I calcoli sbagliati di USA e Israele: perché il popolo iraniano non fa la rivoluzione?

Stati Uniti e Israele sembrano aver sbagliato i calcoli. Il popolo iraniano, che poco prima dell’inizio della guerra protestava nelle strade di tutte le province del Paese mediorientale, sembra aver spento le scintille della rivoluzione. Ma Washington e Tel Aviv quanto contavano sulla spinta dei cittadini iraniani per far crollare il regime? Nonostante quasi tutte le teste siano state tagliate, partendo dalla guida suprema Ali Khamenei, non sembrano esserci i segni - quantomeno evidenti - di una ribellione interna a sostegno del lavoro sporco di USA e Israele.
Stando al New York Times, poco prima dell’inizio degli attacchi su Teheran, alla fine di febbraio, il direttore del Mossad, David Barnea, si sarebbe recato dal primo ministro Benjamin Netanyahu per illustrargli il suo piano. Con i bombardamenti sull’Iran, i servizi segreti israeliani avrebbero dovuto dare vigore all'opposizione iraniana, scatenando rivolte e altri atti di ribellione che avrebbero potuto persino portare al crollo del governo degli ayatollah. La proposta di Barnea, scrive ancora il NYT, sarebbe stata illustrata pure agli alti funzionari dell'amministrazione Trump durante una visita a Washington a metà gennaio.
Netanyahu e Trump sarebbero stati favorevoli al piano dell’intelligence, ritenendo che l’uccisione dei leader iraniani all'inizio del conflitto avrebbe portato a una rivolta di massa in grado di porre fine rapidamente alla guerra. Il popolo, d'altronde, non è certo restio alle rivolte di fronte alle politiche oppressive e sanguinarie del proprio governo. Quella innescata dalla situazione economica disastrosa del Paese mediorientale è durata mesi, con un apice di violenza registrato a gennaio di quest’anno. Stando alla ONG HRANA, sarebbero migliaia i civili rimasti uccisi negli scontri con le guardie rivoluzionarie, mentre decine di migliaia sarebbero state arrestate e imprigionate, talvolta condannate a morte senza un equo processo.
Nel suo primo discorso all’inizio del conflitto, Trump si è appellato proprio alla popolazione iraniana, esortandola ad agire: «Prendete il controllo del governo: sarà vostro». Il tycoon, durante le proteste di inizio anno, per settimane aveva promesso di inviare aiuti militari. Il supporto USA, però, non è mai arrivato mentre si consumava un bagno di sangue oscurato in gran parte dal blocco di Internet e delle comunicazioni telefoniche.
Sta di fatto che a tre settimane dall'inizio della guerra, la rivoluzione iraniana non si è ancora concretizzata. I servizi di intelligence americano e israeliano ritengono che il governo teocratico è sì notevolmente indebolito, ma ancora intatto nella sua capacità repressiva. I pasdaran, ora al potere, sono in grado di instillare il terrore nella popolazione, ma non solo. Pure eventuali incursioni transfrontaliere da parte dei curdi stanziati in Iraq sembrano fuori discussione, nonostante Washington abbia suggerito un loro eventuale intervento militare via terra.
Secondo il NYT, la convinzione che Israele e Stati Uniti potessero contribuire a fomentare una rivolta diffusa rappresenta un grave errore nella preparazione di una guerra che si è ormai estesa a tutto il Medio Oriente. Invece di implodere dall'interno, il governo iraniano si è trincerato dietro le sue frange più estremiste e ha intensificato il conflitto, sferrando contrattacchi contro basi militari, città e navi nel Golfo Persico, nonché contro importanti impianti petroliferi e del gas. Il blocco dello Stretto di Hormuz è l'apice di quella che, secondo il direttore esecutivo dell'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE), Fatih Birol, rischia di diventare la crisi energetica più grave della storia.
E Israele? Stando alle ultime analisi dei media internazionali, lo Stato ebraico sta conducendo una guerra differente da quella degli Stati Uniti. Gli obiettivi tra i due alleati divergono su un punto fondamentale: mentre Washington non sembra aver preso in considerazione un cambiamento nella struttura del potere, ma punta sul disarmo dell'Iran, Tel Aviv sta cercando di far crollare il regime che da anni finanzia gruppi anti-israeliani come Hamas, Houthi o Hezbollah. La sete di sangue di Netanyahu sta spingendo le autorità israeliane a incoraggiare la rivolta del popolo, nonostante siano ben consce che ciò si tradurrebbe in un massacro. La notizia è stata anticipata negli scorsi giorni dal Washington Post, il quale ha però evidenziato come gli iraniani difficilmente tendano a fidarsi di Israele e dunque l’opzione di un'azione interna potrebbe non concretizzarsi. Almeno, finché non sarà garantito un supporto via terra da parte delle truppe statunitensi.
