Il Partito laburista volta pagina, e Burnham promette «speranza»

Una «nuova politica». Andy Burnham si è presentato così, oggi, invocando per l’appunto una nuova politica per il Regno Unito. Lui si dice pronto a lavorarci, a costruirla. Perché «il Paese ne ha un disperato bisogno». Ma non solo, il nuovo leader del Partito laburista - plebiscitato dal gruppo parlamentare e dai sindacati - ha detto di più. Ha detto che «questa è l’ultima occasione per cambiare». È una bella sfida, quella che attende Burnham. Complessa, improbabile, scivolosa: e non siamo noi, da questa parte della Manica, a sottolinearlo. Sono piuttosto i fatti.
Sesto cambiamento in 10 anni
Basterebbe infatti scorrere la lista dei primi ministri alternatisi negli ultimi dieci anni nel Regno Unito per farsi un’idea precisa dell’instabilità del Governo britannico. Sempre nel mese di luglio, ma del 2016, Theresa May prendeva il posto che per sei anni era stato di David Cameron, dimissionario nell’immediato post-Brexit. Nonostante tutte le difficoltà del caso, la conservatrice ha difeso la propria carica per tre anni, prima di lasciarla a Boris Johnson. L’ex sindaco di Londra, istrionico e controverso, ha resistito dal 2019 al 2022. Una nuova crisi di Governo lo ha però visto eclissarsi. Ne ha giovato Liz Truss, ma non il Governo stesso. Ultima premier nominata dalla regina Elisabetta - due giorni prima di morire -, verrà ricordata solo per la breve durata del proprio «regno» politico: 44 giorni. Fatale fu la manovra finanziaria annunciata a suon di tagli. Dopo di lei, è arrivato Rishi Sunak. E quindi, dopo un anno e mezzo - e siamo al luglio del 2024, alle elezioni anticipate, caratterizzate dal sorpasso dei laburisti ai danni dei conservatori (al loro peggior risultato della storia: 121 seggi su 650) -, ecco Keir Starmer.
La pressione interna
Un Governo, insomma, che non riesce in alcun modo a trovare continuità. E non è più nemmeno una questione legata alla targa del partito alla guida del Paese, evidentemente. Nel caso di Starmer, la fiducia è venuta meno in seno allo stesso Partito laburista, stufo di essere rappresentato da un premier giudicato poco carismatico e non adeguatamente attrezzato a rispondere alle crisi dei tempi moderni. Una crisi su tutte, quella (anche comunicativa) legata agli «Epstein files» e al coinvolgimento diretto di Peter Mandelson, fatto ambasciatore negli Stati Uniti dallo stesso premier. Uno scandalo che ha messo alle corde Starmer, al punto da rimanerne intrappolato. La pressione verso un cambiamento è arrivata proprio da lì. Poi, al resto ha pensato, in prima persona, Andy Burnham, fattosi trovare al momento giusto nel posto giusto, vincendo le elezioni suppletive di Makerfield - un collegio elettorale vicino a Manchester, la città di cui è stato sindaco - e, quindi, guadagnandosi il ticket per il ruolo di primo ministro, per il quale è necessario essere parlamentari. Al contrario di Starmer, a Burnham si riconoscono personalità e doti comunicative, una certa facilità - anche legata alla provenienza, l’operaia Manchester appunto - di essere riconosciuto come leader del popolo.
Una guida «per tutti»
In assenza di concorrenti, lunedì Burnham verrà nominato da re Carlo III e subentrerà a Starmer - pare stia già facendo gli scatoloni - come capo del Governo. Non vi saranno traumi: una successione naturale, anche se in realtà non dovrebbe esserlo, non con le tempistiche viste sopra. Burnham ha subito fatto una promessa importante: «Ridaremo speranza alle persone». Ha poi ringraziato Starmer, assente, congedandolo con parole al miele: «Keir ha riportato il Partito laburista nella condizione di cambiare la vita delle persone». Le stesse a cui, però, vuole ridare speranza, già. Come? Innanzitutto, impegnandosi «per costruire una cultura di unità di squadra all’interno del Partito laburista», ma anche - come già accennato - costruendo «una nuova politica» e ridefinendo la direzione del partito stesso. Ma non solo: «Sarò un leader per il nord, il sud, l’est e l’ovest, per la Scozia, il Galles e l’Irlanda del Nord». Un leader per ogni luogo, per ogni cittadino britannico. Promesse che certamente hanno un senso molto chiaro, ma poi tra il dire e il fare c’è comunque di mezzo un Paese complicato e frastagliato, nel pieno di un’epoca schizofrenica.
