L'analisi

«Il cambio di regime c’entra poco: è iniziata la corsa a gas e petrolio»

Quali sono le reali intenzioni degli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran? Le giustificazioni di Donald Trump sono cambiate più volte - Secondo l’esperto Francesco Sassi tutto ruota attorno al controllo dei flussi energetici nel Golfo: «Uno strumento di potere su scala globale»
©STRINGER
Francesco Pellegrinelli
06.03.2026 06:00

«L’intervento militare americano in Medio Oriente non si può spiegare soltanto con la finalità di un cambio di regime in Iran. Gli Stati Uniti, in realtà, puntano al controllo dei flussi energetici nella regione del Golfo come strumento di politica internazionale. E quello che si staglia all’orizzonte, per la sicurezza energetica europea, è uno scenario davvero inquietante».

Francesco Sassi insegna geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. Da anni studia le dinamiche di potere legate alle interdipendenze energetiche. La guerra all’Iran – spiega – è un caso emblematico di come un Paese, in questo caso gli Stati Uniti, stia cercando di imporre il proprio dominio attraverso il controllo dei flussi energetici. Un indizio? «I primi a dichiarare la non navigabilità dello stretto di Hormuz sono stati gli Stati Uniti, non l’Iran. Teheran aveva minacciato più volte la chiusura di quel tratto di mare – anche a giugno, durante la cosiddetta “guerra dei dodici giorni” – senza però mai concretizzare quelle minacce».

Il traffico navale nello stretto di Hormuz è infatti praticamente crollato dopo che la Marina militare americana ha invitato tutte le imbarcazioni a mantenere una distanza minima di 30 miglia nautiche dalle proprie unità militari, spiega Sassi. «Essendo il passaggio largo circa 50 miglia, una simile prescrizione ha di fatto reso impossibile la navigazione al suo interno».

Ma quale sarebbe, allora, la strategia degli Stati Uniti, considerando che i Paesi esportatori del Golfo dipendono in larga misura da questo passaggio? Secondo Sassi, la strategia è l’incertezza dei mercati petroliferi, «che in questo momento dà agli Stati Uniti la possibilità di giocare una partita globale, utilizzando lo Stretto come un’arma di pressione economica». Insomma, la possibilità di controllare i rubinetti energetici del Golfo (o anche solamente di destabilizzarne il normale flusso) costituisce un vantaggio economico indiscusso per Washington.

In questo contesto si inserisce la proposta dell’amministrazione Trump di fornire un’assicurazione per il commercio di energia nel Golfo, sulla scorta della Marina militare americana. «Un vero e proprio ricatto che mostra le reali intenzioni del’Amministrazione Trump», commenta senza mezzi termini Sassi. «Tutte le compagnie che trasportano petrolio e gas naturale attraverso il Golfo, compresi i Paesi alleati, dovrebbero scendere a patti con gli USA».

Nel complesso, il quadro che ora dopo ora si sa delineando è quello di una crisi energetica e geopolitica su scala globale, con effetti potenzialmente devastanti per la stabilità internazionale, come attesta anche il missile iraniano intercettato mercoledì sul Mediterraneo orientale diretto contro la Turchia, o il lancio di droni contro un aeroporto in Azerbaijan ieri mattina.

L’Europa alla finestra

E l’Europa? Anche in questo caso l’esperto non va per il sottile: «Sono imbarazzato per la lettura miope di alcuni premier. Neppure la Commissione europea sembra avere inteso quanto grave sia la situazione». In questo contesto, il Vecchio Continente appare infatti particolarmente vulnerabile, soprattutto per la sua attuale condizione energetica. «L’impianto di Ras Laffan, centro della produzione e dell’esportazione di GNL qatariota, è stato colpito proprio nel momento in cui le riserve europee di gas naturale sono scese sotto il 30%, ossia il livello più basso dal 2022, quando l’Unione europea aveva dovuto riempire con urgenza i propri stoccaggi, in seguito all’interruzione delle forniture russe». Nel 2022, l’Europa era riuscita a rimpinguare le proprie scorte pagando al Qatar, ed altri fornitori, cifre elevatissime per forniture di GNL che altrimenti sarebbero andate in Asia, ricorda Sassi.

