Israele: si attende lo spoglio di tutti i voti, arabi pronti a sostenere Eisenkot

Le elezioni israeliane non sono finite. Il Comitato elettorale centrale ha riferito che le «doppie buste» ancora da scrutinare, ossia le schede degli elettori che hanno votato da ospedali, zone di guerra o sedi diplomatiche all’estero, sono circa 480.000. Una cifra elevata, che può impattare sulla redistribuzione di circa 10-12 seggi. Dopo le previsioni molto imprecise degli exit poll, è quindi ragionevole evitare ogni ulteriore pronostico. Meglio attendere che tutti i voti siano contati. E tuttavia, è del tutto improbabile che uno dei due blocchi più grandi riesca a conquistare la maggioranza assoluta alla Knesset, arrivare cioè a 61 eletti su 120 nel Parlamento monocamerale dello Stato ebraico.
Oggi, al termine dello scrutinio delle schede deposte fisicamente nelle urne di tutto il Paese, il Comitato elettorale ha assegnato provvisoriamente 53 seggi al blocco del premier Benjamin Netanyahu (11 in meno rispetto al 2022), 48 seggi alla coalizione guidata da Gadi Eisenkot (2 in più rispetto a quattro anni fa) e 19 seggi ai due partiti arabi (praticamente il doppio rispetto ai 10 ottenuti nel 2022).
Nel blocco di Netanyahu, al Likud sono andati 26 seggi, a Ebraismo unito della Torah 7 seggi, a Otzma Yehudit - il partito di Ben Gvir - 7 seggi, a Shas 7 seggi e a Sionismo religioso e Zehut 6 seggi. Nel campo dell’opposizione, Yashar ha ottenuto 21 seggi, Beyachad (Insieme) 12 seggi, I Democratici (eredi dei Laburisti) 8 seggi e Yisrael Beitenu 7 seggi. Infine, tra i partiti arabi, alla Lista Unita sono andati 12 seggi e a Ra’am 7 seggi.
Una possibile impasse
Politicamente, siamo di fronte a un possibile stallo. Anche considerando il fatto che nessuno dei due grandi schieramenti intende cercare un accordo con i partiti arabi. Il grande successo di Lista Unita e Ra’am ha peraltro scatenato la rabbia della destra. Il Likud, partito del premier Netanyahu, senza fornire prove, ha accusato in una nota i partiti arabi di «rubare» le elezioni e ha chiesto che la polizia e il servizio di sicurezza dello Shin Bet indaghino in tal senso. «Le elezioni nello Stato di Israele sono state rubate da partiti arabi che sostengono il terrorismo e la distruzione dello Stato ebraico attraverso gravi reati penali, tra cui tangenti, minacce, violenza, frode e l’uso di software vietati per incoraggiare gli elettori», ha detto il Likud, aggiungendo di voler presentare «centinaia di testimonianze e prove di furto elettorale in numerosi seggi arabi. È un duro colpo per la democrazia israeliana e per i diritti di voto dei cittadini israeliani. Le forze dell'ordine devono agire con fermezza e immediatezza».
A Tel Aviv sono riecheggiate le accuse solitamente lanciate da Donald Trump quando le cose, nelle urne, vanno male. Il Comitato elettorale centrale ha comunque subito risposto alla nota del Likud dichiarando di aver ricevuto la denuncia e di apprestarsi a esaminare «tali affermazioni nell’ambito della sua revisione post-elettorale di routine. Abbiamo avviato un’operazione di supervisione, come dopo ogni elezione, per esaminare i reclami dei partiti sull’integrità elettorale o presunti errori nei risultati».
L’iniziativa di Herzog
Il primo a tentare una distensione è stato il presidente israeliano, Isaac Herzog, il quale ha detto: «Dobbiamo fare di tutto, tanto più dopo la giornata odierna (il martedì elettorale, ndr), per evitare di dover ricorrere a ulteriori elezioni. Mi aspetto che chiunque arrivi per le consultazioni in vista dell’incarico di formare il prossimo governo lo faccia con mente aperta». Nel tardo pomeriggio, Channel 11 ha poi rivelato che Herzog dovrebbe incontrare separatamente, nei prossimi giorni e prima della pubblicazione dei risultati finali e dell’inizio delle consultazioni, sia Benjamin Netanyahu sia Gadi Eisenkot per testare la fattibilità di un governo di unità nazionale.
Avi Bar-Eli, editorialista di Haaretz, ha parlato del «peggior esito elettorale possibile: nessun vincitore chiaro, nessuna certezza, nessuna possibilità di cambiamento».
Nella situazione data dal voto di martedì, il punto nodale resta il rapporto con i partiti arabi. Ed è su questo che il leader dei Democratici, Yair Golan, ha compiuto un passo in direzione diversa, chiedendo agli alleati di superare la propria riluttanza a cooperare con i cittadini arabi e di esplorare l’ipotesi di formare un governo in collaborazione con i partiti che li rappresentano. «Non abbiamo futuro qui se non smettiamo di avere paura. E se non mettiamo fine al razzismo. Non possiamo più accettare la distinzione razzista di Netanyahu tra voto ebraico e arabo», ha scritto Golan su X.
A Golan ha risposto il leader della Lista Unita, Yousef Jabareen, il quale si è detto pronto a dare un sostegno esterno a un governo guidato da Gadi Eisenkot. «Non vediamo la possibilità di far parte di una coalizione governativa nelle attuali circostanze politiche, soprattutto considerando la guerra in corso a Gaza, gli insediamenti in Cisgiordania e altre questioni. Tuttavia, con l’obiettivo di far cadere questo governo, sarebbe possibile per noi sostenere un governo alternativo stando fuori della coalizione», ha aggiunto.
