Internet dorme ancora in Iran, e non si ferma la conta dei morti

Tredici giorni senza Internet. Quasi due settimane in cui molti iraniani all’estero non hanno più notizie dei propri amici e parenti. E, intanto, la conta dei morti continua. Gli oltre 2.600 decessi confermati nelle scorse ore dalla ONG HRANA, sono schizzati tragicamente a quota 4.029, con altri possibili 9.049 casi ancora in fase di accertamento. Degli oltre 4 mila morti confermati, 3.786 sono manifestanti, 28 bambini, 180 membri delle forze di sicurezza o persone con legami filogovernativi, nonché 35 civili che non stavano prendendo parte alla dimostrazione pubblica scoppiata lo scorso 28 dicembre a causa delle disastrose condizioni economiche del Paese.
Nonostante l’aiuto esterno del servizio satellitare Starlink di SpaceX, il lavoro dei giornalisti e degli attivisti per i diritti umani negli scorsi giorni è stato molto complicato. Il diffuso blackout di Internet e l'interruzione delle comunicazioni interne, in parte ripristinate, rappresentano uno strumento cruciale nella strategia della Repubblica islamica, la quale cerca di silenziare le proteste, nascondendo agli occhi del mondo quella che ha già tutti i requisiti per essere definita una carneficina.
Migliaia di morti, «è colpa di Trump»
Sabato scorso, la guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Ali Khamenei, ha ammesso che migliaia di iraniani sono stati uccisi durante i disordini nel Paese mediorientale, accusando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump di aver «apertamente incoraggiato» i manifestanti (definiti «terroristi») a ribellarsi al regime. Il tycoon, di fatto, ha promesso al popolo iraniano un sostegno, presumibilmente di tipo militare, che, ad oggi, non è ancora arrivato.
Nel suo discorso televisivo di sabato, Khamenei ha affermato che i «rivoltosi» coinvolti nei disordini rientrano in due categorie: persone sostenute, finanziate e addestrate da Stati Uniti e Israele, e giovani da loro influenzati. Questi ultimi, secondo l'ayatollah, sono «individui ingenui manipolati». Stando alle autorità iraniane, i manifestanti avrebbero danneggiato impianti energetici, moschee, istituti scolastici, banche, strutture mediche e supermercati. Oltre ad aver ucciso membri delle forze dell'ordine.
Khamenei ha attaccato duramente il «criminale» Trump, accusato di essere il responsabile «sia delle vittime che dei danni» durante le proteste antigovernative, sedate brutalmente dalle forze di sicurezza. Stando alle testimonianze diffuse sui media internazionali, gli agenti governativi non hanno avuto alcuna esitazione nel punire i manifestanti, in quanto considerati «nemici di Dio». I racconti, filtrati pure da fonti mediche, parlano di colpi da arma da fuoco ad altezza d’uomo, con numerose ferite alla testa e agli occhi, strategia punitiva utilizzata per accecare gli oppositori. Le spaventose cifre fornite dalle organizzazioni umanitarie, per ovvi motivi, non sono verificabili in modo indipendente. Ma, stando ad alcune ONG, le vittime potrebbero essere fino a 16 mila. HRANA parla inoltre di migliaia di feriti, di cui 5.811 in condizioni gravi.
Prigionieri giustiziati e più sicurezza
Gli arresti confermati hanno superato quota 26 mila, con molte persone fermate che ora corrono il rischio di subire processi arbitrari e una conseguente condanna a morte. I prigionieri giustiziati solamente il 19 gennaio sarebbero almeno 22. Trump, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere che 800 casi di pena capitale erano stati bloccati dal regime, in seguito alle minacce di un intervento americano. Secondo il rapporto annuale di HRANA sulla situazione dei diritti umani in Iran, almeno 2.063 persone sono state giustiziate in Iran nel periodo compreso tra il primo gennaio 2025 e il primo gennaio 2026. Stando al rapporto, le esecuzioni sono aumentate del 119% rispetto al 2024. In molti di questi casi, evidenzia la ONG, ai prigionieri è stato persino negato il diritto di un'ultima visita alle proprie famiglie.
Le proteste hanno interessato 188 città in tutte le 31 province del Paese, ma nelle ultime ore, stando ai resoconti dei media internazionali, in molti centri si sarebbero attenuate sotto la dura sorveglianza delle autorità. Un manifestante di Teheran, citato dalla CNN, ha tuttavia parlato di ondate di persone provenienti dalla capitale che avrebbero «invaso le strade, disarmate, negli ultimi giorni, mentre le forze governative sparavano dai tetti e i droni militari volavano sopra le loro teste».
HRANA riferisce di un clima di sicurezza e controllo che interessa molte zone del Paese, citando la presenza visibile dei militari nelle strade e nelle aree densamente popolate, nonché l'intensificazione dei controlli e una maggiore sensibilità anche nei confronti di piccoli assembramenti. Dispiegamento di forze armate, posti di blocco, pattuglie in moto: in Iran le città sarebbero blindate, con una serratissima azione di «monitoraggio dei cittadini».
Per l'Iran niente WEF di Davos
Negli scorsi giorni pure la ONG Human Rights Watch ha denunciato «le uccisioni di massa perpetrate dalle forze di sicurezza iraniane dall'8 gennaio», le quali «non hanno precedenti nel Paese». HRW ha chiesto agli Stati membri delle Nazioni Unite di «convocare urgentemente una sessione speciale del Consiglio per i diritti umani dell’ONU per porre i diritti umani e la responsabilità in Iran al centro della risposta internazionale».
Una prima mossa da parte della comunità internazionale è arrivata nell’ambito del Forum economico mondiale (WEF) di Davos. Gli organizzatori del WEF hanno infatti cancellato l’intervento del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sostenendo che la sua presenza non sarebbe stata «appropriata» alla luce della «perdita di vite civili in Iran nelle ultime settimane».
In un post su X, il capo della diplomazia iraniana ha affermato che la decisione è stata presa «sulla base di bugie e di pressioni politiche da parte di Israele e dei suoi proxy e apologeti basati negli Stati Uniti».
Araghchi ha parlato di un «evidente doppio standard», accusando il WEF di aver escluso l'Iran, ma di non aver preso lo stesso provvedimento nei confronti di Israele dopo i bombardamenti nella Striscia di Gaza, una scelta che, secondo il ministro, «trasmette deriva morale e intellettuale».
