«Israele fornisca i dettagli per rispondere alle accuse di genocidio»

La commissione d’inchiesta internazionale delle Nazioni Unite ha stabilito che «a Gaza si sta verificando un genocidio, e che la responsabilità ricade sullo Stato di Israele». Lo Stato ebraico ha immediatamente respinto le conclusioni, denunciando la parzialità dei commissari. Ne discutiamo con Marco Sassòli, professore onorario di diritto internazionale all’Università di Ginevra.
Professore, quali sono le implicazioni sul piano del diritto internazionale di queste conclusioni?
«Il genocidio è certamente un crimine gravissimo, ma non bisogna dimenticare che anche i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e le violazioni del diritto umanitario sono altrettanto gravi. Per quanto riguarda ciò che sta accadendo a Gaza, a mio avviso, le violazioni del diritto umanitario sono molto meno contestabili rispetto al genocidio, su cui invece ho ancora qualche dubbio, anche se l’inchiesta – molto dettagliata e ricca di riferimenti fattuali – mostra chiaramente un risultato terribile. La Commissione ha evidenziato numerose dichiarazioni di autorità israeliane che fanno pensare a una volontà genocidaria. Ricordo che, per configurare un genocidio, non basta uccidere delle persone, o sottoporle a condizioni di vita volte a distruggere un gruppo: occorre anche la volontà specifica di eliminare, in tutto o in parte, il gruppo, sia esso nazionale, etnico, razziale o religioso. La vera questione, quindi, è: Israele vuole eliminare Hamas oppure i palestinesi? Solo nel secondo caso si può parlare di genocidio. Ora, in effetti, ci sono dichiarazioni da parte delle autorità israeliane che vanno proprio in questa direzione. Secondo la Commissione anche il comportamento delle forze militari israeliane dimostrerebbe l’intenzione genocidaria. Su questo, però, non sono del tutto convinto. Ammetto, tuttavia, di non aver ancora analizzato a fondo il rapporto. Ad esempio, per quanto riguarda la distruzione degli ospedali, nel rapporto non c’è una discussione approfondita sul fatto – che mi pare accertato – che alcuni ospedali siano stati effettivamente utilizzati da Hamas come rifugio. In questi casi, chiaramente ci troviamo di fronte a una violazione del diritto umanitario in quanto la risposta israeliana è stata sproporzionata: distruggere quasi tutti gli ospedali, come documenta il rapporto, ha causato enormi sofferenze umane. Ma per parlare di genocidio, si dovrebbe dimostrare che queste azioni non avevano un obiettivo militare. Su altri fatti, come l’affamare la popolazione civile combinato con certe dichiarazioni ufficiali israeliane, gli argomenti della Commissione sono invece più convincenti».
La Commissione non è un organo giudiziario. Che valore ha quindi questa inchiesta?
«È la prima inchiesta internazionale – ossia non di una ONG, ma di un organo delle Nazioni Unite – che conclude che vi sia genocidio. La Corte Internazionale di Giustizia, finora, aveva soltanto dichiarato l’esistenza di un rischio di genocidio. È interessante notare che la Corte Penale Internazionale – che ha spiccato mandati d’arresto contro Netanyahu e Gallant per crimini di guerra – aveva anche la competenza sul genocidio, ma al momento non ha incluso questo crimine nelle ragioni dei mandati d’arresto. Quindi è il primo organo internazionale a farlo. Per quanto la Commissione non sia un organo giudiziario e il rapporto non produca effetti giudiziari, va sottolineato che i membri di questa Commissione non sono degli autodichiarati esperti, ma commissari eletti dal Consiglio dei diritti umani. La presidente è stata Alta commissaria per i diritti umani dell'ONU; è stata giudice alla Corte Penale Internazionale; giudice al Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda. Tutto questo non si diventa se si è un militante che vuole lottare per la causa palestinese. Detto questo, la conclusione del rapporto dal profilo psicologico pesa molto, anche sull’opinione pubblica».
Israele contesta le conclusioni del rapporto, sostenendo che si basa «interamente sulle falsità di Hamas». È sufficiente? Che cosa dovrebbe fare Israele?
«Come detto dobbiamo avere fiducia che queste persone, nominate anche in tanti altri contesti come Ruanda, Myanmar eccetera, non siano militanti della causa palestinese che vogliono accusare Israele, ma personalità che intendono far rispettare il diritto internazionale. Naturalmente, la cosa migliore sarebbe che Israele smettesse di fare ciò che sta facendo oggi a Gaza e, in secondo luogo, diventasse più trasparente, chiarendo alcuni episodi. Ad esempio, per la vicenda della clinica della fertilità – attaccata secondo la Commissione per impedire le nascite palestinesi – dovrebbe spiegare se lì c’era un tunnel di Hamas, se è stato dato l’avvertimento – come è dovuto – e se questo non ha avuto effetto, così da giustificare l’attacco alla clinica. Israele sarebbe in grado di fornire molti più dettagli per permettere all’opinione pubblica di valutare se le accuse, molto ben documentate dalla Commissione, siano giuste o meno. Non basta limitarsi a dire in modo generico che “l’ONU è contro Israele”. Occorre presentare la propria versione dei fatti. Non basta neppure ripetere che il 7 ottobre Israele è stato attaccato – cosa vera – e che deve difendersi, o che Hamas vuole eliminare Israele. Bisogna invece rispondere concretamente, fatto per fatto, dimostrando che gli episodi riportati non sono veri o chiarendo come siano realmente andati. Lo stesso vale per la questione della fame a Gaza che è incontestata ma le cui cause sono controverse. Israele sostiene di lasciar passare gli aiuti umanitari, ma poi, entrando nei dettagli, si vede che la distribuzione non funziona e che i palestinesi sono costretti a spostarsi da un luogo all’altro senza ricevere un’assistenza sufficiente».
