunque, guadagnarci qualcosa. Non soltanto la fine di una guerra che, sull’arco di quattro anni, ha già prodotto centinaia di migliaia di vittime. Zelensky ieri avrebbe detto: «Ci meritiamo sicuramente cento anni di pace». Ora bisogna capire a partire da quando. 

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