Questa volta, invece, da dove arriverà il gas necessario per soddisfare la domanda di energia elettrica durante l’inverno? «Tolta la Russia e tolto il Qatar, tradizionalmente il terzo esportatore verso l’Europa, chi rimane? Il primo fornitore, con oltre il 60% delle esportazioni verso l’Europa a gennaio, sono gli Stati Uniti». Pare superfluo sottolineare che la dipendenza europea dagli Stati Uniti rischia di aumentare ulteriormente. Non proprio il massimo, se consideriamo il trattamento riservato dall’amministrazione Trump al Vecchio Continente.

E la Commissione europea? «La task force sull’energia si è riunita mercoledì, quattro giorni dopo la chiusura di Hormuz. Intanto i prezzi di riferimento del gas in Europa sono aumentati di quasi il 50% questa settimana, toccando il livello più alto dall’inizio del 2023, dopo che il Qatar ha chiuso i suoi giacimenti di gas, che rappresentano un quinto dell’offerta mondiale di GNL».

Ma il problema – aggiunge Sassi – non riguarda soltanto l’eventuale riapertura dello Stretto: «Anche qualora il transito marittimo venisse ripristinato rapidamente, la capacità produttiva qatariota potrebbe non essere immediatamente in grado di tornare ai livelli precedenti». La conclusione suona come una sentenza: «Le conseguenze di quanto sta accadendo nel Golfo sono peggiori della rottura delle relazioni energetiche tra Russia ed Europa nel 2022».

Nel mirino la Cina

Anche la Cina, spesso indicata come il principale rivale strategico degli USA, è direttamente esposta alla crisi del Golfo. Basti ricordare che il 15% del greggio consumato da Pechino proviene dall’Iran; mentre il 30% di gas naturale liquefatto importato dalla Cina proviene dal Qatar. «Senza queste forniture, Pechino tenderà ad acquistare tutto il gas e il petrolio reperibili sul mercato, spingendo i prezzi verso l’alto». Va detto, aggiunge l’esperto, che la Cina dispone di un mix energetico molto più ampio rispetto ad altri Paesi asiatici: dal carbone domestico, alle rinnovabili, passando dal nucleare e da forniture terrestri alternative. Altri grandi importatori asiatici, invece – come India, Giappone e Corea del Sud –, dipendono maggiormente dalle rotte marittime del Golfo. «I Governi asiatici – che hanno un controllo totale sulle loro grandi compagnie energetiche – in queste ore hanno una priorità assoluta: garantire i flussi energetici nazionali. Se i contratti di lungo periodo non bastano più a coprire il fabbisogno, questi Paesi pagheranno qualsiasi prezzo pur di assicurarsi i volumi necessari. Anche a costo di interventi politici, attraverso la diplomazia o altre forme di pressione». Ed è qui che la partita rischia di diventare molto pericolosa sullo scacchiere internazionale. «Di certo, Cina, India e Giappone sono sufficienti per mandare in frantumi qualsiasi strategia elaborata dalla Commissione europea».

La Russia gongola

In questo scenario, l’unico attore in grado di trarre un vantaggio diretto e immediato dalla chiusura di Hormuz è la Russia, spiega l’esperto. «Mosca, grande esportatore di petrolio e gas, non dipende dallo Stretto per raggiungere i mercati asiatici, e pertanto beneficia automaticamente dell’aumento dei prezzi energetici». Il Brent è stabilmente sopra gli 80 dollari al barile e in costante crescita da una settimana. «I Paesi asiatici, in difficoltà sul fronte dei rifornimenti, potrebbero rafforzare il dialogo energetico con Mosca». E questo spiegherebbe anche l’atteggiamento di grande cautela mostrato da Putin nei confronti del conflitto, per quanto Teheran sia un alleato storico. Quasi vien da chiedersi se Stati Uniti e Russia siano ancora pienamente avversari, oppure se la situazione produca, almeno temporaneamente, una convergenza di interessi. Ancora Sassi: «L’aumento dei prezzi energetici riduce l’urgenza per il Cremlino di sedersi a un tavolo negoziale per discutere la fine del conflitto in Ucraina. Di conseguenza, la prospettiva di una soluzione diplomatica, lontana dal campo di battaglia, si fa quindi più distante».

Ma il rischio più grande, conclude Sassi, è che la guerra tra Russia e Ucraina combattuta nel Mar Nero e lungo i confini tra i due Paesi si fonda nel Mediterraneo con quello che sta accadendo nel Golfo. «L’Iran con Hezbollah, in LIbano, sta cercando di colpire gli asset energetici israeliani. Se questi fronti si intrecciano, l’instabilità non sarà più solo regionale». La posta in gioco, insomma, è molto più alta di quanto appare. Il cambio di regime c’entra poco.

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