Garlasco, da Stasi a Sempio: il processo mediatico cambia bersaglio

Nelle prossime settimane, il procuratore aggiunto di Pavia Stefano Civardi e le pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza presenteranno al giudice per l’indagine preliminare (GIP) la richiesta di rinvio a giudizio per Andrea Sempio: l’accusa sarà omicidio pluriaggravato di Chiara Poggi. L’atto dovrà contenere tutte le possibili fonti di prova per sostenere il giudizio in un eventuale processo. Quindi: i risultati delle consulenze tecniche ordinate dalla Procura, le intercettazioni, le informative dei carabinieri, ogni possibile documento che possa contribuire a sostenere la ricostruzione dei magistrati pavesi.
Il caso Garlasco conoscerà una clamorosa svolta. Questa volta ufficiale.
In realtà, del barbaro assassinio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, non si è mai davvero smesso di parlare. Nemmeno dopo la sentenza definitiva di condanna di Alberto Stasi a 16 anni, sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione il 12 dicembre 2015.
Dopo la riapertura delle indagini, decisa l’11 marzo dello scorso anno dalla Procura di Pavia, Garlasco ha poi letteralmente allagato i palinsesti delle Tv italiane. Coinvolgendo, va detto, anche moltissimi telespettatori ticinesi.
Il processo mediatico attira in modo irrefrenabile.
In un articolo pubblicato sul quotidiano torinese La Stampa, la sondaggista Alessandra Ghisleri ha sostenuto che il 74,3% degli italiani segue con regolarità programmi, podcast o contenuti di cronaca nera, senza differenze nette di età, ceto sociale od orientamento politico. Il True Crime, così come è stato ribattezzato il genere, è terribilmente attrattivo. Forse perché, sostiene Ghisleri, la modernità ha allontanato la morte dalla vita quotidiana, e per questo la morte torna attraverso lo schermo.
Perché il sangue attrae
Vittorio Manes, avvocato e ordinario di Diritto penale a Bologna, è uno dei grandi esperti del fenomeno. Nel 2022 ha scritto per Il Mulino Giustizia mediatica. Gli effetti perversi sui diritti fondamentali e sul giusto processo, mentre nel 2025 ha dato alle stampe L’imparzialità del giudice nel turbine della «giustizia mediatica» (Editoriale Scientifica).
«I fatti di sangue scuotono le coscienze collettive, attraggono. E la rappresentazione mediatica del crimine è al contempo un ansiogeno e un ansiolitico, quando ad esempio individua il colpevole magari anche solo attraverso la logica del capro espiatorio - dice Manes al Corriere del Ticino - Il processo mediatico, poi, attira così tanto perché innalza lo spettatore a giudice, trasforma cioè tutti noi che guardiamo in piccoli giudici in sedicesimo. Inoltre, evoca la dicotomia secolare bene-male: il bene di fronte al male. Ciascuno si sente investito di una solidarizzazione con la vittima e di un compito di decisione, di giustizia».
Tuttavia, sottolinea Manes, «trasferire il processo dall’aula giudiziaria a sedi del tutto diverse, come possono essere un salotto televisivo, un talk show o addirittura l’universo scomposto dei social network, significa perdere tutto quel corredo di garanzie sostanziali e processuali, di principi fondamentali che guarniscono e presidiano la corretta amministrazione della giustizia: primo fra tutti, il giusto processo e il diritto di difesa».
Nell’arena mediatica prevalgono le «valutazioni emotive, irrazionali, e persino il furore di popolo. I media - insiste Manes - sono uno specchio che non riflette la realtà, ma molto spesso la deforma. La prima vittima di questa traslazione impropria della giustizia dalla sede istituzionale alla sede mediatica è la presunzione di innocenza. Chi è investito da una vicenda che attrae l’attenzione dei media, da presunto innocente diventa presunto colpevole, anzi: un colpevole in attesa di giudizio. Colpevole fino a prova contraria».
La questione determinante è: può il processo mediatico incidere sul giudizio vero? Può cioè condizionare i giudici? «La mia posizione è proprio questa - dice l’avvocato Manes - Il processo mediatico ha una forza di retroazione sul processo reale che parte dal condizionamento dell’operato delle parti: difesa, accusa e anche il giudice. È molto difficile per un giudice restare immune dal condizionamento mediatico. Quando il processo entra nella dimensione mediatica, si crea inevitabilmente un’onda colpevolista: al centro è proiettata la tesi inquisitoria, la tesi dell’accusa, anche se tutta ancora da dimostrare. Purtroppo, a quel punto, il giudice - di fronte a un orizzonte di attesa che si crea nel pubblico di vedere condannare l’indagato - invece che decidere liberamente deve dire da che parte stare. Deve schierarsi».
La spinta ad agire
Fabio Schembri, avvocato penalista, è uno degli storici difensori di Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati in ultima istanza all’ergastolo per la strage di Erba dell’11 dicembre 2006. Schembri conosce bene l’impatto mediatico sul processo, avendolo costantemente vissuto in prima persona negli ultimi 15 anni proprio nel caso dei coniugi Romano.
«In Italia, al di là della Tv e dei nuovi media, c’è sempre stata una particolare attenzione ai processi penali - dice Schembri al Corriere del Ticino - i vecchi avvocati raccontavano che negli anni ’30, ’40 e ’50 il Tribunale era una sorta di teatro nel quale la gente si recava a seguire le udienze. L’opinione pubblica ha sempre fatto la sua parte, si è sempre divisa tra colpevolisti e innocentisti. I nuovi media hanno, in qualche modo, aperto questo ventaglio». Tuttavia, aggiunge, «sono gli stessi media che scelgono i casi su cui puntare facendoli diventare popolari; e talvolta, in modo incomprensibile, un caso diventa più mediatico di altri senza apparenti motivi».
A proposito di Garlasco, Schembri sottolinea come non sia improbabile che l’attenzione mediatica abbia in qualche modo spinto anche i magistrati ad agire in modo diverso: «Si dice che il giornalista dovrebbe essere cane da guardia rispetto ai poteri. Il fatto che ci sia stata maggiore attenzione da parte della stampa ha portato forse a essere più precisi e a rivalutare ciò che si era fatto in precedenza. Con le sentenze passate in giudicato accade difficilmente. E, in verità, il caso Garlasco è quasi unico. Una Procura che riapre l’inchiesta puntando su un diverso indagato rispetto al condannato in Cassazione è un evento straordinario».
L’errore possibile
Oggi, conclude l’avvocato milanese, «un nuovo capitolo si è aperto nella ricerca della verità giudiziaria grazie soprattutto alla scienza. Ci sono molti più strumenti per individuare l’errore in maniera efficace. A Garlasco, dopo 19 anni, si è riusciti ad attribuire un’impronta sul muro, anche se la difesa contesta e si è riusciti a scoprire le tracce di DNA sotto le unghie. L’errore umano, nelle indagini tecniche, è dietro l’angolo ma oggi, con le nuove tecnologie, è più difficile. Facendo il mio mestiere so che di errori giudiziari ce ne sono innumerevoli. Anche per questo bisognerebbe prendere atto che, pure rispettandola, è possibile criticare una sentenza di condanna definitiva e verificarne l’impianto probatorio», conclude Schembri.
