Medio Oriente

Guerra in Iran, «Trump si è trovato in un conflitto che non aveva ben capito»

Da come è nato il conflitto in Iran alle possibili conseguenze dei negoziati di Islamabad – Abbiamo fatto il punto della situazione con Paolo Capitini, generale dell'Esercito italiano ed esperto di scienze strategiche e storia militare
©Julia Demaree Nikhinson
Andrea Scolari
10.04.2026 16:00

Quello che si appresta a iniziare è un finesettimana cruciale per il conflitto in Medio Oriente. A Islamabad, infatti, si terranno i colloqui di pace tra una delegazione di Teheran e una di Washington per mettere definitivamente fine all’operazione «Epic Fury», l’attacco congiunto da parte di Stati Uniti e Israele contro l’Iran iniziato lo scorso 28 febbraio. «Già il fatto che questi incontri si terranno è un aspetto positivo», ci spiega Paolo Capitini, generale dell'Esercito italiano ed esperto di scienze strategiche e storia militare, ricordando come «con gli attacchi israeliani in Libano e la conseguente decisione dell’Iran di chiudere lo stretto di Hormuz, l’accordo di cessate il fuoco tra USA e Iran annunciato mercoledì ha rischiato di saltare».

«Le parti hanno la necessità di tirare il fiato»

«Un cessate il fuoco», ricorda l’esperto, «non è una tregua ma un modo per dire ‘smettiamola di sparare e lasciamo tutto così com’è’». I colloqui di Islamabad, dunque, «si basano su una temporanea cessazione delle azioni offensive e dovranno essere trasformati prima in una tregua e poi, eventualmente, in una pace». I passi da seguire sono questi, ma già per raggiungere il primo obiettivo la strada sembra in salita. «Non c’è una base comune, ma tutti i contendenti hanno la necessità di tirare il fiato. A parte questa necessità, ad oggi non c’è alcun elemento per parlare di un orizzonte di successo o insuccesso, anzi, è anche prematuro pensarlo. Partiamo dal lato positivo: i colloqui si terranno, già questo aspetto non era dato per scontato».

L’origine della guerra in Iran

Oggi, come scritto, si parla dei colloqui per una possibile pace in Iran. Ma come si è arrivati a questa escalation? Anche in questo caso bisogna unire una serie di puntini che coinvolgono Trump, il suo entourage e Benjamin Netanyahu, come ricostruito dal New York Times. Il tutto lo si può riassumere in questa frase: «L’influenza del premier israeliano sul tycoon è stata sottovalutata anche dalle persone più vicine al presidente statunitense». Centrale per l’avvio dell’operazione «Epic Fury» è stato il viaggio alla Casa Bianca di «Bibi» dell’11 febbraio, così come l’assenza al tavolo delle discussioni del vicepresidente JD Vance. Quel giorno Netanyahu ha spiegato a Trump che «un’operazione congiunta avrebbe potuto portare a un cambio di regime, che in poche settimane si sarebbe potuto distruggere il programma missilistico iraniano e che Teheran sarebbe stato troppo debole per riuscire a bloccare lo Stretto di Hormuz».

Una presentazione che ha fatto colpo sul presidente statunitense, tanto che il giorno dopo, insieme alla propria cerchia ristretta, discute il piano. Il risultato? C’è scetticismo, non piace, ma nessuno contraddice Trump. «Nessuno si è veramente imposto e questo evidenzia la scarsa efficacia dell’entourage del presidente, che si è trovato dentro una guerra che non aveva ben capito, di cui da una parte era stato debolmente sconsigliato e dall’altra caldamente incoraggiato».

Due Paesi, due interessi

Vista l’influenza di Netanyahu su Trump, cosa porterebbe un accordo di tregua (o pace) in Iran? «Qui vanno presi in considerazione gli interessi strategici dei due alleati», continua Capitini, sottolineando che questi «sono davvero divergenti».

