L'approfondimento

«Epic Fury», ma non solo: che cosa ci dicono i nomi delle operazioni militari

Dietro questi nomi, solitamente, si celano precise strategie volte a occupare lo spazio mediatico e a piegare l'opinione pubblica, interna ed esterna
©CRISTOBAL HERRERA-ULASHKEVICH
Marcello Pelizzari
06.03.2026 10:35

Le guerre si combattono (anche) a parole. O, meglio, sfoderando slogan come fossero armi. La crisi che sta avvolgendo e sconvolgendo il Medio Oriente non fa eccezione. Proprio perché le parole, anche a questo giro, sono al tempo stesso narrazione e racconto. Gli Stati Uniti, ad esempio, battezzando la loro operazione Epic Fury hanno puntato sul concetto di potenza assoluta. Anche, anzi soprattutto, per coinvolgere i media. La scelta, infatti, da un lato risponde a una logica puramente tecnica e di guerra, fungendo da richiamo ed esempio per gli alleati, dall'altro invece rappresenta un mantra, facilmente riconoscibile e ripetibile, presente in ogni articolo, servizio televisivo e clip social.

Un po' di storia

L’usanza di battezzare le operazioni belliche con pseudonimi distintivi affonda le radici nella Prima guerra mondiale. Furono i vertici militari della Germania, nello specifico, a inaugurare questa prassi, utilizzando termini evocativi per gestire la complessità dei loro piani tattici e motivare le truppe.

Successivamente, negli anni Venti, l'approccio statunitense si fece al tempo stesso più pragmatico e astratto: per garantire la massima segretezza, le operazioni venivano identificate semplicemente attraverso il colore dei documenti cartacei. Basti pensare al celeberrimo Piano Arancione. Un errore, quello della troppa trasparenza, che commise la Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale: le voci sull'operazione Leone Marino vennero intercettate dai britannici che subito pensarono, giustamente, a un imminente attacco via mare. Winston Churchill, dal canto suo, impose nomi che non suonassero arroganti o vanagloriosi e, ancora, che non apparissero superficiali o ridicoli.

Con il secondo Dopoguerra, i nomi in codice americani smisero di essere segreti, trasformandosi in veri e propri strumenti di comunicazione di massa.

Il primo proiettile da sparare

Epic Fury, secondo quanto dichiarato a RFE/RL da Mark Cancian, consulente senior del Center for Strategic and International Studies di Washington è un nome «insolito per la sua audacia». Un tempo, le grandi potenze privilegiavano nomi più neutri. Meglio, evitavano un vocabolario troppo duro per non urtare l'opinione pubblica. O, ancora, puntavano, nel caso degli americani, sullo scopo morale dell'operazione e sulla disciplina.

Al di là delle sfumature, i nomi in codice delle operazioni, come sosteneva in un vecchio articolo Gregory Sieminski, un ufficiale dell'esercito americano, rappresentano «il primo – e molto probabilmente il decisivo – proiettile da sparare» in un conflitto. Un proiettile, diciamo un messaggio, con più destinatari. Oltre alla spinta morale per le truppe e l'opinione pubblica statunitensi, alcuni nomi prendono (ovviamente) di mira il nemico. Un'importante esercitazione tenutasi in Arabia Saudita prima della Guerra del Golfo del 1991, per dire, venne chiamata Imminent Thunder, un nome che, a detta di Sieminski, era «chiaramente concepito per intimidire gli iracheni».

Se è vero che, di recente, l'intelligenza artificiale ha aiutato (e sta aiutando) a generare combinazioni di nomi, Epic Fury è il frutto di una precisa e studiata scelta di questa amministrazione. Come lo erano, a suo tempo, nomi quali Desert Storm o Enduring Freedom, anche se il verbo endure, in questo caso inteso come qualcosa che durasse nel tempo, si prestò anche ad altre interpretazioni: ovvero, una libertà (mal) sopportata da chi, invece, avrebbe dovuto beneficiarne. 

Il ruggito del leone

Israele, a sua volta, ha scelto un nome altamente evocativo per la sua operazione contro l'Iran: Roar of the Lion, il ruggito del leone. Un animale che occupa un posto privilegiato nell'immaginario nazionale e religioso dello Stato ebraico, simbolo di spirito e coraggio ma anche di protezione. Non a caso, Benjamin Netanyahu ha presentato questa offensiva non come un'aggressione ma come un'operazione «preventiva», necessaria per garantire la sopravvivenza di Israele. Da una parte la minaccia della Repubblica islamica, dall'altra la «lotta esistenziale».

Epic Fury, per contro, suggerisce un intervento ampio e prolungato, dalla forza devastante. Un nome che richiama la fermezza del Pentagono rispetto al programma nucleare e missilistico dell'Iran.

La promessa di Teheran

E l'Iran? La risposta di Teheran è stata chiamata True Promise 4, nel solco di una retorica politico-religiosa che ribadisce l'impegno del regime: quello di far rispettare la propria parola e di difendere l'onore di fronte a un'aggressione. L'aggiunta di un numero, 4, fa dell'Iran un attore metodico, capace di impegnarsi in un conflitto di lunga durata, quasi fosse una serie televisiva a episodi.