Tecnologia e consumi

Data center: il prezzo ambientale e sociale da pagare

Gli enormi investimenti legati all’intelligenza artificiale moltiplicano la costruzione di gigantesche infrastrutture per ospitare server e sistemi di archiviazione dati – Il loro sviluppo pone però molti interrogativi
©REUTERS/Clodagh Kilcoyne
Stefano Olivari
27.06.2026 06:00

I data center sono la vera industria pesante di oggi: ciò che nel Novecento erano le acciaierie, le raffinerie, i cementifici. Strutture che divorano risorse, modificano il territorio, generano ricchezza per pochi e problemi per molti. Con un punto interrogativo sul lavoro (vedi articolo in basso). Le grandi fabbriche dell’era digitale seguono la stessa logica, con una grande differenza: sono invisibili ai più. Non producono fumo, non fanno rumore, nessuno sa bene dove siano. Eppure consumano energia come città di medie dimensioni, prosciugano falde acquifere, saturano le reti elettriche e concentrano potere economico in mani ancora più ristrette di quanto facessero le acciaierie della Ruhr.

America great again

Il numero di data center nel mondo ha ormai superato le 6.500 strutture, con gli Stati Uniti che ospitano circa il 50% della capacità mondiale, seguiti dall’Europa e dalla Cina, entrambe con il 18%. Gli europei quindi si confrontano con un mercato dominato da americani che costruiscono per americani (e per il mondo) e da cinesi che costruiscono per sé stessi. Il nodo più critico è ovviamente l’energia. I data center moderni, in particolare quelli progettati per carichi di intelligenza artificiale generativa, nel 2025 hanno consumato 448 TWh di elettricità: se li considerassimo come una nazione indipendente si collocherebbero all’undicesimo posto a livello globale per consumo di energia elettrica.

Il problema idrico

La dimensione del problema idrico è altrettanto rilevante. Prendiamo la produzione di video: una breve clip prodotta con sistemi di IA generativa può richiedere fino a 200.000 volte più energia di una semplice richiesta testuale. È il prezzo nascosto di ogni prodotto multimediale generato da intelligenza artificiale, moltiplicato per miliardi di interazioni giornaliere. Un data center di Google di dimensioni medie consuma circa 1,7 milioni di litri di acqua al giorno, più o meno la stessa quantità utilizzata per irrigare un campo da golf. Ogni giorno. Un singolo impianto. Un singolo data center di grande dimensione può consumare fino a 5 milioni di litri d’acqua al giorno, equivalenti al fabbisogno di una cittadina di 30.000 abitanti. Il paradosso energetico è stato messo in evidenza con precisione chirurgica dall’Università delle Nazioni Unite: passare dal carbone alla bioenergia riduce l’impronta carbonica del 70%, ma aumenta quella idrica di oltre 30 volte e quella territoriale di 100. Decarbonizzare un data center non significa renderlo sostenibile, ma spostare il problema da una colonna contabile a un’altra.

E il calore?

Altre questione primaria è la temperatura. Il Guardian ha raccontato della città di Slough, a pochi chilometri da Londra, che ospita il più grande hub di data center d’Europa. Slough conta tra 30 e 40 grandi strutture, molte su un campus nel centro della città, gestite da Equinix e Digital Realty per clienti come Amazon, Google, Oracle e Microsoft. Una ricerca dell’Università di Cambridge suggerisce che i data center creino un’isola di calore, innalzando le temperature in media di 2 gradi e in certe condizioni fino a 9. Un effetto causato dai sistemi di raffreddamento necessari per mantenere bassa la temperatura dei chip. La stessa realtà di questi giorni dimostra che le temperature a Slough sono di 5 o 6 gradi più alte rispetto a quelle di Londra. Il confronto con l’industria pesante del Novecento ci sta quindi tutto. La differenza è che le acciaierie, almeno, pagavano salari industriali e avevano sindacati. I data sono invece un investimento miliardario che occupa centinaia di persone, non migliaia. E il rapporto tra capitale impiegato e occupazione generata è il peggiore tra tutti i settori infrastrutturali.

Consuma come Lugano

Se nell’Unione Europea i data center consumano il 3% dell’energia totale, nella Confederazione hanno ormai superato il 6%. Il più recente impianto in costruzione, a Volketswil, consumerà da solo 100 megawattora all’anno, quasi come l’intera città di Lugano. E la domanda potrebbe raddoppiare entro il 2030 a causa dei server per l’AI ad alte prestazioni, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia. La Svizzera ospita circa 120 data center e più di 10 nuovi progetti sono in costruzione: questo la pone tra i Paesi con la più alta concentrazione pro capite al mondo, con impianti collocati principalmente nell’area di Zurigo, dove colossi come Google, Microsoft e Amazon Web Services affittano spazi da operatori locali. Quanto al Ticino, a Morbio Inferiore opera già una struttura di data center che serve istituzioni bancarie svizzere e internazionali, e da citare sono anche quelle più piccole di Chiasso e Melano. I margini di sviluppo sono alti anche se la concorrenza è spietata: Zurigo ma anche la Lombardia, che ha una sessantina di strutture attive, per non dire di Milano che sembra essere diventata la terra promessa dei data center. La vera domanda, per Ticino e Nord Italia, non è sul riuscire a ad attrarre i data center ma a quali condizioni li si vuole attrarre. Temi che non sembrano non toccarci quando interroghiamo ChatGPT, Grok o Claude su ogni stupidaggine o vogliamo creare un video per gli amici. Ma tutto ha un prezzo.

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