«Israele non ha alcun vantaggio a una pacificazione dell’area, perché il sogno di Netanyahu è di riuscire a gestire un ruolo di primazia militare, diplomatica e finanziaria». Per gli USA, invece, «è l’esatto opposto, perché con un Medio Oriente turbolento gli farebbe perdere la propria influenza, se non l’hanno già persa. Insomma, la mancanza di presa in quell’area di mondo così delicata verrebbe sostituita da altre potenze, come Cina o Russia».

Attenzione però, perché «sul breve periodo può darsi che i due alleati, seppur con interessi differenti, possano trovare una ragion d'essere nel proseguimento della guerra per altre quattro-sei settimane, ma sul lungo periodo dovranno trovare un accordo: un Medio Oriente pacificato ma legato agli Stati Uniti, oppure una regione in perenne tensione».

L’ossessione di Trump per i soldi

A far discutere durante questo conflitto, come accaduto anche precedentemente con Gaza, sono le uscite di Trump, come quel «una intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita» detto martedì durante l’ultimatum dato a Teheran sulla riapertura dello stretto di Hormuz. Parole dette per sviare l’attenzione dai veri e propri obiettivi o per trarre profitti da altri ambiti, come quelli economici ad esempio? «In queste uscite c’è un po’ di tutto: dalla personalità di Trump alla psicologia, passando per il suo modo di fare maturato nel mondo degli affari, ma andiamo con ordine», risponde il generale.

«Donald Trump è il primo presidente dopo tanto tempo che non proviene dalla carriera politica o militare. Tutti i leader hanno qualcosa di anomalo rispetto alla normalità, ma se vogliamo parlare del tycoon bisogna considerare anche un altro aspetto: la sua ossessione per il profitto finanziario e per i soldi. In ogni suo discorso c’è una parte in cui parla di questo tema e non fa mai accenno a questioni morali, politiche, etiche o di giustizia. Parlando di aspetti concreti, gli Stati Uniti oggi hanno un debito pubblico spaventoso e qui inizia la linea strategica del presidente: secondo i predecessori democratici gli USA avevano iniziato una parabola discendente nel dominio mondiale che andava solamente amministrata per avere una sorta di ‘atterraggio morbido’ verso un mondo in cui non sarebbero stati i primi in assoluto, ma sarebbero comunque rimasti una potenza di tutto rispetto».

Questo in passato, ma ora «la cura di Trump prevede di far saltare il banco, generando una crisi economica tale in cui tutti ci perderanno, ma che vedrà comunque gli Stati Uniti mantenere una certa capacità nella produzione di materie prime e una grande solidità finanziaria, così da far registrare agli ‘States’ perdite inferiori rispetto ai Paesi europei o al Giappone, ma anche della Cina». Attenzione però, perché «per mantenere il caos ovunque, bisogna essere in grado di farlo e gestirlo attraverso leve economico-finanziarie e uno strumento militare potente, ma l’economia è indebolita dalla necessità di finanziare un debito pubblico enorme e l’apparato militare non sempre riesce a dimostrarsi vincente».

Pechino sorride

Stando ad alcune indiscrezioni, un ruolo cruciale nei negoziati tra Iran e Stati Uniti lo avrebbe giocato la Cina, intervenuta proprio per persuadere Teheran ad accettare la tregua provvisoria. «Partiamo dall’ipotesi fatta precedentemente, dove gli Stati Uniti puntano a creare un caos controllato atto a indebolire l’intero pianeta. La Cina ha fatto la mossa opposta: si è mossa per mantenere un certo equilibrio, cosa che non le è riuscita in passato per quanto riguarda l’Ucraina e Gaza. Quest’azione di ‘pompiere internazionale’ è stata un successo per il dragone, che ora ci sembra essere l’unica superpotenza. Quanto fatto è un successo diplomatico gigantesco per Pechino, in cui gli Stati Uniti hanno rappresentato un ruolo fondamentale, perché una partita la si può vincere anche grazie agli autogol dell’avversario, in questo caso rappresentato da Trump».

 

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