Divieto dei social, «dovremmo piuttosto proteggere i figli dagli adulti»

Il presidente francese Emmanuel Marcon sta spingendo il Parlamento a votare «entro il 15 luglio» la legge che vieterebbe l’utilizzo dei social ai minori di 15 anni, in modo da iniziare a cancellare, a partire da settembre, i profili già creati. Dall’altra parte della Manica, l’idea del Regno Unito è di vietare l’accesso alle piattaforme ai minori di 16 anni. Ne parliamo con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro.
Professore, come legge questi divieti?
«Sono provvedimenti che fanno star bene gli adulti ma non i ragazzi. In Australia dicono stiano funzionando, ma le ricerche sono fatte sui genitori, non sui figli. Il problema è che ai politici interessa poco la salute dei giovani, visto che non votano. Disboschiamo loro il pianeta, plastifichiamo il mare, ne uccidiamo qualche decina di migliaia minorenni in guerra, il tutto dicendo che li amiamo tanto. Poi si trova uno slogan di grande successo che è quello di vietare i social, ben sapendo che è impossibile farlo. È impossibile farlo persino dando tutti i dati biometrici alle piattaforme. Pensi, diciamo di volerle combattere e poi diamo loro i dati dei nostri figli? Invece di combatterle seriamente, facendo leggi che vietino i social a tutta la popolazione, che impediscano la creazione di gruppi di WhatsApp di genitori, ripieghiamo su questo. Ma i figli stanno male perché sono gli adulti che stanno troppo sui social. Si lanciano provvedimenti inattuabili solo per avere il consenso popolare: il fatto che venga fatto sulla pelle dei giovani, mi rattrista molto».
Si lega tutto all’idea dei «no che aiutano a crescere». È così?
«Esatto. Il mondo intero oggi è costruito intorno all’idea dei no che aiutano a crescere, perché la più grande storiella che ci siamo raccontati è che alle nuove generazioni abbiamo dato troppo. Ma per tornare, come dicono i politici, ai no che aiutano a crescere, devi iniziare a rinunciare a qualcosa tu, adulto. Viviamo in una società in cui gli adulti non hanno più vergogna, e davanti alle zero regole che si pongono e al fatto che fanno tutto ciò che vogliono, poi dicono che bisogna imporre regole ai ragazzi. Non è un caso se le nuove generazioni hanno perso fiducia nei genitori e nella classe politica. Gli adulti hanno perso la loro credibilità. I ragazzi non si fidano più. Se in più poniamo loro regole che neppure sappiamo far rispettare, allora scompare lo spazio dell’autorevolezza. Dire i no senza saperli far rispettare è tutto il contrario dell’autorevolezza».
Dal suo punto di vista, insomma, i divieti rappresentano il fallimento di una generazione di genitori.
«Parliamo di una società individualista, in cui gli adulti vogliono avere tutto sotto controllo e alimentare le proprie ambizioni, in cui i genitori vogliono concedersi il weekend per loro ma intanto avere anche un figlio, andare comunque al ristorante e, per questo, dare il cellulare al bambino così mentre loro mangiano lui non si annoia. Ma rinunciare al ristorante non si può. E rinunciare al proprio lavoro non si può, perché l’identità di entrambi i genitori si costruisce dando spazio al lavoro. Intendiamoci: una delle più grandi conquiste e c’è ancora molto da fare, per la causa femminile. Ma il problema è che se non ci piace una società governata dagli algoritmi e dai social, in cui i giochi oggi sono i videogiochi e la socializzazione si fa nello spazio di Internet, allora dobbiamo trovare alternative vere. Ma se non vogliamo vietarci i social, l’alternativa è chiedere scusa alle nuove generazioni e aiutarle, perlomeno, a muoversi nell’universo digitale. Ma a quel punto andrebbe reso obbligatorio l’ingresso del cellulare a scuola, pur vietandolo agli adulti. Il cellulare a scuola non per le lezioni, ma perché quando i giovani usciranno dall’adolescenza e vorranno entrare all’università, se non usano internet non potranno nemmeno iscriversi. Insomma, se questo è il mondo, devi aiutare le generazioni a starci dentro. Si chiama società onlife. Ed è assurdo che pensiamo di educare i nostri figli come sottosviluppati mentali, costruendo al contempo una società in cui il successo affettivo passa attraverso l’uso dei social. Dobbiamo piuttosto aiutare le nuove generazioni a usare l’IA e ad avere un futuro, non a togliergli questa possibilità non sapendo come fare».
Lei parla spesso di «bullismo adulto». È anche il titolo di un suo podcast con Francesco Costa.
«Sì, perché viviamo in una società di bullismo adulto verso i ragazzi. Il telefonino al figlio lo hanno spacciato la mamma e il papà, la politica. I social non sono governati dall’algoritmo e basta, sono governati da adulti che senza i social dovrebbero finalmente iniziare a parlare con i figli, a costruire una relazione tra scuola e famiglia in cui ci si incontra in carne e ossa, smettendola di andare a bersi lo spritz, ad arrampicare tutte le domeniche, ad andare in palestra, dal manicure e dal pedicure. Fare i genitori, fare la scuola. Ma non ne hanno voglia, perché questo implicherebbe togliere tempo alla loro vita per dedicarlo al benessere dei figli e degli studenti. I ragazzi stanno male, davanti ad adulti così egoisti, i quali danno la colpa ai social, ai trapper, ai videogiochi, ai compagni bulli e che reputano questi divieti perfette soluzioni. Dovremmo chiedere loro scusa e proteggerli da noi stessi».
