Stati Uniti

E ora l’agenda dice: 7 novembre 2028, ma chi sono i favoriti?

In casa democratica si è molto parlato di Talarico (Texas) e di El-Sayed (Michigan), ma verso le presidenziali è interessante il profilo di Ossoff (Georgia) - Tra i repubblicani, qualche dubbio in più
© AP/Mike Stewart
Paolo Galli
04.11.2026 20:10

Leggi midterm, ma già pensi alle presidenziali. È inevitabile, d’altronde. Le elezioni di metà mandato rappresentano il classico giro di boa, e una volta aggirate si inizia a guardare avanti. E all’orizzonte si stagliano le elezioni presidenziali del 7 novembre del 2028. Segniamoci questa data: 7 novembre 2028, perché a partire da oggi ne sentiremo molto parlare. Da una parte come dall’altra, tra tutte le incognite del caso. La prima, la più grande, riguarda l’attuale presidente. Sì, perché Donald Trump non potrebbe essere della partita. L’uso del condizionale è doveroso visto il personaggio in questione. Il XXII emendamento della Costituzione americana dice chiaramente che «nessuna persona potrà essere eletta alla carica di presidente più di due volte». Non ammette eccezioni. E quindi, giochi chiusi per il tycoon? Lui, ancora pochi giorni fa, ha ammesso: «Mi piacerebbe candidarmi, ma la legge è molto ferrea». Potrebbe provarci, potrebbe cercare cavilli e sotterfugi. Intanto ci scherza su, come a voler intorbidire le acque. Soltanto un anno fa aveva messo in vendita i cappellini con la scritta «Trump 2028».

Guardando oltre Kamala Harris

Ma le copertine dei quotidiani e le home dei vari portali di informazione americani, oggi, sono tutte dedicate ai democratici, ai nuovi volti di un partito che ha saputo muoversi nell’ombra, in questa prima fase del nuovo mandato di Trump alla Casa Bianca, per poi emergere al momento giusto. Alcuni di questi nuovi volti, ora, vengono declinati dai media locali anche in prospettiva 2028. È la nuova faccia «dem», quella che non ti aspettavi e che ora crea i maggiori entusiasmi. Persino esagerati, considerando i due anni che ancora mancano al voto e ricordando come il Partito Democratico non sia certo nato ieri. Secondo i sondaggi, infatti, la figura «dem» con la maggiore notorietà nazionale rimane Kamala Harris, la candidata battuta da Trump nel novembre del 2024. Secondo la media dei sondaggi di RealClearPolling al 1. novembre, l’ex vicepresidente americana è seguita - con un certo distacco - dal governatore californiano Gavin Newsom (notizia di oggi: verrà rimpiazzato nel ruolo da Xavier Becerra), dall’ex segretario dei Trasporti Pete Buttigieg e dalla deputata alla Camera dei rappresentanti Alexandria Ocasio-Cortez (appena confermata). Al quinto posto, figurava però Jon Ossoff, rieletto al Senato per la Georgia. Una rielezione tutto fuorché scontata, che molti analisti hanno accolto proprio come un segnale in vista del 2028.

«Riforma, non restaurazione»

Improvvisamente, dopo settimane in cui a contendersi le copertine erano stati, in particolare, James Talarico e Abdul El-Sayed, il nome caldo è diventato proprio il suo. Ossoff è stato rieletto a discapito di Mike Collins, l’uomo di Trump, in uno Stato che lo stesso Trump era riuscito a strappare ai «dem» nel 2024. Era l’unico democratico, Ossoff, in questa scomoda situazione, alla vigilia del voto. Era considerato, proprio per questo, il più vulnerabile. A colpire, nel corso della campagna, sono stati i toni duri, persino sprezzanti, nell’attaccare Trump e quella che aveva definito «Mar-a-Lago mafia». A 39 anni, viene descritto come un profilo trasversale e forte, pronto a resistere anche alle botte di un’avventura maggiore. Oggi ha esclamato: «Il popolo americano ha ripudiato la depravazione, la corruzione e l’incompetenza del fallimentare presidente uscente Donald J. Trump». Dice di non essere interessato alla corsa per Washington. Ma i media lo stanno comunque spingendo. E persino Polymarket (la principale piattaforma mondiale di mercati predittivi) lo dava in testa tra i possibili candidati «dem». Lui intanto insiste, ricordando come questo momento non sia «un momento di restaurazione, ma di riforma». I democratici sembrano apprezzare proprio questo concetto, che Kamala Harris, per molti, non riesce a rappresentare fino in fondo. Da segnalare, nella casa del partito dell’asinello, anche le conferme di Josh Shapiro in Pennsylvania e di JB Pritzker in Illinois.

Il trumpismo sconfitto

E torniamo al Partito Repubblicano. Al netto di improbabili colpi di testa da parte del presidente in carica, che difficilmente si tradurrebbero in un terzo mandato, i nomi più probabili per la sua successione a leader del Grand Old Party sono quelli dei suoi «delfini», ovvero JD Vance, attuale vicepresidente, e Marco Rubio, segretario di Stato. L’ondata blu che ha travolto gli Stati Uniti non lascerà, di sicuro, invariati gli equilibri all’interno del partito sconfitto. Nell’occhio del ciclone è finito proprio il cosiddetto «trumpismo», a cui si associa evidentemente il leader assoluto Donald Trump, ma anche gli uomini da lui scelti, in primis JD Vance e, in seconda battuta, Marco Rubio. Il 42.enne Vance, sin dalla sua nomina, è stato interpretato e descritto come il naturale successore del tycoon, forte della sua impostazione «MAGA» e di ciò che rappresenta. La sua storia è stata, d’altronde, da lui descritta nel bestseller autobiografico «Elegia americana». Marco Rubio ha sposato la svolta populista del suo partito, ma non l’ha mai incarnata fino in fondo. Ha radici diverse, rispetto a quelle di Vance, e per questo potrebbe persino pagare meno, ora, del VP la sconfitta repubblicana nel midterm.

Il gioco a smarcarsi

È però chiaro come il vicepresidente sia, attualmente, ancora in pole position. È vero che, in politica, tutto viene superato rapidamente, ma soltanto a settembre, in occasione della convention repubblicana di Dallas, la folla aveva scandito proprio il suo nome. «Ora dobbiamo occuparci di novembre, poi di quello che arriverà dopo», si era schermito. E adesso? Già qualche settimana fa, lo stesso Vance aveva buttato lì, pubblicamente, qualche dubbio su una sua effettiva candidatura nel 2028, citando i quattro figli piccoli e l’avversione della moglie per la politica. Ora anche i sondaggi e i siti come Polymarket lo raccontano in calo. E lui ha provato a smarcarsi da Trump: «Abbiamo perso per colpa della guerra». Una mossa in chiave 2028? Domande lecite, in casa repubblicana: dare continuità nella conduzione di una squadra rivelatasi perdente, oppure provare a sondare nuove strade? Di alternative vere e proprie, ora come ora, non se ne vedono.

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