Il nonno di Eitan fa ricorso al Riesame

(Aggiornato alle 20.15) È una vicenda senza fine quella del piccolo Eitan, l’unico sopravvissuto alla tragedia del Mottarone. Shmuel Peleg, nonno materno del bambino, ha deciso di ricorrere contro il mandato d’arresto spiccato nei suoi confronti.
Il bimbo di 6 anni, unico sopravvissuto alla sciagura della funivia del Mottarone (Piemonte) dello scorso maggio in cui erano morti i genitori che vivevano a Pavia, è stato portato in Israele lo scorso 11 settembre dal nonno Shmuel Peleg su un volo partito da Lugano-Agno. L’ex militare 58enne ha portato il piccolo in Medio Oriente dopo una visita concessa dalla famiglia paterna e dopo averlo prelevato nella casa della zia Aya Biran, tutrice legale. Da allora lo scontro legale per il piccolo Eitan, già duramente segnato dalla vita e conteso dai due rami familiari, si è infiammato.
Ora Peleg ha presentato ricorso al Riesame di Milano, attraverso i suoi legali, contro il provvedimento con cui i magistrati di Pavia chiedono che vada in carcere per il rapimento di suo nipote, portato a Tel Aviv due mesi fa. Lui, scrive il giudice per le indagini preliminari (gip), che non ha avuto nemmeno «pietà» per quel bambino unico a salvarsi nella tragedia del Mottarone nella quale ha perso padre, madre, fratello e bisnonni.
Il dato di fatto, però, è che quel mandato d’arresto internazionale potrà essere eseguito con consegna dell’uomo all’Italia, semmai, solo se il 58enne espatrierà, perché già oggi da fonti del Ministero della Giustizia si è saputo che Israele non estrada i propri cittadini.
Il caso si sposta in ambito penale
Con l’ultima mossa della Procura di Pavia, che si è vista accogliere dal gip la richiesta di custodia in carcere per Peleg - ma anche per il suo autista e aiutante, «soldato di ventura» della nota agenzia di contractor statunitense BlackWater - il caso di Eitan si è spostato in ambito penale.
Tuttavia, già da domani l’attenzione tornerà a Tel Aviv dove la Corte distrettuale dovrà decidere sul ricorso presentato dal nonno contro la sentenza della giudice Iris Ilotovic-Segal che, sulla base della Convenzione dell’Aja sulla sottrazione internazionale di minori, ha dato ragione alla zia Aya Biran, tutrice legale (nomina contestata dai nonni nei tribunali italiani). Con lei, col marito e le due cugine viveva Eitan fino a che Shmuel non l’ha portato via l’11 settembre, durante una delle visite concesse, prima in macchina fino a Lugano e poi con un volo privato in Israele. Ora fino alla decisione di secondo grado il bimbo non può tornare in Italia, dato che il ricorso ha stoppato la decisione favorevole al suo rientro.
Sul fronte penale pesano, ma potrebbero restare solo sulla carta, le parole del gip, che oltre a riportare tutta la ricostruzione delle indagini della Squadra mobile di Pavia, del procuratore aggiunto Mario Venditti e del pm Valentina De Stefano, valuta il comportamento del nonno. «Ha inseguito la chimera di salvare sé stesso, che certamente è stato, a sua volta, profondamente segnato dall’immane tragedia del Mottarone, non già Eitan», scrive. «Riportare ‘a casa’ il bambino - si legge - e cioè ‘trasportarlo’ in Israele ha corrisposto forse a una legittima, e finanche comprensibile aspirazione a che questi crescesse in una più stretta connessione verso le proprie radici ebraiche». Tuttavia, non ha considerato che Eitan «non era un oggetto da trasbordare ma una persona, una persona in condizioni di indicibile fragilità».
Tecniche di intelligence
Con il nonno, ex militare in pensione, e il suo factotum, anche lui accusato di sequestro di persona, sottrazione e trattenimento di minore all’estero e «inosservanza dolosa di provvedimento del Giudice» perché il passaporto del bimbo non venne ridato alla zia, è indagata anche la nonna Esther Cohen. Lei, però, pur partecipando alla «pianificazione», rientrò prima in Israele e quindi per lei non è stato chiesto l’arresto. E se è probabile che si vada verso un no all’estradizione (richiesta dalla Procura generale di Milano dove è transitata l’ordinanza) l’Italia, attraverso il ministero della Giustizia, potrebbe chiedere a Israele di perseguirli penalmente sul suo territorio per i reati contestati dai magistrati di Pavia. Anche questa strada non è priva di ostacoli, dato che in Israele è già stato aperto un procedimento sul sequestro a carico di Peleg.
Il gip parla di «un certosino piano di esfiltrazione destinato, dapprima, a eludere ogni possibile investigazione o accertamento da parte delle forze di polizia» sui movimenti di Peleg «e poi, ad attuare» il rapimento di Eitan «con un’azione all’un tempo fulminea e irresistibile». Valga per tutti, al riguardo, si legge ancora, «il rilievo che questi riusciva a far superare al bambino il controllo al posto di frontiera aerea di Lugano a dispetto del fatto che sul passaporto israeliano del minore», che il nonno avrebbe dovuto restituire alla zia tutrice su ordine del giudice di Pavia, pendeva «visibile sugli archivi telematici in uso alle forze di polizia di diversi Paesi, una denuncia di smarrimento del documento presentata dalla tutrice Aya Biran, e che dovesse essere stato già inserito, per quanto tale circostanza non venisse attestata dall’autorità di controllo elvetica, il divieto di espatrio se non accompagnato dal tutore, disposto dall’Autorità giudiziaria italiana».
Il gip, tra l’altro, fa notare che sempre l’11 settembre, giorno del rapimento, «vi fu un controllo di polizia esperito alle 14.10 dalla polizia cantonale ticinese presso l’area aeroportuale Lugano-Agno a carico di Peleg» che si trovava a bordo della macchina noleggiata «con suo nipote» e Abutbul. Ciò che «sconcerta di quel controllo», scrive il gip, è che fu «verificato direttamente anche il passaporto israeliano del bambino» come risulta da un report «del sistema internazionale Sirene». Viene da chiedersi, prosegue il giudice, «cosa ne sia stata dell’annotazione relativa al bambino, disposta dall’Autorità giudiziaria italiana circa la condizioni di eventuale espatrio solo se accompagnato dal tutore».
La polizia cantonale, si legge ancora nell’ordinanza, «si limitava a comunicare che, in forza di quello stesso controllo, l’unica irregolarità emersa dalla ‘banca dati SIS II’ era che, con riguardo al passaporto del minore, pendesse una denuncia di smarrimento presentata da Aya Biran». E di tale circostanza «era data notizia al centro Sirene di Berna e tuttavia, in maniera del tutto inopinata, la polizia cantonale, restituito il passaporto in parola, lasciava i controllati proseguire nel loro itinerario», ossia fuggire verso Tel Aviv con un volo privato.
NOTA DELLA REDAZIONE: La polizia cantonale, contattata dal CdT, ha dichiarato: «Ribadiamo nuovamente che dalle verifiche esperite al nostro interno non risulta che la Polizia cantonale abbia mai controllato quelle persone».