Il prezzo del petrolio scende a livelli prebellici, ma ci vorrà tempo per tornare alla normalità

I prezzi del petrolio sono scesi nelle scorse ore, raggiungendo livelli molto simili a quelli prebellici. Dopo l'impennata dei costi conseguente gli attacchi di USA e Israele contro l’Iran, alla fine di febbraio, i prezzi sono crollati bruscamente da quando Washington e Teheran, lo scorso 18 giugno, hanno firmato un memorandum d’intesa, cioè un accordo preliminare, per la riapertura dello Stretto di Hormuz, la importante rotta commerciale da cui passa circa il 20% degli idrocarburi a livello globale.
Il Brent è sceso sotto i 75 dollari al barile per la prima volta dall'inizio della guerra in Medio Oriente, calando del 3,19% a 74,6 dollari. Il West Texas Intermediate (WTI) ha invece lasciato sul terreno il 2,92% a 71 dollari.
Il deprezzamento è legato alla ripresa, seppur limitata, del traffico marittimo attraverso Hormuz, nonché alla sospensione da parte degli USA delle sanzioni sul petrolio iraniano. La navigazione, tuttavia, è ancora ben lontana dai livelli prebellici: ieri, ad esempio, sono passate solamente 31 petroliere, mentre prima del 28 febbraio ne transitavano circa un centinaio al giorno. Stando al segretario dell’Energia statunitense Chris Wright, tra martedì e mercoledì sono transitate 72 navi con a bordo 20 milioni di barili, ovvero un quinto del consumo giornaliero globale.
Secondo la Reuters, che cita l’analista Tony Sycamore, la velocità del calo è stata sorprendente, in quanto il ritorno del petrolio mediorientale è stato molto più rapido di quanto si potesse pensare prima della firma dell’accordo. Per un completo ritorno alla normalità però ci vorranno ancora diverse settimane, perché lo Stretto di Hormuz deve essere ancora sminato.
Susannah Streeter, responsabile della strategia di investimento presso il Wealth Club, ha dichiarato al Guardian: «I timori di una prolungata crisi energetica globale indotta dal conflitto con l'Iran si stanno affievolendo, con i prezzi del petrolio che tornano verso i livelli pre-crisi. Invece di un'ondata di sollievo che pervade i mercati europei, persiste una forte cautela, poiché gli effetti a catena dell'ondata di calore da record si scontrano con le preoccupazioni per la debole crescita in tutta la regione». Secondo Streeter, «c'è ancora molta strada da fare per smaltire l'arretrato e soddisfare pienamente la domanda, ma con i Paesi produttori di petrolio che stanno riaprendo i rubinetti e con i lavori di riparazione delle infrastrutture in corso, i prezzi del petrolio sono in calo. Le misure di efficienza energetica adottate durante la crisi, unite ai timori di un rallentamento della crescita globale, contribuiscono alle prospettive al ribasso per il settore».
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) la riapertura della rotta marittima, dopo mesi di crisi energetica, potrebbe determinare un eccesso di offerta. Questo potrebbe far calare significativamente il prezzo del petrolio, spingendo così le raffinerie a ridurne la produzione in un momento ancora molto difficile per il mercato mondiale.
Gli analisti stimano che ci vorrà almeno un anno prima che l’Iran e i Paesi del Golfo Persico, ovvero i principali produttori di idrocarburi al mondo, possano tornare ai regolari ritmi pre-crisi. Durante questi mesi di guerra sono stati danneggiati, anche pesantemente, importanti impianti di produzione di petrolio e gas.
L'accordo preliminare tra USA e Iran prevede un periodo di 60 giorni di negoziati per affrontare le questioni più spinose, come il programma nucleare iraniano. In questo periodo, il petrolio mediorientale dovrebbe continuare a fluire attraverso lo Stretto di Hormuz, con Teheran che si è impegnata a non chiudere nuovamente la rotta commerciale. Di fronte a un moderato ottimismo, restano ancora diverse incognite sulle trattative tra USA e Iran, nonché dubbi sulla gestione della rotta commerciale mediorientale.