Nonostante l’indecisione di Trump sull’invio di soldati, Netanyahu continua ad affermare che la campagna aerea americana e israeliana verrà supportata dalle forze di terra: «Non si possono fare rivoluzioni dall'aria», ha dichiarato il premier giovedì scorso durante una conferenza stampa, aggiungendo: «Ci deve essere anche una componente terrestre. Ci sono molte possibilità per questa componente terrestre, e mi prendo la libertà di non condividerle tutte con voi». Netanyahu ha poi affermato che «è troppo presto per dire se il popolo iraniano sfrutterà le condizioni che stiamo creando per scendere in piazza. Spero che accada. Stiamo lavorando in questa direzione, ma in definitiva dipenderà solo da loro».
Stando a diversi funzionari americani ed israeliani citati ancora dal NYT, Netanyahu avrebbe fatto leva sull'ottimismo del Mossad circa la possibilità di una rivolta in Iran per convincere Trump che il crollo del governo iraniano fosse un obiettivo realistico. Questo nonostante i vertici militari statunitensi ritenessero che i civili non sarebbero scesi in piazza a protestare sotto le bombe americane. Il capo della Casa Bianca, dopo un iniziale ottimismo, ha dunque chiesto agli iraniani di rimanere nelle proprie case, esortandoli a scendere in piazza solo dopo la fine dei raid aerei.
Nate Swanson, ex funzionario del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, ora membro dell’Atlantic Council, ha espresso parecchi dubbi su una eventuale rivolta popolare: «Molti manifestanti non scendono in piazza perché temono di essere uccisi. Verranno massacrati. Questo è un punto. Ma il secondo punto è che c'è una buona parte di persone che desidera semplicemente una vita migliore, e al momento si sente messa da parte. Non apprezzano il regime, ma non vogliono morire opponendosi ad esso. Quel 60% resterà a casa». Secondo Swanson, «ci sono ancora ferventi oppositori del regime, ma non sono armati e non stanno portando la maggior parte della popolazione in piazza».
Trump a metà marzo è tornato nuovamente a escludere un intervento di massa dei civili. Interpellato da Fox News, ha evidenziato come le forze di sicurezza di Teheran utilizzino le armi da fuoco sui manifestanti, aggiungendo: «Penso davvero che sia un grosso ostacolo da superare per chi non possiede armi. Penso che sia un ostacolo molto grande. Quindi accadrà, ma probabilmente non immediatamente».
Suzanne Maloney, esperta di Iran e vicepresidente del centro di ricerca Brookings Institution, ha spiegato al Washington Post che la vulnerabilità dei manifestanti iraniani disarmati dovrebbe essere un fattore che gli alleati dovrebbero tenere in considerazione: «Il popolo iraniano è attualmente in grave pericolo a causa del regime, e sarebbe un peccato se venisse usato come pedina nel tentativo di esacerbare ulteriormente la situazione».
I funzionari israeliani, come detto, non hanno però mai smesso di puntare sulla rivolta interna. Netanyahu, citato dal canale televisivo Keshet 12, dopo l’uccisione di Larijani è tornato a suonare la carica: «Abbiamo eliminato il boss dei Guardiani della rivoluzione, il gruppo di gangster che de facto governa l'Iran e insieme a lui anche il capo della Forza Basij che diffonde il terrore tra la popolazione iraniana. Stiamo aiutando i nostri amici americani nel Golfo e stiamo indebolendo questo regime nella speranza di dare al popolo iraniano la possibilità di rovesciarlo. Non accadrà tutto in una volta, non sarà facile. Ma se persevereremo, daremo loro la possibilità di prendere in mano il proprio destino».
Narges Bajoghli, esperto di Iran presso la Johns Hopkins University, ha spiegato al WP che gli iraniani nutrono da tempo scetticismo sulle intenzioni israeliane. Per Bajoghli, Israele punterebbe a «creare maggiori opportunità in cui le armi dello Stato vengano puntate contro la popolazione». L'obiettivo, per lo Stato ebraico, non sarebbe «creare una democrazia liberale per il popolo iraniano, bensì ampliare il divario tra la società e lo Stato».
L'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ieri ha riferito alla CNN che dopo i numerosi bombardamenti e l’uccisione dei capi del regime, sarebbe necessaria una azione militare via terra: «Credo che abbiamo bisogno di truppe sul terreno, ma devono essere truppe iraniane, e credo che arriveranno. Ora dobbiamo concentrarci per indebolire il regime fino al punto in cui non avrà più alcun potere. Si spera che questo inneschi il punto di rottura, in modo che il popolo possa riprendere in mano le redini della propria vita».
