Da Unito a disunito: Galles, Irlanda e Scozia fanno tremare il Regno

Domani, lunedì, si riuniranno in un hotel a cinque stelle affacciato sulla baia di Cardiff, il St David's, per mettere la firma su un documento che nessuno prima di loro aveva potuto sottoscrivere: una dichiarazione congiunta con cui i primi ministri di Scozia, Galles e Irlanda del Nord rivendicano il diritto delle rispettive nazioni all'autodeterminazione. È l'anticipazione pubblicata dal Telegraph, che definisce il vertice «senza precedenti».
La ragione per cui è senza precedenti è presto detta. Dopo la débâcle laburista alle elezioni gallesi di maggio, per la prima volta nella storia del Regno Unito tutte e tre le nazioni devolute hanno alla guida partiti indipendentisti. In Galles Plaid Cymru è diventato il primo partito del Senedd e il suo leader Rhun ap Iorwerth ha assunto la carica di primo ministro. In Scozia lo SNP di John Swinney ha consolidato il proprio primato a Holyrood, pur perdendo sei seggi a vantaggio di Reform e dei Verdi. A Belfast Michelle O'Neill guida l'esecutivo dopo la vittoria di Sinn Féin nel 2022, con l'insediamento slittato al 2024 per l'ostruzionismo del DUP. Con loro, a Cardiff, siederà anche Mary Lou McDonald, presidente di Sinn Féin e capo dell'opposizione nel Dáil di Dublino.
Quattro capitoli, uno decisivo
Il memorandum d'intesa che le tre forze politiche si impegnano a sottoscrivere copre quattro ambiti: economia, energia, Europa e cooperazione internazionale, autodeterminazione. È l'ultimo il cuore politico dell'operazione, mentre il terzo è quello che dovrebbe interessare più direttamente il continente.
Tutti e tre i partiti concordano infatti sul fatto che le rispettive nazioni debbano stare nell'Unione Europea: Scozia e Galles come nuovi Stati membri, l'Irlanda del Nord in quanto parte della Repubblica d'Irlanda. Il memorandum, secondo quanto riferisce il quotidiano londinese, impegna inoltre i firmatari a rafforzare le relazioni con i «vicini» europei mentre si preparano all'indipendenza. Dieci anni dopo il referendum sulla Brexit, il progetto di dissoluzione del Regno Unito passa dunque per un rientro nell'Unione. Un dettaglio che, di per sé, dice molto su come sia cambiato il significato politico del voto del 2016 nelle periferie del Regno.
Sul fronte economico la dichiarazione sosterrà che il modello britannico non funziona per i cittadini di Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Plaid Cymru intende sfruttare l'occasione per rivendicare maggiori competenze fiscali per Cardiff: chiede gli introiti del Crown Estate, compresi quelli dei fondali marini su cui sorgono i parchi eolici offshore, che oggi finiscono al Tesoro britannico; la sostituzione della formula Barnett, il meccanismo con cui Londra ripartisce le risorse tra le nazioni, con un accordo più generoso; e la devoluzione di ulteriori ambiti, dalla polizia al finanziamento delle ferrovie.
L'errore che ha innescato tutto
Il vertice arriva in un momento scelto con cura, perché il capo del governo britannico Andy Burnham ha commesso, secondo i nazionalisti, un passo falso. Mercoledì, durante il cosiddetto question time ai Comuni, ha dichiarato che un nuovo referendum scozzese potrebbe tenersi in presenza di un «chiaro consenso» a favore, aggiungendo che il presupposto per un voto sulla separazione è «esattamente la stessa situazione in Scozia» che in Irlanda del Nord.
Il riferimento non è casuale: l'accordo del Venerdì Santo prevede un percorso per un referendum sulla riunificazione irlandese, da indire qualora «appaia probabile» che una maggioranza dei nordirlandesi voti per uscire dal Regno Unito. Applicare quel criterio anche alla Scozia significa, di fatto, riconoscere un meccanismo automatico dove finora c'era solo discrezionalità politica.
Una fonte vicina a Swinney, citata dal Telegraph con un linguaggio che non lascia margini interpretativi, sostiene che il premier «ha fatto un casino usando la linea scozzese in Irlanda del Nord e poi questa settimana ha fatto un altro casino usando la linea nordirlandese sulla Scozia». E aggiunge: «Burnham non ha letto il dossier e non sembra conoscere le basi della posizione del governo britannico sull'Unione. Se fossi un unionista sarei molto preoccupato».
Burnham ha provato a chiudere la breccia con una lettera inviata giovedì a Swinney, in cui definisce un nuovo referendum scozzese «off limits» prima delle prossime elezioni generali. Non esiste, scrive, «alcun consenso per un referendum sull'indipendenza in Scozia, né una base chiara per sostenere che una maggioranza dei nordirlandesi desideri attualmente separarsi dal Regno Unito», e richiama il programma con cui il Labour ha vinto nel 2024: «Il Labour non sostiene l'indipendenza né un altro referendum».
Swinney ha replicato alzando il tiro: «Per la prima volta in assoluto, Scozia, Galles e Irlanda del Nord sono guidate da primi ministri indipendentisti. Non potrebbe esserci segnale più chiaro del fatto che lo status quo non è sostenibile e che Westminster deve prepararsi a un futuro post-britannico». Quindi, rivolgendosi direttamente al premier: «Andy Burnham dovrà ora fare i conti con l'idea di passare alla storia come l'ultimo primo ministro del Regno Unito».
L'ingombrante endorsement di Trump
A complicare il quadro c'è l'intervento del presidente americano. Sabato, in visita a Dublino, due giorni prima del vertice gallese quindi, Donald Trump ha dichiarato che gli «piacerebbe» vedere un'Irlanda unita, definendo l'ingresso dell'Irlanda del Nord nella Repubblica «una gran cosa» e chiedendo: «Come potrebbe essere un male?».
È un'uscita che rovescia una consuetudine: per decenni la Casa Bianca, pur attenta al tema irlandese e garante dell'accordo del Venerdì Santo, si è tenuta lontana dal pronunciarsi sull'esito di un'eventuale consultazione. Per i nazionalisti è un regalo, ma anche una potenziale trappola: un endorsement di Trump è oggi in grado di mobilitare gli avversari tanto quanto i sostenitori.
Dal fronte di Sinn Féin filtra la lettura più netta di tutte. L'accordo del Venerdì Santo, spiega una fonte del partito, «ci dà gli strumenti democratici per decidere, e ora è il momento di prepararsi seriamente a quella scelta». Con una precisazione che è anche un programma: «L'unità irlandese non è un'aspirazione lontana. Il lavoro di costruzione della nuova Irlanda deve cominciare adesso».
Restano i numeri, che nessuna dichiarazione congiunta cambia: né in Scozia né in Irlanda del Nord i sondaggi indicano oggi una maggioranza stabile per la separazione, laddove il potere di autorizzare i referendum resta a Westminster. Il vertice di Cardiff non avvia dunque alcun processo istituzionale. Costruisce però qualcosa che finora mancava agli indipendentismi britannici, storicamente divisi da culture politiche e obiettivi diversi: un fronte comune, come pure un calendario.
