Georgia, «effetto Maidan» sul rinnovo della presidenza

Un Paese in cerca di identità, stretto fra una parte di opinione pubblica che, come impostazione, è già in Unione europea e un governo che, se non è filorusso, di certo non ha ancora sviluppato una mentalità pienamente democratica. Di mezzo, c’è un Paese la cui posizione geografica lo rende di importanza assoluta dal punto di vista geopolitico e una Commissione europea che deve fare i conti con le spinte filorusse che si agitano all’interno del Vecchio Continente e che deve trovare il modo di gestire una situazione oggettivamente non facile. Gli unici a non avere dubbi sono le decine di migliaia di persone che da settimane si ritrovano sul viale Rustaveli, il cuore pulsante di Tbilisi. Ci sono medici, avvocati, dirigenti d’azienda, molti intellettuali, che sono fra i principali motori della protesta. Ma soprattutto tanti, tanti giovani. «Siamo qui perché siamo preoccupati per la nostra democrazia e il nostro futuro», spiega il regista teatrale Paata Tsikolia, una delle anime della rivolta. «Noi ci sentiamo già in Europa, ma in Georgia si sta verificando una lenta, costante erosione dello Stato di diritto. In ambito culturale, stiamo assistendo a una censura senza precedenti. Le stesse criticità ci vengono riportate nella scuola e nel diritto. Per noi l’Unione europea non è solo un obiettivo, è la garanzia che la Georgia non faccia passi indietro, irrimediabili ».
L’ingresso promesso
Per molti, quella che chiamano «la fine dell’Ucraina» è un’ipotesi più che probabile. Le armate di Mosca controllano già due regioni del Paese, per quanto, in Abkazia, formalmente indipendente da entrambe, i rapporti con il Cremlino nelle ultime settimane si siano fatti progressivamente più tesi. Mosca, sembra aver captato la complessità e la delicatezza della situazione e, sui media nazionali, già inizia a parlare di un possibile «effetto Maidan», invocando l’intervento dell’Occidente dietro alla protesta di piazza. Nulla di più falso, perché l’Unione europea per prima deve ancora stabilire come rapportarsi a un governo regolarmente eletto e una piazza pacifica, «tamponata » fino a questo momento con interventi della polizia che hanno visto l’utilizzo di sostanze cancerogene disciolte nei gas e nei getti di idrante.
Sogno Georgiano, il partito che ha vinto le elezioni con il 54% dei consensi, non sembra volersi piegare a quella che considera una minoranza rumorosa dell’elettorato. Il successo è stato pieno e anche l’OSCE ha giudicato il voto valido. Non ha però fatto i conti con due aspetti importanti. Il primo è che nella capitale Tbilisi e a Batumi, la seconda città del Paese, sulle rive del Mar Nero, l’affermazione della coalizione di maggioranza è stata netta. Il secondo è che, nel loro programma elettorale, al primo posto veniva l’ingresso in Unione europea che, unito a fondamentali macroeconomici positivi e che hanno il ricevuto il plauso di molte istituzioni internazionali, li poneva come alternativa di gran lunga preferibile a una opposizione coesa, ma con grandi differenze al suo interno.
L’albero di Natale
La presidente della Repubblica, Salomé Zourabichvili, che oggi termina ufficialmente il suo mandato, dalla piazza ieri sera ha tenuto un discorso in diretta televisiva dai toni poco concilianti. Ha attaccato il governo per aver deciso di accendere l’albero di Natale (che si trova nella Piazza della Libertà, epicentro delle proteste) proprio questa sera, quando le manifestazioni potrebbero culminare in un contrasto violento con le forze dell’ordine. In più, ha chiesto nuove elezioni, tralasciando un fatto fondamentale per chi vuole comprendere la realtà georgiana. La piazza è straordinaria, è la traduzione politica che manca. Sogno Georgiano ha posticipato l’iter di ingresso in Unione europea fino al 2028, spiegando che, nel frattempo, andrà avanti con le riforme necessarie all’ingresso nel club di Bruxelles, ma in maniera autonoma. Il problema è che, per eccesso di fiducia e di rispetto delle consuetudini, si verifichi davvero una nuova Maidan. A favore della Russia.