Il computer più potente adesso parla cinese

La Cina dimostra ancora una volta di aver preso sul serio la competizione tecnologica con gli Stati Uniti. Una competizione feroce, ad altissima intensità, le cui implicazioni - ormai è chiaro a tutti - riguardano anche le politiche di sicurezza nazionale e gli equilibri della geopolitica globale. Un enorme sistema di calcolo a Shenzhen, LineShine, è stato dichiarato il più veloce al mondo da un gruppo di ricercatori che hanno utilizzato una serie di test standard per supercomputer.
Oltre alla velocità pura, LineShine ha impressionato per il fatto di utilizzare solo microprocessori standard (CPU, Central Processing Unit) e non i chip speciali - le unità di elaborazione grafica (Graphics Processing Unit, GPU) - su cui la maggior parte dei supercomputer di fascia alta si basa per le analisi numeriche.
«Questo design di base potrebbe indicare un modo migliore per fondere l’intelligenza artificiale con i compiti scientifici tradizionali», ha detto al New York Times Jack Dongarra, organizzatore della cosiddetta lista Top500 dei supercomputer più potenti al mondo. Dongarra, che insegna Informatica e Ingegneria elettrica all’Università del Tennessee dove ha fondato e diretto l’Innovative Computing Laboratory, ha ispezionato la macchina direttamente al Cloud Computing Center dell’Istituto di tecnologia avanzata di Shenzen, istituzione collegata all’Accademia cinese delle Scienze (e quindi controllata dal Partito Comunista cinese).
I risultati dei test di LineShine sono stati del 20% più rapidi di quelli di El Capitan, un sistema del Lawrence Livermore National Laboratory in California, anch’esso finanziato con risorse governative e rimasto in cima alla classifica delle prestazioni dei supercomputer dal novembre 2024.
Dongarra ha definito LineShine «un sistema impressionante». I cinesi, ha aggiunto, «ci hanno superato sviluppando un sistema che non dipende dalle GPU». Il nuovo supercomputer realizzato a Shenzen riaccende, quindi, i riflettori sulla corsa tra Cina e Stati Uniti alla supremazia tecnologica.
«Per impedire a Pechino di recuperare il gap ha scritto ancora il New York Times - il presidente Donald Trump ha imposto dazi e stabilito limiti alle esportazioni di microchip. Ma l’uso da parte della Cina di microprocessori standard invece che GPU per creare un supercomputer ultraveloce, suggerisce un possibile modo per superare questi ostacoli».

