Da Francesco a Leone XIV, cambiamenti senza scossoni

C’è un principio che Francesco ha ripetuto per tutto il suo pontificato: «Il tempo è superiore allo spazio». Con le sue accelerazioni improvvise, il tempo segna il mutamento anche in modo inatteso. Nell’anno trascorso dalla morte del Papa argentino, avvenuta il 21 aprile 2025, molte cose sono cambiate. Fuori e dentro la Chiesa cattolica. Ed è curioso, forse, pensare che a succedere al Papa argentino sia stato un monaco agostiniano, un figlio devoto del filosofo di Ippona noto proprio per aver definito il tempo.
È impossibile, dopo appena 12 mesi, tracciare un ricordo o riflettere sul pontificato di Francesco prescindendo dalle scelte di Leone XIV. La figura dell’uno si rispecchia nelle azioni e nelle parole dell’altro. Ogni gesto sollecita un paragone, giusto o sbagliato che sia.
«Il nuovo Papa - dice al CdT Markus Krienke, ordinario di Filosofia moderna ed Etica sociale alla Facoltà di Teologia di Lugano - inizia adesso ad apparire con una sua propria identità. Con il suo stile anche impulsivo, Francesco aveva impresso in tutti noi una certa idea del papato. Uno stile che in qualche modo raggiungeva immediatamente le persone, e questo forse è stato un elemento che, dopo la sua morte, è mancato. È mancato, cioè, un Papa pronto a prendere posizione. Evidentemente, Leone XIV ha introdotto uno stile diverso, più riflessivo, più di introspezione».
Una Chiesa divisa
«Rispetto a Bergoglio, ho l’impressione che Leone XIV abbia anche voluto, anzitutto, raffreddare una Chiesa fortemente militante, ma anche fortemente divisa - dice al CdT Vincenzo Lavenia, ordinario di Politica e religione in età moderna all’Università di Bologna - perché è vero che Francesco aveva consenso e carisma, ma dentro la Chiesa c’era una forte ala di contestazione». Anche per questo motivo, molti hanno avuto «l’impressione che, nei primi mesi del pontificato, Leone XIV apparisse quasi una figura opaca - dice ancora Lavenia - per la scarsità di interventi di grande risonanza e per la restaurazione, anche, di uno stile quasi estetico dell’essere Papa».
Una riflessione, quest’ultima, condivisa anche da Krienke: «L’opinione pubblica ha avuto l’impressione di trovarsi di fronte un Papa un po’ troppo pallido, ma tanto Francesco era rivolto verso l’esterno, quanto Leone ha voluto riordinare la Chiesa all’interno, riportare un po’ di normalità, di operatività e, se vogliamo, anche di armonia. È il suo stile, di agostiniano: prima guardarsi dentro, prima rientrare in sé e poi uscire verso l’altro. E credo che questo metodo abbia voluto applicarlo anche alla Chiesa nel suo insieme».
La ribalta non cercata
L’irruenza e la chiarezza di Francesco, non tanto nelle questioni dottrinali quanto, piuttosto, nelle riflessioni sul mondo, sono mancate nel primo anno di pontificato di Robert Prevost. Il quale è stato quasi costretto a salire alla ribalta quando il presidente degli Stati Uniti lo ha attaccato frontalmente sul tema della guerra. «Il primo pontefice statunitense è certamente una pietra d’inciampo per Donald Trump - sottolinea Lavenia - l’impressione è che l’amministrazione di Washington sia incapace di capire fino in fondo le logiche del pontificato romano, soprattutto quando tenta di arruolarlo o di renderlo ancora più silente di quanto sia stato nei primi mesi di regno, quando la sua voce, la voce di Leone XIV, non è stata all’altezza di una serie di tragedie: pensiamo ai tantissimi morti di Gaza o all’azione banditesca della cattura di un capo di Stato, per quanto contestato, in Venezuela, un Paese che non è una colonia USA».
Dopo l’attacco di Trump, insiste Lavenia, «Prevost non ha alzato la voce; piuttosto, ha marcato una distanza, in continuità con tutti gli ultimi pontefici, ribadendo che non è possibile arruolare la Chiesa all’interno di una logica di guerra santa. Logica agitata dai gruppi carismatici, ma anche da una parte della Chiesa cattolica statunitense ed europea in discorsi di cui oggi si percepisce tutta la vacuità e tutto il carattere ideologico. Leone XIV non intende fare della Chiesa una cappellania militare degli Stati Uniti o della NATO in nome di una sorta di scontro di civiltà in cui non crede e che non vuole giustamente alimentare. E, in questo modo, mette un granello di sabbia all’interno dei meccanismi di consenso che una parte della Chiesa cattolica statunitense ha garantito alla presidenza Trump», conclude Lavenia.
Il no alla guerra
«Il no a qualsiasi giustificazione della guerra, il suo ripudio è stato uno dei temi forti, centrali del papato di Francesco - aggiunge Krienke - il pontefice argentino, nell’enciclica Fratelli tutti, lo ha ribadito in modo chiaro, dicendo no anche alla pena di morte. E Leone è pienamente in linea con il suo predecessore su argomenti che non piacciono all’amministrazione di Washington. Le faccio solo un altro esempio: quando in autunno, negli USA, i prolife hanno rivendicato il proprio no all’aborto, Prevost - che pure, ovviamente, contrasta l’interruzione volontaria di gravidanza - aveva risposto che per essere prolife non basta essere contro l’aborto, ma bisogna in qualche modo anche rispettare gli immigrati, gli esclusi, includere tutti quei gruppi emarginati dalle nuove destre. La voce del Papa americano è risuonata molto forte, e in quel momento Leone ha portato l’eredità di Papa Francesco dentro il nuovo pontificato».
«Credo che Leone XIV voglia prima di ogni altra cosa consolidare la sua figura di pastore al di sopra delle parti - conclude Lavenia - è vero, Bergoglio aveva un altro stile, per certi aspetti più autoritario, più profetico. Su questo, tra i due Papi c’è una discontinuità che mi sembra evidente. Una parte della Chiesa, non la parte maggioritaria, ha nostalgia della parola forte di Bergoglio. Ma Leone sta tenendo conto di tutta una serie di equilibri per evitare ogni lacerazione».
