L'anniversario

Il decennio perduto della Brexit e le difficoltà di rientrare nell’UE

Sei primi ministri, PIL calato di almeno 2,5%, immigrazione schizzata alle stelle: la lezione è che non esiste una soluzione miracolosa - Si sprecherebbero altri anni a litigare sull’Europa - Il rinnovamento richiede di affrontare tasse, regolamenti, Stato inefficiente e politica alla deriva
©KEYSTONE/EPA/HANNAH MCKAY
The Economist
22.06.2026 06:00

Dieci anni e sei primi ministri dopo il voto per uscire dall’Unione Europea, la Gran Bretagna ha, per parafrasare Dean Acheson, perso un continente senza aver ancora trovato un ruolo. Il referendum del 23 giugno 2016, in cui i britannici votarono per la Brexit con il 52% contro il 48%, li ha lasciati più divisi, meno influenti e più poveri di quanto sarebbero stati altrimenti. La promessa che la Gran Bretagna avrebbe «ripreso il controllo» si è rivelata una crudele beffa. Il paese è stato travolto dagli eventi globali. I fautori della Brexit avevano promesso che l’immigrazione sarebbe diminuita, ma sotto Boris Johnson è invece schizzata alle stelle.

Il prossimo decennio dovrebbe essere più luminoso, ma prima i britannici devono accettare la grande lezione della Brexit, ovvero che cercare di attribuire tutti i mali del paese a un’unica causa è puro pensiero magico, che non fa altro che peggiorare ogni cosa. Non devono cadere nella tentazione di ripetere lo stesso errore immaginando che rientrare nell’Unione Europea sia la risposta a tutti i loro problemi.

C’è voglia di Thatcher

Il rinnovamento nazionale richiede invece di affrontare le molteplici ragioni per cui la Gran Bretagna non riesce a esprimere il suo pieno potenziale. La politica è alla deriva, lo Stato è inefficiente e il settore privato è appesantito da tasse e regolamenti. Il paese ha già saputo ritrovare la guida necessaria per ripartire da capo - con l’invenzione del welfare state nel dopoguerra e con la rivitalizzazione impressa da Margaret Thatcher. Deve farlo ancora.

Come The Economist aveva avvertito all’epoca del referendum, la Brexit è un errore madornale. La Gran Bretagna non ha saputo sfruttare la flessibilità che la Brexit le aveva offerto. I sogni di una Singapore sul Tamigi con una economia libera si sono dissolti. Anziché deregolamentare, lo Stato è diventato più invadente, più incline a interferire e, in parte di conseguenza, a corto di risorse finanziarie.

Destra e sinistra sono populiste

Il colpo al PIL è stato di almeno il 2,5%, e probabilmente molto di più. Anche il dispendio di energie ha avuto un peso. Funzionari e imprese hanno trascorso innumerevoli ore a litigare tra loro, prima su come «portare a casa la Brexit» e poi su come mitigarne i danni. Sul piano internazionale, la Gran Bretagna ha perso il suo status politico.

Peggio ancora, la vana ricerca di soluzioni miracolose continua. La destra populista è ancora ossessionata dall’immigrazione, la sinistra populista dall’arginare i mali del capitalismo. Ora i centristi si aggrappano ai segnali di pentimento dell’elettorato - il 57% dei britannici considera la Brexit un errore; solo il 30% ritiene ancora che fosse la scelta giusta - per sostenere che la Gran Bretagna dovrebbe puntare a rientrare nell’UE. Ma sarebbe la ricetta per un altro decennio perduto a litigare sull’Europa.

La Gran Bretagna deve guardare al futuro. Il mondo appare molto diverso da come era dieci anni fa. Tra guerre e pestilenze, la geopolitica è tornata a fare irruzione sulla scena. L’intelligenza artificiale sembra pronta a sconvolgere praticamente tutto, dal lavoro alla guerra. Eppure la politica governativa è afflitta dagli stessi mali che si sono radicati nel decennio perduto della Gran Bretagna.

Un ruolo chiave nella difesa

La difesa ne è un buon esempio. Gli alleati della NATO ritengono che la Russia potrebbe attaccare già nel 2030. Proiettata verso l’Asia e risentita nei confronti dell’Europa, l’America è sempre più semidistaccata. La Gran Bretagna ha l’istinto e l’esperienza per assumere un ruolo guida nel rafforzare le difese europee, proprio come ha svolto una parte fondamentale nell’aiutare l’Ucraina. Solo l’8% dei britannici si oppone alla cooperazione in materia di difesa con gli altri europei, secondo Ipsos: il 60% è favorevole.

Sir Keir Starmer, il primo ministro (al momento di andare in stampa si parlava di sue imminenti dimissioni, ndr), dice tutte le cose giuste, ma si è dimostrato del tutto incapace di trovare le risorse all’altezza della sua retorica. L’11 giugno scorso il ministro della Difesa, John Healey, si è dimesso dopo che il governo ha infranto l’ennesima promessa di aumentare la spesa. La Gran Bretagna appare debole - e quindi un bersaglio per la Russia. Le sue esitazioni vanificano uno dei principali potenziali punti di attrazione del paese per i partner al di là della Manica.

Il governo sta anche sperperando i vantaggi britannici nel campo dell’intelligenza artificiale. La Gran Bretagna non potrà mai eguagliare il dominio americano - che ha anche implicazioni per la sicurezza.

In questo articolo: