Medio Oriente

Hormuz chiuso, ma il petrolio iraniano continua a scorrere verso la Cina

Il blocco dello Stretto paralizza le esportazioni del Golfo e fa salire i prezzi globali, mentre Teheran mantiene attiva la rotta grazie alla flotta ombra diretta al gigante asiatico
©Rafiq Maqbool
Ginevra Benzi
12.03.2026 18:45

La chiusura dello Stretto di Hormuz dovuta alla guerra in Iran ha portato i produttori di petrolio del Golfo Persico – dall’Arabia Saudita fino all’Iraq – a tagliare la produzione del greggio, affrettandosi inevitabilmente a trovare nuove rotte per l’esportazione che aggirino questo passaggio marittimo, largo appena 33 chilometri tra Iran e Oman. Lì, prima del conflitto, transitavano ogni giorno circa 18 milioni di barili di petrolio, pari a circa il 20% della domanda mondiale, e oltre un quarto delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto (GNL), provenienti soprattutto dal Qatar. Uno scenario che sta causando impennate dei prezzi della benzina in quasi tutto il mondo, dove l’unica a non essere toccata, al momento, è la Cina. L’Iran, sembra assurdo, sta infatti esportando più petrolio tramite lo Stretto rispetto a prima della guerra, continuando a fare affari come se nulla fosse. Una dimostrazione esplicita del controllo che il Paese degli Ayatollah ha di questa lingua di mare strategica, ora inaccessibile al resto del mondo. E stando ai dati della società di tracciamento delle petroliere Kpler – analizzati e ripresi dal Wall Street Journal – questa mossa rappresenta un’ancora di salvezza finanziaria per Teheran, sotto attacco da parte di USA e Israele dal 28 febbraio.

Solo petroliere iraniane per la Cina

Da quel giorno, sempre stando a Kpler, sette petroliere hanno infatti fatto il pieno del cosiddetto «oro nero» al largo delle coste iraniane, di cui almeno due dei recenti carichi provengono dal Golfo Persico. In soli sei giorni, queste petroliere hanno caricato mediamente 2,1 milioni di barili di petrolio iraniano al giorno. E stando sempre ai dati Kpler, prima della guerra questi erano circa 2 milioni. Segno che le spedizioni iraniane, contrariamente a quelle di altri produttori, non stanno subendo alcun ostacolo e che il gigante asiatico non ha perso interesse nel greggio di Teheran. Tutto ciò mentre il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell'Iran minaccia di attaccare qualsiasi nave che tenti di attraversare lo Stretto, intimorendo le petroliere e le navi – anche turistiche – in viaggio dal resto del mondo verso il Golfo Persico e viceversa. E secondo JPMorgan, se lo Stretto dovesse rimanere bloccato per due settimane, le forniture di petrolio della regione del Golfo potrebbero subire una riduzione di circa 3,8 milioni di barili al giorno, ovvero più del 3% della produzione mondiale.

Flotta ombra

Come detto, Kpler ha rilevato che la maggior parte del petrolio iraniano si sta dirigendo in Cina, a bordo della cosiddetta flotta ombra. Stiamo parlando di vecchie petroliere impiegate da Iran e Russia, spesso sanzionate dagli Stati Uniti, per trasportare segretamente greggio. «Quasi tutte le navi che attraversano lo Stretto sono collegate all'Iran o alla Cina», ha affermato Christopher Long, responsabile dell'intelligence presso la società britannica di sicurezza marittima Neptune P2P Group. «Stiamo quindi consigliando a tutti gli spedizionieri di non attraversare lo Stretto». Dal 28 febbraio al 10 marzo, stando a Lloyds List Intelligence, sono state in totale 15 le navi che hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, la maggior parte della flotta ombra che trasportava petrolio iraniano verso Cina e India. E per non venir attaccate con droni o missili, molte di queste navi comunicano in inglese la loro presenza, e soprattutto provenienza, alla Guardia Rivoluzionaria iraniana attraverso altoparlanti e radio a onde corte. «Siamo una nave cinese. Stiamo arrivando e siamo amichevoli». I messaggi possono essere monitorati da altre imbarcazioni e sono stati ascoltati dal Wall Street Journal.

Navi cinesi

La scorsa settimana Kpler ha dichiarato che la petroliera Skywave diretta in Cina ha caricato petrolio dall’isola iraniana di Kharg, nell'estremo nord-ovest del Golfo, dove viene spedita la maggior parte del greggio iraniano. Questa era poi sul punto di ripartire martedì, come indicato da Marine Traffic. La nave è però di proprietà di una società di comodo indiana, sanzionata dagli Stati Uniti nel 2025 poiché parte di una rete che, come affermato dalla stessa società, finanziava in modo diretto le forze armate iraniane attraverso miliardi di dollari di assegnazione di greggio. A far parte della flotta oscura c’è anche la nave Cume – secondo il database dell'Unione Europea Equasis battente una falsa bandiera della Guyana – sempre diretta in Cina, e di proprietà di un'entità di Dubai, a sua volta sanzionata dagli Stati Uniti. Questa ha caricato 2 milioni di barili di greggio iraniano il 19 febbraio, per poi attraversare lo Stretto di Hormuz la scorsa settimana. Ora, secondo i dati Keplr, si trova nel Golfo di Oman. Infine, c’è la Ping Shun, un'altra nave sanzionata di proprietà di una società con sede nella provincia cinese dello Shandong. Questa ha caricato 600.000 barili di petrolio da Kharg e si trova come la Cume nel Golfo dell'Oman. Ma anche questa flotta ombra non è esente da rischi, nonostante il trasporto di greggio iraniano. Due petroliere sono infatti state colpite dallo stesso Iran.