Medio Oriente

Gli USA impantanati in Iran, e ora nessuno vuole giocare alla guerra con Trump

Gli alleati europei si rifiutano di inviare navi militari per riaprire lo Stretto di Hormuz, ma un «no» al tycoon potrebbe essere altrettanto destabilizzante: niente è più imprevedibile dell'ego ferito di chi si crede un re
©AARON SCHWARTZ / POOL
Michele Montanari
17.03.2026 10:30

Per Donald Trump la guerra in Iran è già finita. Negli scorsi giorni è arrivata l’ennesima sparata del presidente USA, che fa il paio con la promessa di fermare il conflitto in Ucraina «in sole 24 ore»: «Abbiamo vinto la guerra contro l'Iran in un'ora. Abbiamo dovuto fare un'escursione, un viaggetto per liberarci di gente molto malvagia». Peccato che la scampagnata americana in Medio Oriente, con il passare dei giorni, abbia assunto sempre più le sembianze di un pantano: soldati americani morti, missili e droni iraniani sulle basi a stelle e strisce (ma non solo), mercato energetico globale in crisi, con il prezzo del petrolio schizzato alle stelle.

Oggi l’assenza di una chiara strategia in Iran fa sorgere parecchi dubbi ai leader e ai giornalisti occidentali, mentre l’offensiva di Stati Uniti e Israele è entrata nella terza settimana. E, questa è la vera notizia, l’Europa finalmente non si è piegata alle politiche sconsiderate di Trump. Il suo appello agli Alleati - ma pure alla Cina - per liberare lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 20% del petrolio mondiale, è caduto nel vuoto. «Grazie, ma no grazie, caro presidente» hanno risposto in coro diversi partner, tra cui Australia, Giappone, Regno Unito e i membri UE. Mentre Pechino non sembra aver preso neppure un paio di minuti per riflettere sulla richiesta di Trump. Sia chiaro, la crisi nella importante rotta commerciale marittima interessa tutti. Così come il rischio di danneggiare irrimediabilmente i rapporti con la Superpotenza americana. Questioni spinose, che al momento per l’Europa sembrano meno pressanti della possibilità di finire in un conflitto che non vede la fine.

L’Europa ha detto no. Pure di fronte alle minacce del capo della Casa Bianca all’Alleanza atlantica: «Sarebbe molto negativo per il futuro della NATO» se i Paesi europei non si unissero agli USA nel loro sforzo di riaprire la navigazione alle petroliere, ha ammonito Trump, citando l'impegno americano nella guerra in Ucraina. Non contento, il tycoon ha accusato gli europei di essere dei «codardi».

Ieri il premier britannico Keir Starmer ha fatto sapere che Londra non è intenzionata a entrare in guerra, ricevendo un attacco immediato da Washington: «Va bene, primo ministro Starmer, non ne abbiamo più bisogno. Non abbiamo bisogno di persone che si uniscono alle guerre che abbiamo già vinto!» ha scritto Trump sui social. 

Ma Starmer non è certo il solo a essersi opposto all’intervento in Medio Oriente. Praticamente tutti i leader europei hanno escluso una missione NATO. Nick Carter, ex capo di Stato maggiore della Difesa britannica, ha dichiarato in un'intervista alla BBC Radio che sarebbe inappropriato per le forze dell’Alleanza atlantica unirsi agli Stati Uniti e a Israele nella loro guerra contro l'Iran. La NATO, infatti, è stata creata come «un'alleanza difensiva, e tutti i suoi articoli sono essenzialmente orientati alla difesa. Non è stata concepita come un'alleanza pensata per permettere a uno degli alleati di intraprendere una guerra a sua scelta e poi obbligare tutti gli altri a seguirlo» ha evidenziato Carter.

Trump negli scorsi giorni aveva affermato che «numerosi Paesi» erano disposti ad aiutarlo, sottolineando che il presidente francese Emmanuel Macron - non proprio il suo interlocutore preferito, anzi -  con ogni probabilità avrebbe aiutato nello Stretto di Hormuz: «Non è perfetto, ma è la Francia», ha ironizzato il presidente USA.

Anche l’operazione dell’ONU Aspides (la missione avviata, ad esempio, per difendere le navi nel mar Rosso dagli attacchi degli Houthi) non sembra una opzione percorribile.

Di fronte alle risposte tiepide, se non gelide, degli alleati europei, il tycoon si è tolto qualche sassolino dalla scarpa. Citato dal New York Times, ha commentato beffardamente: «Per 40 anni vi abbiamo protetto e voi non volete essere coinvolti. Sono sempre stato molto critico su tutte le politiche di protezione dei Paesi, perché so che noi li proteggiamo, ma se mai dovessimo aver bisogno di aiuto, loro non ci sarebbero. Lo so da molto tempo». L’alta rappresentante diplomatica dell'Unione Europea, Kaja Kallas, dopo aver mostrato una iniziale disponibilità ha poi fatto sapere che l’UE non amplierà l'operazione Aspides per proteggere il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz: «Questa non è una guerra europea, ma gli interessi europei sono direttamente in gioco» ha comunque evidenziato la ex premier estone. In ogni caso, «per il momento non c'è alcuna intenzione di modificare il mandato dell'operazione Aspides».

Come detto, le richieste di Trump sono il sintomo dell’assenza di una strategia efficace in Medio Oriente. A tal proposito, il Guardian, senza giri di parole, ha evidenziato: «Se mai c'è stato un momento in cui l'assenza di una strategia statunitense sull'Iran è stata palese, è proprio questo. Sabato Trump ha chiesto che Regno Unito, Cina, Francia, Giappone e altri Paesi partecipassero a una scorta navale per le petroliere attraverso lo stretto di Hormuz. Nonostante l'attacco all'Iran, lanciato insieme a Israele, la Casa Bianca non sembra aver previsto appieno le probabili conseguenze. L'Iran disponeva di poche valide opzioni militari per contrattaccare, eppure colpire le basi statunitensi, gli alleati degli Stati Uniti e le navi mercantili nel Golfo erano le risposte più ovvie, nel tentativo di imporre un prezzo all'Occidente». E oggi se lo chiedono davvero tutti: davvero gli USA non hanno previsto la reazione di Teheran?

Davanti al pantano americano, c’è però una certezza che abbiamo constatato in questi mesi di presidenza Trump: il tycoon è impulsivo e vendicativo. Gli esempi si sprecano: i dazi arbitrari imposti a Paesi alleati, le pretese sulla Groenlandia, il tira e molla in Ucraina con tanto di minacce pubbliche a Zelensky, gli agenti dell'ICE inviati a Minneapolis pure contro i civili, gli ambigui rapporti con Vladimir Putin, lo stop alle sanzioni contro il petrolio russo, i diktat sulle spese della difesa europea. La guerra fa paura a tutti, ma pure un «no» a Trump apre la strada a ripercussioni destabilizzanti per il mondo intero. Perché poche cose sono imprevedibili e quindi rischiose come l’ego ferito di chi si crede un re.