Dietro le quinte della guerra: come Netanyahu ha convinto Trump a colpire l’Iran

Come si convince il presidente degli Stati Uniti a entrare in guerra? È la domanda che rimbalza da settimane tra analisti, osservatori e mondo dei media. A provare a rispondere è il New York Times, che in un lungo reportage firmato da Jonathan Swan e Maggie Haberman ricostruisce, quasi scena per scena, le ore che hanno portato allo scontro con l’Iran. E ora che il conflitto è teoricamente in pausa è bene tornare fino all'inizio di questa escalation per capire non solo il «come», ma soprattutto il «perché». Perché dentro la Casa Bianca del Trump bis il processo decisionale somiglia più a un thriller che a una procedura codificata. E perché, ancora una volta, il peso di poche forti personalità ha inciso sulle vite di milioni di persone, comprese le nostre. Con Donald Trump, poi, l’imprevedibilità diventa sistema, dove l’istinto conta quasi più delle analisi. E a fare breccia sono sempre le stesse corde: il colpo spettacolare, rapido e definitivo. Insomma, un blitz da film d’azione, in cui regna l’idea di riuscire dove altri hanno fallito. E, sullo sfondo, una costante: l’Iran, da sempre una vera e propria ossessione. Ed è proprio su questo terreno che Benjamin Netanyahu si muove con abilità chirurgica: conosce Trump, ne intercetta le pulsioni, capitalizza anni di rapporto diretto. E preme esattamente dove sa che farà più effetto.
11 febbraio: l’ora della svolta
Il momento chiave arriva mercoledì 11 febbraio, poco prima delle 11:00. Netanyahu è alla Casa Bianca. Dopo mesi di pressing, gioca la carta decisiva: convincere Trump a colpire l’Iran ancora una volta, otto mesi dopo la «Guerra dei 12 giorni». Questa volta, però, per chiudere la partita. Il premier israeliano parla a lungo, affiancato – da remoto – dai vertici del Mossad. Sul tavolo mette uno scenario ambizioso: attacco congiunto, distruzione delle capacità militari iraniane, possibile cambio di regime. Perfino una lista di possibili nuovi leader. Il messaggio è chiaro: il rischio di non agire è maggiore di quello di intervenire. Trump ascolta, si lascia affascinare. L’idea che Teheran possa produrre missili e droni più velocemente e a costi inferiori rispetto agli intercettori occidentali fa presa. Nella notte, gli analisti americani lavorano senza sosta. La decisione è vicina.
12 febbraio: realtà contro narrazione
Il giorno dopo tocca agli apparati americani. L’intelligence smonta pezzo per pezzo il piano israeliano: sì, alcuni obiettivi sono realistici. Ma il cambio di regime? «Fantasioso», nella versione diplomatica. «Bullshit», traduce senza troppi giri di parole Marco Rubio. Il vicepresidente JD Vance è ancora più netto: troppi rischi, troppe incognite. E poi c’è il generale Dan Caine. La sua analisi è fredda, quasi brutale: gli israeliani – dice – tendono a promettere più di quanto possano mantenere. Ma non si oppone. Non è il suo stile. Espone i rischi, poi si ferma. È qui che emerge uno dei tratti distintivi della nuova cerchia trumpiana: nessuno forza davvero la mano al presidente. Nessuno lo contraddice fino in fondo. Per Trump, del resto, non è solo una decisione strategica. È personale. L’Iran è un nemico di lunga data, fin dai tempi degli ostaggi americani a Teheran. E c’è anche un conto aperto: le minacce ricevute dopo l’uccisione del generale Soleimani nel 2020. In più, c’è l’effetto emulazione: il recente blitz contro Nicolás Maduro, riuscito senza perdite, è ancora vivido nella sua memoria. L’idea di replicare un colpo «perfetto» lo attrae.
Le ultime resistenze
Nel cerchio ristretto, le posizioni oscillano. Rubio resta prudente, ma non si oppone. Susie Wiles si defila. Vance prova a frenare, elencando rischi economici e militari, fino a evocare un tradimento dell’elettorato MAGA. Ma alla fine, anche lui si allinea: «È una pessima idea, ma se vuoi farlo ti sosterrò». È il segnale decisivo.
26 febbraio: la decisione
L’ultima riunione è il 26 febbraio. Trump ascolta tutti. Nessuno dice davvero no. E allora decide. «Dobbiamo farlo». Il giorno dopo, a bordo dell’Air Force One, dà il via libera: «Operazione Epic Fury approvata». In meno di mezz’ora, la storia cambia direzione. La ricostruzione del New York Times evita scorciatoie pericolose: non è la storia di una potenza «manipolata» da un alleato. La scelta è americana, e personale. È la storia di un leader che segue il proprio istinto. E di un sistema che, nel momento cruciale, smette di fare da argine. Perché, alla fine, nessuno si oppone davvero. Tutti si affidano a lui. Alla sua capacità – già dimostrata – di rischiare tutto e, in qualche modo, cavarsela. Finché non succede il contrario.
