Il sud del Libano avvolto dalle fiamme: «Roghi appiccati con droni e razzi illuminanti»

Il sud del Libano è avvolto dalle fiamme. Nei quasi due mesi trascorsi dal cessate il fuoco fra Hezbollah e Israele, gli incendi nella regione si sono moltiplicati, interessando soprattutto boschi, uliveti e terreni agricoli nelle aree prossime alla frontiera.
Le fiamme, riporta il Guardian citando video e testimonianze raccolte fra i servizi di emergenza, sarebbero deliberatamente appiccate dall’esercito israeliano. «Usano piccoli droni che sganciano materiali incendiari, sparano proiettili al fosforo bianco contro i boschi, e razzi illuminanti vengono lanciati in pieno giorno per far prendere fuoco alla vegetazione», ha spiegato Hussein Fakih, responsabile della protezione civile nella regione di Nabatieh, al quotidiano britannico. Secondo il funzionario, nelle zone più vicine alla linea del fronte i roghi avrebbero interessato il 30-40% del territorio boschivo. «La maggior parte dei nostri interventi riguarda ormai gli incendi».
Fra gli episodi più recenti, quello di martedì nei pressi del villaggio di Khiam, dove l'esercito israeliano avrebbe sganciato razzi illuminanti in una zona boscosa, provocando l'incendio della vegetazione. Quando i pompieri hanno tentato di intervenire, un drone ha colpito nelle vicinanze, costringendoli a ritirarsi. Episodi analoghi sono stati segnalati anche a Kfarchouba e nelle aree comprese tra Jezzine e la valle della Bekaa.
«Un ecocidio»
Per gli ambientalisti locali non si tratta di episodi isolati, ma dell'ennesima pressione esercitata sull'ambiente del sud del Libano. Hisham Younes, fondatore dell'organizzazione Green Southerners, parla di «ecocidio» e sottolinea il valore dei boschi colpiti, composti soprattutto da pini da pinoli e querce. Queste aree, spiega, svolgono funzioni importanti per gli ecosistemi e costituiscono anche zone di passaggio e sosta per gli uccelli migratori. Enormi, insomma, i danni alla biodiversità, oltre che per i coltivatori della regione. Per gli abitanti delle zone di confine la questione non è, del resto, soltanto ambientale. A Yaroun, uno dei villaggi maggiormente colpiti, i residenti sfollati hanno denunciato all'inizio di agosto la distruzione degli uliveti e degli alberi da frutto rimasti dopo le demolizioni. Il sindaco Hafez Ghasham racconta che gran parte delle circa 900 abitazioni del villaggio è stata rasa al suolo e che gli ulivi superstiti, molti dei quali antichissimi, sono stati poi bruciati.
«Molti di questi alberi erano stati ereditati dai nostri nonni e dai nostri genitori», ha raccontato Ghasham. Non rappresentavano soltanto una fonte di reddito, ma anche una parte della memoria collettiva. «Stanno cercando di rendere questa terra inabitabile. Stanno cancellando tutta la nostra storia, tutta la nostra cultura, tutti i nostri ricordi. Forse l’idea è che, dopo un po’ di tempo, sembrerà che nessuno abbia mai vissuto qui».
Un fenomeno documentato
Il fenomeno si inserisce in una lunga serie di attacchi documentati all’ambiente. Nell’estate del 2024, evidenzia il Guardian, le truppe israeliane hanno utilizzato trabucchi – catapulte medievali – per lanciare detriti in fiamme oltre il muro di confine con il Libano, mentre l’esercito libanese ha pubblicato foto di droni israeliani dotati di tubi flessibili che inondavano le foreste di materiali infiammabili. Nel febbraio scorso, invece, erano emerse accuse relative all'impiego di erbicidi sui terreni agricoli del sud del Paese.
Interpellato sugli episodi recenti, l'esercito israeliano ha dichiarato che le proprie operazioni vengono condotte «adottando misure precauzionali per ridurre al minimo i danni ai civili e all'ambiente».
