I Laburisti taglieranno la testa ai Tories?

Il Parlamento di Westminster è stato ufficialmente sciolto quest'oggi in vista delle elezioni politiche del 4 luglio e avrà un aspetto molto diverso quando riaprirà qualche giorno dopo il voto.
I conservatori, al potere da 14 anni, hanno poche settimane di tempo per tentare di colmare il divario che li separa dall’opposizione laburista. Secondo tutti i sondaggi il Labour ha un vantaggio di almeno 20 punti e formerà il nuovo Governo, anche se il leader Keir Starmer afferma che la vittoria non è scontata e che quindi «combatterà per ogni voto».
Le previsioni sono impietose per i Tories, che secondo le proiezioni degli esperti crolleranno dagli attuali 334 seggi a 92. Una situazione ben diversa dalle ultime elezioni nel 2019, che sull’onda di Brexit avevano visto il trionfo di Boris Johnson, poi travolto dal «partygate», lo scandalo sulle feste illegali a Downing Street durante la pandemia.
Gli ultimi sondaggi prevedono invece più di un raddoppio per i laburisti, con un passaggio da 205 seggi a 479. Se così fosse, Starmer batterebbe il record storico stabilito dal suo predecessore Tony Blair, che aveva conquistato 418 seggi nel 1997.
Le cinque settimane di campagna elettorale si prospettano quindi tutte in salita per i conservatori, penalizzati dalla lunga permanenza al Governo, dalla crisi economica che ha portato il tenore dei vita dei cittadini britannici a crollare ai minimi dalla seconda guerra mondiale, dagli scandali politici e dalle lotte tra fazioni all’interno del partito.
Dal referendum su Brexit del 2016 a oggi il Regno Unito ha avuto cinque primi ministri (tre in un solo anno), otto ministri degli Interni e sette cancellieri dello Scacchiere – prima dell’uscita dall’Unione Europea c’erano stati solo quattro ministri del Tesoro in 23 anni.
Difficile quindi per i Tories presentarsi come il partito della stabilità, del buon governo e del buon senso, come da tradizione. Il premier Rishi Sunak, che ha sorpreso tutti, ministri compresi, con l’annuncio delle elezioni mesi prima del previsto, sembra avere deciso di minimizzare le perdite puntando sulla base del partito.
Gli annunci fatti dai conservatori negli ultimi giorni sono mirati infatti agli elettori più di destra e non più giovani, come la promessa che non ci saranno aumenti delle tasse per i pensionati, o l’intenzione di ripristinare un periodo di servizio militare o civile obbligatorio per i diciottenni, che era stato abolito nel 1960.
La strategia dei Tories è di non regalare voti al Reform Party, la reincarnazione del Brexit Party di Nigel Farage, che negli ultimi mesi ha raccolto molti consensi tra gli elettori di destra che sono delusi dal Governo ma non voterebbero mai per i laburisti.
Il sistema uninominale secco britannico significa che difficilmente Reform riuscirà a mandare deputati a Westminster, ma potrebbe sottrarre preziosi voti ai conservatori. Per questo Sunak e gli altri ministri fanno opera di dissuasione e continuano a ripetere che «un voto per Reform è un voto per il Labour».
Entro il 7 giugno i partiti devono presentare la lista dei candidati in tutte le circoscrizioni e i Tories sono ancora alla ricerca di 158 persone disposte a scendere il campo per il partito. Il compito è reso più difficile dal vero e proprio esodo di deputati: ben 78 conservatori hanno annunciato che non si ricandideranno, segnale di quanto sia basso il morale nel partito. Un vero e proprio esodo sia della vecchia guardia – come l’ex premier Theresa May e gli ex vice-premier Dominic Raab e Michael Gove – che delle giovani leve del partito elette nel 2019.
Se i Tories affrontano il voto con poco entusiasmo e poche speranze, i laburisti sanno di essere in netto vantaggio ma evitano toni trionfalistici del tutto prematuri. La storia recente insegna: visto il vantaggio di 20 punti nei sondaggi di opinione la May aveva indetto elezioni anticipate nel 2017 e aveva buttato via la maggioranza assoluta in Parlamento dopo una campagna elettorale disastrosa.
Starmer procede quindi con grande cautela e punta soprattutto a rassicurare gli elettori che il partito laburista è cambiato. «Change», Cambiamento, il semplice slogan del Labour, si riferisce sia al desiderio degli elettori di voltare pagina dopo 14 anni di Governo conservatore sia agli sforzi fatti da Starmer per migliorare l’immagine del partito.
Diventato leader nell’aprile 2020 dopo la peggiore sconfitta della storia per i laburisti nel dicembre 2019, l’ex avvocato e procuratore generale approdato tardi alla politica ha preso le distanze dal suo precedessore Jeremy Corbyn e dalle sue posizioni di estrema sinistra che avevano allontanato molti elettori moderati. E’ riuscito a riportare il partito su posizioni più di centro e a rassicurare anche il mondo degli affari che non c’è nulla da temere dai laburisti. Il suo braccio destro è Rachel Reeves, cancelliere-ombra, un’economista molto rispettata che ha lavorato per anni alla Banca d’Inghilterra e che rafforza l’immagine di stabilità e competenza.
L’economia, come sempre, è al centro della campagna elettorale. Per conquistare voti sia i Tories che i Laburisti si sono impegnati a non aumentare le tasse sul reddito, le imposte societarie o l’Iva. I programmi elettorali, che saranno pubblicati a breve, daranno dettagli più precisi sulle intenzioni dei due partiti. Per ora i conservatori avvertono che non bisogna fidarsi dei laburisti, mentre il Labour ricorda il caos economico e politico degli ultimi anni di Governo Tory.
La virata al centro di Starmer ha restituito credibilità al Labour agli occhi di molti elettori, ma inevitabilmente ha alienato molti giovani e militanti di sinistra, che accusano il leader di avere «tradito» alcuni valori fondamentali del partito e di avere epurato i dissidenti troppo estremisti. Come Corbyn, espulso dal Labour, che si è candidato come indipendente e che quasi certamente sarà eletto, continuando a essere una spina nel fianco di Starmer anche dopo il 4 luglio.
