Medio Oriente

Dov’è la cavalleria? «USA e Israele sanno che il popolo iraniano verrà massacrato»

Nonostante le previsioni nefaste, lo Stato ebraico incoraggia comunque la popolazione a ribellarsi al regime: «Gli iraniani usati come pedine, si sentiranno traditi»
©Keystone
Michele Montanari
18.03.2026 09:00

Hollywood ci ha insegnato che nel momento del bisogno arriva sempre la cavalleria. Gli USA di Trump, però, non incarnano neanche per sbaglio il mito dell’intervento salvifico al fianco del più debole. Almeno, non senza interessi economici in gioco.

Quando lo scorso gennaio le rivolte popolari in Iran entravano nell’ora più buia, con le guardie rivoluzionarie che sparavano sulla folla senza porsi troppi problemi e Internet cadeva nel silenzio totale, isolando la gente dal resto del mondo, Donald Trump esortava gli iraniani a resistere. A ribellarsi, perché, appunto, sarebbe arrivata la cavalleria a stelle e strisce. Non è stato così. Lo dicono le migliaia di vittime registrate nel Paese mediorientale alla fine di gennaio. Perché anche i morti parlano: nessuno per loro ha fatto niente. La guerra scatenata da USA e Israele a fine febbraio non sembra aver nulla a che fare con la liberazione del popolo, vessato da decenni da un regime liberticida e sanguinario. I civili iraniani oggi appaiono pedine sacrificabili.

La conferma arriva dal Washington Post, che ha visionato in esclusiva un cablogramma (un telegramma trasmesso via cavo sottomarino, ndr) del Dipartimento di Stato americano. Alti funzionari israeliani avrebbero dipinto lo scenario ai diplomatici statunitensi: i manifestanti iraniani «verranno massacrati» se scenderanno in piazza contro il loro governo. Chiaramente è verosimile, la strage di civili è una realtà in Iran. Ma nonostante il prevedibile bagno di sangue, Israele sta esortando pubblicamente una rivolta popolare. Della serie, «armiamoci e partite».

Il cablogramma, diffuso venerdì dall'ambasciata statunitense a Gerusalemme, riporterebbe inoltre una valutazione israeliana secondo cui il regime iraniano «non sta cedendo» ed è disposto a «combattere fino alla fine» nonostante l'uccisione della guida suprema Ali Khamenei, lo scorso 28 febbraio, e malgrado i continui bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele. Pure la morte del capo della sicurezza della Repubblica islamica, Ali Larijani, sembra aver suscitato sentimenti di rivalsa, con il capo dell'esercito iraniano, il generale Amir Hatami, che nelle ultime ore ha promesso vendetta.

Ieri il premier israeliano Benjamin Netanyahu, citato dal canale televisivo Keshet 12, è tornato a suonare la carica: «Abbiamo eliminato Ali Larijani, il boss dei Guardiani della rivoluzione, il gruppo di gangster che de facto governa l'Iran e insieme a lui anche il capo della Forza Basij che diffonde il terrore tra la popolazione iraniana. Stiamo aiutando i nostri amici americani nel Golfo e stiamo indebolendo questo regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo. Non accadrà tutto in una volta, non sarà facile. Ma se persevereremo, daremo loro la possibilità di prendere in mano il proprio destino».

Il regime degli ayatollah ha ucciso migliaia di persone durante le manifestazioni antigovernative su larga scala all'inizio di quest'anno. Se un gran numero di iraniani dovesse tornare in piazza, per i funzionari israeliani «la gente verrà massacrata» e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, la principale forza militare iraniana, «avrà il sopravvento».

Nonostante le previsioni nefaste, Tel Aviv però continua ad affermare pubblicamente di sperare in una rivolta popolare, esortando gli Stati Uniti a prepararsi a sostenere i manifestanti qualora ciò si verificasse. Evidentemente, dovrebbe trattarsi di un'azione via terra, non certo a suon di bombe. Ipotesi, questa, finora scartata dalla Casa Bianca, che comunque ha aperto la porta all'intervento dei curdi stanziati in Iraq. Pure il principe ereditario iraniano in esilio, Reza Pahlavi, da mesi invita gli iraniani a scendere in piazza per combattere il governo.

Che sia arrivato il momento di smetterla con le promesse e mandare finalmente la cavalleria a proteggere il popolo? Non ne è così sicuro Narges Bajoghli, esperto di Iran presso la Johns Hopkins University. Interpellato dal WP, ha affermato che gli iraniani nutrono da tempo scetticismo sulle intenzioni israeliane e che il messaggio contenuto nel cablogramma verrà percepito da gran parte della popolazione come «insensibile» e «lesivo» della dignità umana degli iraniani: «Credo che molte persone si sentiranno profondamente tradite da questa valutazione», ha commentato Bajoghli.

Secondo l'ambasciata israeliana a Washington, lo Stato ebraico in questa fase è «concentrato sull'eliminazione delle capacità militari del regime, a vantaggio di tutti. Gli iraniani hanno rischiato la vita scendendo in piazza più e più volte, anche lo scorso gennaio. Esistono gruppi di opposizione che lavorano in modo indipendente da anni per rovesciare il regime».

Dal canto suo, Suzanne Maloney, esperta di Iran e vicepresidente della Brookings Institution, ha evidenziato come la vulnerabilità dei manifestanti iraniani disarmati debba essere un fattore da considerare per i funzionari statunitensi e israeliani: «Il popolo iraniano è attualmente in grave pericolo a causa del regime, e sarebbe un peccato se venisse usato come pedina nel tentativo di esacerbare ulteriormente la situazione».

Lo stesso Donald Trump, inizialmente favorevole a una azione di rivolta da parte del popolo iraniano, ultimamente si è mostrato più cauto: «Ci sono persone per le strade con mitragliatrici, che sparano a raffica contro chiunque voglia protestare. Penso davvero che questo rappresenti un grosso ostacolo da superare per chi non possiede armi» ha affermato il tycoon a Fox News.

Ieri, Joe Kent, direttore del Centro nazionale antiterrorismo statunitense, presentando le sue dimissioni si è detto contrario alla guerra degli Stati Uniti all'Iran. Per Kent, il Paese mediorientale non rappresentava una minaccia immediata per gli USA, i quali sarebbero entrati in guerra solo in seguito alle «pressioni da parte di Israele e della sua potente lobby americana».

D’altronde, l'Iran ha finanziato milizie e movimenti politici in tutto il Medio Oriente ostili allo Stato ebraico, tra cui Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen. Lo sforzo di Israele di fomentare una rivolta in Iran, a prescindere dal numero di vittime civili, sarebbe il cosiddetto «male necessario» per arrivare al «collasso» della Repubblica islamica.

Per Narges Bajoghli, «uno dei modi per raggiungere questo obiettivo è creare maggiori opportunità in cui le armi dello Stato vengano puntate contro la popolazione. L'obiettivo non è creare una democrazia liberale per il popolo iraniano, bensì ampliare il divario tra la società e lo Stato».

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