I Balcani in Canton Ticino: storia di una lunga diaspora

Un progetto di ricerca, uno studio, un libro. Per raccontare come e perché il Canton Ticino aprì le sue porte, alla fine degli anni Ottanta del Novecento, alla diaspora jugoslava. A uomini, donne e bambini in fuga da una terribile e sanguinosa guerra fratricida.
In sintesi, è questo il senso del «Ponte fra i Balcani e il Ticino» che la Fondazione Federica Spitzer ha deciso di «costruire» in collaborazione con le Città di Locarno, Bellinzona, Lugano e con il Servizio per l’integrazione degli stranieri del Dipartimento delle istituzioni. «La fine della ex Jugoslavia e i crimini di guerra che furono perpetrati durante gli anni ’90 nei Balcani hanno provocato un esodo di rifugiati e di migranti numericamente molto importante anche verso la Svizzera e il Ticino - dice il presidente della Fondazione Spitzer, Moreno Bernasconi - La storia di quell’esodo recente verso la Svizzera italiana, esodo le cui ferite non sono completamente rimarginate, oltre all’impegno tangibile di accoglienza del Ticino nei confronti di quelle famiglie in fuga, di diversa etnia e con un vissuto diverso ma ugualmente tragico, non è stata fin qui esaminata come merita».
Di qui l’idea di tentare una prima ricostruzione, a partire dai numeri della diaspora e dalle testimonianze dirette di alcuni protagonisti.
La ricerca è stata affidata a Pietro Montorfani, storico e responsabile della Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, il quale ha condensato la prima parte del suo lavoro in un libro di una sessantina di pagine (Un ponte tra i Balcani e il Ticino. Storie di fuga dalla guerra, emigrazione e accoglienza) che sarà presentato in anteprima il prossimo 3 maggio a Locarno, alle 18, nella sala del Consiglio comunale.
«I Balcani - dice Montorfani al Corriere del Ticino - sono un capitolo non chiuso, basti pensare alle tensioni ancora vive in Bosnia o in Kosovo». E lo sguardo a ritroso su quanto accaduto dopo il disfacimento della Jugoslavia serve sicuramente a capire meglio e a inquadrare il contesto.
«Sapevamo che la diaspora jugoslava era stata importante, prima e soprattutto durante i conflitti degli anni ’90, ma nessuno l’aveva mai raccontata, né quantificata. Cosa che abbiamo invece provato a fare noi in questo libro».
L’analisi di Montorfani procede «per comunità», di cui osserva «l’organizzazione, l’evoluzione, l’integrazione».
Secondo i dati ufficiali raccolti nel 2021, scrive l’autore della ricerca, «quasi la metà della popolazione svizzera residente in Ticino ha un passato migratorio, sia esso diretto (37,7%) oppure indiretto (11,4%, percentuale che include le seconde e terze generazioni). Tra gli stranieri residenti, invece, tolto il caso eccezionale degli italiani, la presenza maggiore è quella portoghese (7,3% del totale) seguita a breve distanza dagli immigrati di origine balcanica, il 6.8%, così suddiviso: serbi (2%), kosovari (1,7%), croati (1,6%) e bosniaci (1,5%). Sommando gli stranieri residenti e gli svizzeri con passato migratorio, si calcola quindi che la popolazione di origine jugoslava in Ticino si aggiri oggi attorno alle 30 mila unità, poco meno cioè di un decimo degli abitanti del Cantone».
Sarebbe però sbagliato pensare che l’emigrazione dai Balcani sia unicamente figlia della guerra civile. «I primi lavoratori jugoslavi - scrive ancora Montorfani - sono infatti giunti in Ticino nel secondo dopoguerra, a partire dagli anni ’60. Si trattava di personale qualificato, attivo soprattutto nel settore sanitario: medici, fisioterapisti, infermieri, molti dei quali formati all’Università di Belgrado. Il censimento del 1970 ne contava 473 (su una popolazione ticinese di 245.000 abitanti, di cui 67.000 stranieri); nel 1980 erano diventati 1.218, mentre nel 1990 toccavano già la cifra di 4.718».
Poi, certo, il conflitto causò una forte accelerazione degli arrivi: «Nel 2000, al termine dei principali conflitti, la somma di croati (3.143), bosniaci (1.704), macedoni (1.164) e jugoslavi (cioè serbi e montenegrini, 7.572) raggiungeva la ragguardevole cifra di 13.583 persone (su 307.000 abitanti, di cui 79.000 stranieri), in pratica un quinto degli stranieri residenti in Ticino».
Una piena integrazione
Nella maggior parte dei casi, sottolinea ancora Montorfani, «l’integrazione è stata piena. Le varie comunità si dimostrano vivaci ma molti dei loro componenti si considerano ormai svizzeri». Tuttavia, le differenze persistono. «Alcune più di altre. I rapporti tra serbi e kosovari rimangono tesi, e scorgo comunque un nazionalismo fiero anche, se non soprattutto, nei più giovani», sottolinea lo storico ticinese, che in un passaggio del libro scrive: «Al mito jugoslavo non riescono comunque a rinunciare molti dei rifugiati giunti in Ticino tra gli anni ’60 e i primi ’90, tra l’epoca degli stagionali e le prime fughe dai teatri di guerra: «Sono svizzero, e sono jugoslavo» è la risposta che si sente spesso alla domanda «Chi sei tu oggi?». Alcuni, di etnie ed estrazioni sociali molto diverse, aprono sul tavolo una piantina della Jugoslavia coperta di brand - centinaia di marche che l’economia pianificata aveva distribuito in ogni angolo del Paese, ora in gran parte scomparse - un’immagine che ben condensa questa realtà ibrida tra comunismo e «capitalismo» all’occidentale, una Patria che non esiste più se non nella memoria di chi continua a ricordarla con malinconia». Se è stato possibile, «per la maggior parte dei rifugiati di origine balcanica rimasti in Ticino, ricostruirsi con il tempo una vita di pace e serenità, si deve al loro impegno non meno che alla disponibilità del Paese ospite - è la conclusione di Montorfani - E la nostra ricerca, nella speranza che non risulti troppo ambiziosa, ha avuto lo scopo di dare voce alla diaspora balcanica nella Svizzera italiana degli anni ’90: di permettere cioè ai lettori svizzeri di oggi di capire chi fossero e chi sono quelle persone che hanno iniziato ad affollare in massa i loro confini chiedendo di essere accolti e aiutati». Le stesse che, «per lungo tempo, ancora ben dentro gli anni del conflitto (1989-99), la stampa ticinese ha continuato a definire genericamente jugoslavi, mentre chi fuggiva dalla guerra si sentiva oramai quasi soltanto croato, serbo, macedone, kosovaro, montenegrino».
